Padre Michele Pellegrino

Uomo di Dio. Lo ricordiamo così a 25 anni dalla morte. 10 ottobre 1986, sono le 7,10 del mattino. Nel reparto san Pietro dell’Ospedale Cottolengo di Torino, il card. Michele Pellegrino (semplicemente padre Pellegrino per tutti noi) si spegne dopo aver ricevuto il sacramento degli infermi dal card. Anastasio Ballestrero, suo successore alla guida della diocesi subalpina.
Dal 1977 aveva rinunciato al governo pastorale dell’Arcidiocesi, ma era rimasto nel territorio ospite della casa parrocchiale di Vallo Torinese. Arcivescovo dal 1965, fu nominato cardinale da Paolo VI nel 1967. Celebre e mai dimenticata la sua Lettera Pastorale Camminare insieme in cui legge i segni dei tempi di un’epoca segnata dalle lotte operaie e dal rinnovamento portato nella vita della Chiesa dal Concilio Vaticano II. La sua figura è stata particolarmente significativa nella vita di  Ernesto Olivero e del Sermig che  ospitava in casa sua, nei locali della curia; ogni tanto partecipava ai nostri incontri insegnandoci a pregare con la Parola. La sua amicizia, ricambiata con una comunione di intenti nei confronti del suo impegno pastorale, ha accompagnato il Sermig fino alla fine, anche durante la lunga infermità che lo aveva privato della parola. Un autentico uomo di Dio che ci ha insegnato a camminare insieme lungo le strade della storia che sono le strade di Dio.


Ernesto Olivero, a nome di tutto il Sermig, lo ricordava così dalle pagine del mensile Progetto, novembre 1986:

Carissimo Padre, grazie di averci voluto bene! La tua saggezza ci ha fatto crescere nell’ascolto dei segni dei tempi, nel sentirci parte del grande respiro che è la Chiesa di tutti i tempi, nell’ascolto della Parola, nella ricerca della giustizia e nell’amore ai poveri. Ci hai insegnato a camminare insieme con tutti gli uomini. A te, caro Padre, dobbiamo la Casa della Speranza (Arsenale della Pace n.d.r.), il lavoro che cerchiamo di fare su noi stessi per essere trasparenza di Dio e profondamente carichi di umanità. Grazie per la tua fraterna attenzione a Progetto, che hai visto nascere, che hai aiutato a crescere, del quale sei stato fedele collaboratore. Ora che sei in Dio, che respiri la sua infinita Pace, che il volto di Dio risplende pienamente sul tuo, non dimenticarti di noi che ti abbiamo per sempre come Maestro e Pastore. Non dimenticarti di noi che continuiamo a camminare. Con Maria, Madre degli uomini, prega per noi; rimani vicino a tutti nella comunità dei Santi.
Gli amici del Sermig

Caro Padre, finalmente posso darti del tu e tu stesso dare del tu a me, come facevi nei momenti importanti, quando volevi dimostrarmi che mi eri amico. È un tu pieno di rispetto, il tu della confidenza nel nostro Signore Gesù, nel suo Spirito, in Sua Madre. È un tu che spalanca le porte del tempo e abbraccia ormai l'eternità. La nostra amicizia era già eterna, era vera, era attenzione continua, forte quando le circostanze lo richiedevano, silenziosa e discreta nella vita di tutti i giorni. Tu Padre, sei stato per me la carezza di Dio nei momenti esaltanti e dolorosi della mia vita, della mia comunità: paterno sempre, giusto sempre, uomo sempre. Continuerò per il tratto di strada che devo ancora percorrere, ad averti vicino come maestro e amico. Continuerò ad ascoltarti, perché come sempre non parlerai con parole tue, ma mi indicherai la Parola che ti ha ispirato tutta la vita. Ringraziando te, Padre, ringrazio tanti che hanno vegliato giorno dopo giorno per anni al tuo capezzale. Per tutti ringrazio Piergiacomo, Lidia, Concetta, Pina...   Ernesto Olivero



UN UOMO DI DIO

Il padre continua a camminare con noi. Mai morte di un amico mi ha trovato così sereno. Negli ultimi cinque anni soffriva molto, ma - lo vedevo parecchie volte al mese - mai una volta l'ho sentito lamentarsi; ogni volta che lo incontravo ho sempre avuto uno spazio, uno sguardo, un sorriso.

