Sermig

Agricoltura oltre la crisi

Un anno fa nasceva l’idea di dare vita ad AGRITORINO. Nel bel mezzo della crisi economica, capivamo che per creare lavoro dovevamo “tirarci su le maniche” da noi, perché non l’avrebbe fatto nessun altro, né la politica, né l’imprenditoria. Avevamo da qualche tempo delle pressioni enormi da parte di persone disagiate che bussavano alla porta dell’Arsenale alla ricerca di un lavoro. Si rivolgevano a noi perché erano senza risposte, inesorabilmente senza risposte, nonostante i Centri per l’impiego e tutte le altre risorse che si potevano mobilitare. Uno scenario sconfortante e poco piacevole. Non un incidente di percorso temporaneo, ma una situazione veramente grave e strutturale. Bisognava quindi ripartire dai “fondamentali” della nostra storia, sociale, economica, spirituale, se volevamo trovare il bandolo della matassa.

Senza voler deliberatamente scartare altri settori produttivi come la fabbrica, i servizi, l’arte, il turismo, l’agricoltura poteva essere la risposta concreta, immediata, per trasformare la disperazione e la rabbia di tanti in “pane”. Le fabbriche, molte delle quali trasferite in Paesi emergenti o chiuse, non erano più quei centri di aggregazione del lavoro umile, semplice, manuale come nel passato. Anziché arrabbiarci o limitarci a denunciare l’avidità, la corruzione e le speculazioni finanziare ci siamo messi a “fare”.

Grazie alla compagnia di amici fedeli, tenaci e generosi come Silvano, Pier, Paolo… abbiamo provato a dare gambe e futuro a questo progetto. Sapevamo che la tecnologia ci dava una mano per questa operazione. Al Sermig da anni mangiavamo il “pane dello sviluppo” che passa attraverso la tecnologia per i Paesi poveri del mondo. Lo diciamo continuamente anche ai tanti giovani che passano dall’Arsenale. Si trattava ora di riversare quei concetti da un mondo povero lontano a uno vicino a casa nostra, ormai impoverito.

Un patto tra produttori agricoli in sofferenza economica e consumatori abbindolati e sfruttati era la soluzione giusta. E lo è tutt’ora. L’incontro con Riccardo, con i responsabili del Cottolengo e dei Salesiani ci ha permesso di aprire AGRITORINO a nuovi scenari che non solo possono dare pane a chi non ha più i mezzi per il sostentamento di ogni giorno, ma soprattutto sono segno di unità tra chi è votato a lenire la sofferenza degli ultimi proprio in Torino, proprio nelle basse della Dora che molti anni fa li ha visti nascere con il sogno di trasformare in meglio la società in cui vivevano.
Unità che all’inizio di marzo si trasformerà in comitato per dare visibilità all’opinione pubblica e quindi catalizzare nuove energie, nuove possibilità di dare lavoro.

Cosa faremo dopo? Studieremo, sperimenteremo, incontreremo. Lanceremo nuovi ponti.
Creeremo nuovi “Comitati” fratelli, come quello già stipulato a Caramagna, ad opera di Luigi Miceli, per l’utilizzo di terra messa a disposizione da Osella per fare orti per persone bisognose.
Individueremo terra incolta che rimetteremo in produzione. Verificheremo nuove tecniche di produzione. Sperimenteremo nuove forme di distribuzione dei prodotti della nostra terra.
Faremo tanti corsi di formazione per i nuovi “agricoltori del 2013”.
Recupereremo tanto volontariato “senior”, persone esperte di coltivazioni, che potrà avere nuove opportunità di “restituzione” per chi si avvicina per la prima volta all’agricoltura.
Andremo nelle scuole a promuovere nuovi modelli di consumi e di igiene nell’alimentazione.
Cureremo anche l’immagine di questo nostro progetto perché possa essere positivamente percepita da sempre più persone.

Tanti altri amici, buoni e capaci, si sono già affiancati a questa iniziativa. Tanti sogni che, visto quanto si è fatto in un anno, diventeranno presto realtà. A volte mi sembra che la realtà preceda addirittura il sogno! E allora potremo anche sognare di cambiare volto alla politica con quei contenuti positivi di solidarietà e di impegno per il bene comune di cui si è svuotata. In questo percorso non siamo soli. Molti di noi lo credono veramente: stiamo facendo qualcosa che piace al Signore. Ci affidiamo alla Madonna perché ci aiuti a “piacergli” ancora di più.
Continuare su questa lunghezza d’onda dipende solo dal pensare gli altri più “buoni” di noi. In questo “piccolo”, ma essenziale, particolare ci sentiamo tutti impegnati.

Rinaldo Canalis