Oltre il male

Siria - L’intreccio della guerra civile con il sequestro di un noto reporter di guerra. 

 

Il mio carceriere mi disse che sia io che lui eravamo prigionieri. Io perché rapito, lui perché ancorato alla Siria. Io liberato sarei tornato alla mia vita, lui sarebbe rimasto sempre lì, prigioniero del suo Paese. Non posso e non voglio provare odio verso i miei carcerieri. Altrimenti continuerei a rimanere avvinto a loro, a rimanere loro prigioniero.

Il commento a caldo di Domenico Quirico, ospite del Sermig all’Università del Dialogo per la sessione 2013/2014 “La coscienza bussa alla porta e apre una strada”, spalanca una finestra tragica sulla Siria. Un pubblico attento ha letteralmente riempito tutte le sale disponibili: più di 800 i presenti, centinaia i tweet scambiati nel corso dell’incontro interamente trasmesso in streaming.

152 giorni di prigionia hanno lasciato il segno nella vita del noto giornalista, inviato de La Stampa di Torino in vari teatri di guerra, Ruanda, Somalia, Mali, Libia… e per ultima la Siria. Per lui è il secondo sequestro dopo di quello subìto in Libia nel 2011. Risponde con sicurezza alle domande dei giovani che sono sul palco con lui insieme ai due conduttori, Monica Canalis e Matteo Spicuglia. Nelle sue parole si coglie una sofferenza di fondo per una vicenda che ancora pesa: il vero nemico della prigionia è il tempo, bisogna conquistarselo secondo per secondo, per non farsi prendere dalla disperazione. Avere dei compagni di prigionia è stato fondamentale per guadagnare quei secondi: “Dovevo però rinunciare alla mia vita precedente, pensare che quella in cui vivevo fosse la mia nuova vita, come se quella di prima non fosse mai esistita”. Questa è la vera angoscia, se non si vive la dimensione della fede. I piccoli gesti testimoniano il significato della libertà: “Per me la libertà ritrovata è stata aprire e chiudere le porte, cosa che non ho potuto fare per 152 giorni”.

A chi gli domanda un parere sulle primavere arabe, risponde che sono state rivoluzioni fatte da giovani contro un sistema mummificato, immobile, senza però un progetto politico definito. Un atto vitale che però sta vivendo un riflusso dovuto alla formazione di governi islamisti composti da persone che non hanno fatto la rivoluzione, l'hanno cavalcata. Ma non è finita. In Siria i giovani che hanno iniziato la rivoluzione ora sono morti per colpa dell'Occidente che li ha lasciati soli per viltà, ottusità, miopia. Così oggi la rivoluzione è animata da 100.000 jihadisti stranieri che vogliono il califfato.

Entrando poi nel vivo del tema della serata, che pur dentro una tremenda esperienza di sequestro in un teatro di guerra cerca segni di speranza, cita un libro di Vasilij Grossman, corrispondente di guerra dell’esercito russo che seguì l’avanzata sovietica fino in Germania. Nell'inferno di Stalingrado l’autore descrive il bene raccontando l’apparente banalità del gesto di un’anziana donna russa che dona un pezzo di pane a un soldato tedesco. Un gesto gratuito verso un nemico. In Libia ha visto gesti simili, ma non in Siria. La sua conclusione è che dal male si esce solo con la “banalità del bene”, con l'amore gratuito.

Come finirà? La Siria è uscita dalla storia. Raccontare in Siria quello che accade è oggi un suicidio, nessuno può garantirti la sicurezza personale. Quando non c'è più la possibilità di raccontare direttamente quello che accade, si esce dalla storia.

Claudio Maria Picco


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