Il mio primo incontro col padre è stato agli inizi del Sermig. Dalla curia di Torino ci era giunta una lettera molto dura, che conserviamo in archivio: praticamente ci estraniavano dall'Ufficio Missionario della diocesi. Il sangue ribolliva, volevamo reagire, ma prevalse la preghiera, la volontà di andare al di là della lettera. Abbiamo pregato per quasi un mese, poi abbiamo deciso di andare dal cardinale Pellegrino, che non avevo mai incontrato direttamente prima di allora.
Ottenuto l'appuntamento, sono andato in delegazione con Pietro, Luisella e Lidia. Alla nostra dichiarazione che volevamo essere un gruppo missionario al servizio della Chiesa, nel senso ampio del termine, padre Pellegrino ci interruppe: “Ma cari ragazzi, c'è già un gruppo in diocesi che lavora molto bene; perché non vi unite a loro?”. Io incuriosito gli chiesi: “Ma come si chiama questo gruppo, Padre?”. E lui: “Il Sermig! Unitevi a loro!”. Il Padre distrattamente non si era accorto che noi eravamo del Sermig. Allora tirai fuori la lettera e gliela diedi dicendogli: “Eccellenza - ed è stata la prima e l'ultima volta che l'ho chiamato eccellenza - quel gruppo siamo noi”. Il padre aprì la lettera, rimase contrariato; poi ci congedò dicendoci che doveva informarsi. Dopo un po' di anni, durante un incontro, mi disse: “Ernesto, vi ho dimostrato con i fatti, senza tante parole, la mia fiducia”. Non era difficile essere amico del “padre”: bastava esserlo sempre, in un modo pulito, con retta intenzione.

La mia amicizia con il padre è diventata un grande cammino. Ricordo episodi sparsi. Quando il padre fu accusato da alcuni gruppi estranei alla Chiesa e molti cattolici volevano reagire duramente, si creò una grande tensione anche in Torino e in altre città d'Italia. Insieme agli amici indicemmo 48 ore di preghiera continua, perché l'uomo scoprisse il camminare insieme, il positivo e non il negativo negli altri. Ci alternavamo nella preghiera notte e giorno. La seconda sera venne anche il cardinale Pellegrino; dopo un'ora di preghiera silenziosa in ginocchio, quasi per cortesia gli chiesi: “Padre, vuol dire qualcosa?”. Andò al microfono. “Quando sono diventato prete, e poi professore di università, e poi vescovo e cardinale, se mi avessero detto che avrei partecipato ad una esperienza così bella, non ci avrei creduto. Con voi stasera ho vissuto uno dei momenti più belli della mia vita”.

Un altro episodio. Il 13 maggio '73, al Palazzetto dello Sport si celebrava un pomeriggio di speranza. C'erano 6.000 giovani, in una domenica di maggio, quando tantissima gente andava al mare, se non allo stadio per Juve - Inter. Prima di entrare al Palazzetto - già si sapeva che era piena zeppo - mi guardò in faccia e, ridendo, mi disse: “Ernesto, io non ho capito se tu sei un mio collaboratore o io un tuo”. Gli risposi con un sorriso. Quando, come comunità, abbiamo lottato contro le tariffe mediche troppo elevate, diverse persone di Torino si erano lamentate con il padre, accusandoci di populismo e di forzatura della verità. Il padre, incontrandomi in Arcivescovado, con molta severità mi rimproverò: “Ernesto, questa volta avete sbagliato tutto”. Stavo per reagire rispondendogli male; poi prevalse in me l'amicizia, e con calma gli feci osservare che, secondo me, in quella nostra lotta noi avevamo ragione, perché i poveri certe tariffe non potevano pagarle e non era giusto che tanti poveri dovessero fare delle collette per pagare, e all'estero, operazioni che costavano troppo. Glielo dissi con amore, con fermezza. “Avete ragione voi - osservò dopo un attimo di riflessione - avete più coraggio di me”. Poi abbracciandomi, soggiunse: “Se andate nei pasticci, sappiate che c'è un cardinale che vi è amico”. Questa è stata l'unica volta che ho sentito padre Pellegrino usare la parola cardinale riferendosi alla sua persona.

C'è stato un tempo in cui noi eravamo senza sede; avevamo solamente un recapito postale e ci trovavamo da amici o in parrocchie che ci prestavano una sala. Una sera il padre mi chiese se potevo accompagnarlo alla stazione perché doveva andare a Livorno. Per strada mi chiese: “Ernesto, siete sempre senza sede?”. “È così, padre”, risposi. “Se vuoi, vi do la chiesa dell'Arcivescovado, perché so cosa ci farete”; e guardandomi con un grosso sorriso mi disse: “Nella casa di un cardinale è bene che capitino certe cose”. E perché potessimo essere anche coperti giuridicamente, ce la diede per dieci anni accompagnata da una lettera con i bolli della Curia. Quando volevamo approfondire il Vangelo di Giovanni, il padre accettò di venirci a fare alcune lezioni, una volta al mese; scendeva da casa sua ed entrava dalla piccola porticina della sacrestia che era adibita a sala. Erano prima di tutto degli incontri con un padre amico, con un pastore, con una persona che ci voleva bene.

Cosa ha significato padre Michele Pellegrino per il Sermig? La domanda ha un difetto. Andrebbe formulata al presente. Infatti un amico rimane tale sempre. Anzi è costantemente presente. Così posso dire che il Padre era ed è onesto, era ed è uomo di preghiera, era ed è rigido ma capace di cambiare idea, di ricredersi, di mettersi in discussione. Sono certo che oggi sarebbe diverso il suo approccio ai problemi ed alle situazioni, perché il tempo è cambiato ed i problemi e le situazioni non sono più le stesse. Di padre Michele Pellegrino va percepita soprattutto questa sua trascendenza nell'onestà, nella verità, nella preghiera. Siamo stati grandi amici per una ventina d’anni. L'onore, l'onere e l'impegno di portare il suo nome quale emblema dell'Arsenale della Pace a cui è dedicato, ci impongono la responsabilità di restare saldi nella preghiera, nell'onestà, nella verità di allora, di oggi e di sempre, al suo fianco.
Ernesto Olivero


Dalle lettere pastorali di Michele Pellegrino
Vi confido che raramente mi sento così al mio posto nel parlare - ciò che devo fare tutti i giorni e più volte al giorno - come quando mi propongo di parlarvi della preghiera. Perché? “II Vescovo (...) deve essere, tra i membri della sua Chiesa, il primo nell'orazione: nella recita della liturgia delle ore la sua preghiera è sempre fatta a nome e a vantaggio della Chiesa a lui affidata”. Vi assicuro che questo pensiero mi ritorna tutti i giorni, all'inizio della giornata, quando scendo nella cappellina per la preghiera del mattino (...). In quel momento mi sento Vescovo non meno di quando vado in visita pastorale e ricevo preti o laici. Anche perché penso che quando mi tocca di parlare, ascoltare, discutere, decidere, mi è difficile dire poi se faccio bene o se faccio male; ma quando prego sono certo di fare una cosa giusta. Dio voglia che lo sia anche il resto. (Pregare o agire? - n. 2)

Non si può davvero cavillare. Se c'è un insegnamento chiaro in tutta la Bibbia, richiamato con martellante insistenza nell'esempio e nella parola di Gesù, è la necessità, il dovere, l'efficacia della preghiera. (Pregare o agire?- n. 8) Dobbiamo pregare: ma che sia vera preghiera. Che non sia soltanto la recitazione meccanica di formule, ma un vero parlare a Dio, secondo la definizione semplice ed essenziale che S. Agostino dà della preghiera: “La tua preghiera è un parlare a Dio. Quando leggi la Sacra Scrittura, Dio parla a te; quando preghi, tu parli a Dio”. (Pregare o agire?- n. 17)

Il mondo d'oggi non aspetta dalla Chiesa piccole cose. L'incertezza, il dubbio, la negazione investono problemi essenziali dell’esistenza. Non possiamo permetterci il lusso di perderci nei particolari. (La Chiesa nel mondo, VC) I tempi nostri non sono più difficili, per chi vuol dare a Cristo una testimonianza di fede e di amore, che i tempi in cui gli Apostoli iniziarono la predicazione del Vangelo. (La Chiesa nel mondo, VE)

Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario… Senza dubbio esigenze di giustizia e di amore fraterno, che obbligano il cristiano a lavorare e a lottare per la salvezza integrale dell’uomo, impongono di adoperarsi per eliminare la miseria materiale e morale che impedisce all’uomo di vivere come uomo. Ma rimane l’esigenza di una vita di povertà intesa come riconoscimento e attuazione della gerarchia dei valori, per cui l’uomo si limita nell’uso dei beni economici al necessario, valutato con spirito di sincerità e libertà. (Camminare insieme)

È necessaria una radicale revisione
della mentalità ancora largamente dominante, secondo cui ognuno è padrone dei propri averi e ne fa quello che vuole. (Camminare insieme, n. 8) È inutile nascondersi che la pratica della povertà è tutt’altro che facile. Essa va contro istinti che s'annidano nel cuore dell'uomo (...). Questi istinti vengono continuamente risvegliati e stimolati dal tipo di civiltà in cui viviamo, tutta protesa a creare nuovi bisogni fittizi che permettano di produrre e guadagnare sempre più. Solo una visione dei valori illuminata dalla fede può ispirare e sostenere lo sforzo che è necessario per andare contro corrente. Infatti la povertà cristiana ha anche un aspetto di rinuncia volontaria e di ascesi come imitazione di Cristo che volle essere povero per arricchirsi della sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). (Camminare insieme, n. 9)

La povertà dev’essere vissuta nello spirito di solidarietà verso i fratelli
, in modo tutto particolare verso i bisognosi, così da realizzare, in quanto possibile, un'eguaglianza nel fatto economico fra quelli che sono uguali come creature e figli di Dio (cfr. 2Cor 8,13-15). (Camminare insieme, n. 9) La denuncia del peccato e delle situazioni di palese ingiustizia dovrà essere confermata dalla testimonianza personale di giustizia e di solidarietà. (Camminare insieme, n. 10)

Il diritto alla libertà fonda il dovere di usare della libertà. Usarne evitando di ricadere sotto il dominio del peccato, ma facendosi servi della giustizia; usarne per rivendicare il diritto di operare secondo il dettame della coscienza senza assoggettarci alle pretese di chi voglia imporci arbitrariamente le sue scelte senza averne l'autorità; usarne per parlare e operare con sincerità e franchezza vincendo il rispetto umano e andando contro corrente se la coscienza ce ne impone il dovere; usarne per vivere le tentazioni di un conformismo pigro e inerte che trova più comodo fare ciò che si è sempre fatto, ciò che non scontenta nessuno, invece di domandarci cosa esige da me, in questo ambiente e in questo momento, l'adempimento del mio dovere. (Camminare insieme, n. 18)

La fraternità cristiana, mentre presuppone dei valori umani di affetto sincero e di operosa solidarietà, si caratterizza per il richiamo a quella realtà di fede che illumina e ispira tutta la vita del credente in Cristo. Siamo fratelli perché figli dell'unico Padre, (...) perché siamo invitati a sedere all'unica mensa in cui Cristo si dà a noi come pane di vita. (Camminare insieme, n. 28)

 

 

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