Sermig

La redazione de “La Stampa” al Sermig

Martedi 23 gennaio 2017 la redazione de “La Stampa” ha fatto la riunione di redazione in Arsenale, dando la possibilità ai giovani del Sermig di partecipare e vedere come nasce un numero del quotidiano.

“È stato interessante vedere come un efficiente metodo di gruppo permette di ottenere sorprendenti risultati in pochissimo tempo” ha commentato Giulia - una delle giovani presenti - “e come ciascuno ha una responsabilità diversa, ma si collabora per un obiettivo comune. Abbiamo imparato che per portare avanti un progetto è necessario condividere i propri pensieri e cercare di migliorarsi a vicenda, essere disposti a cambiare idea. Abbiamo imparato l’importanza del lavoro di squadra: è fondamentale l’ascolto reciproco, la coordinazione e la collaborazione, come in una piccola comunità.”

La riunione di redazione, che è durata circa un’ora, si è svolta in collegamento audio anche con la redazione di Milano e di Roma, al termine della quale è stato anche possibile visitare l’Arsenale della Pace.


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Cancelliamo l'indifferenza dalla città

L’inferno di chi vive in strada aveva il volto di un ragazzo di 18 anni.
Erano gli anni ‘80 e il suo dito puntato ci cambiò la vita. “Olivero, tu parli di pace, ma dimmi dove dormi questa notte?”. Io non capivo ma quel ragazzo continuava: “Ehi, dico a te, dove dormi questa notte?”. Non sapevo cosa dire, decisi di stare con lui quella notte e scoprii il dramma di chi dormiva fuori: decine di persone sole in condizioni estreme. Le nostre accoglienze sono nate così, ma non siamo stati i soli. Anche Torino è cambiata. Negli anni molto è stato fatto: nuovi progetti, idee, più posti letto. Eppure, in strada si continua a morire ed è una sconfitta per tutti.

Ognuno deve porsi il problema: chi ha responsabilità per migliorare; chi è già impegnato per chiedersi cosa fare di più; chi è stato fin’ora indifferente per cambiare mentalità. Il nodo è proprio questo: i servizi da soli non bastano, il volontariato da solo non basta, un posto letto da solo non basta. Serve prima di tutto commozione. Chiedersi: “Ma io, cosa posso fare?”. Siamo così abituati a delegare, a pensare che le risposte debbano arrivare dagli altri, da non accorgerci più della sofferenza che ci passa a fianco.

Lo so bene: i posti molto spesso ci sono e rimangono vuoti, tante persone scelgono la strada e rifiutano di essere aiutate, ma non importa. Di fronte a chi muore, dovremmo prima di tutto sentire il freddo nelle ossa, la disperazione di quella solitudine. Solo questa empatia può spingerci oltre, aiutarci a vigilare, a non accontentarci dei risultati raggiunti, a sentirci custodi gli uni degli altri, a pensare che dietro all’etichetta di clochard o senza fissa dimora, c’è una persona esattamente come me.

Lo scorso inverno un signore distinto ci ha raccontato di frequentare da tempo un uomo che viveva sulla panchina, sotto il suo ufficio. Un uomo che aveva avuto una vita normale, ma che non era più riuscito a tenere il passo con le difficoltà: perdita degli affetti, del lavoro, della casa, fino alla panchina come casa per non voler più dare disturbo a nessuno.

Mese dopo mese, coperta dopo coperta, il signore distinto sentiva la preoccupazione di trovare un mattino quell’uomo morto sulla panchina. Dialoghi discreti e poi la comprensione di dover lasciare da parte la mentalità efficientista per entrare nella mentalità di quell’uomo: nei dormitori non ci vado, sto bene da solo. A quel punto il signore distinto ci ha chiesto consiglio e insieme abbiamo trovato una stanzetta. Il signore distinto l’ha affittata e l’uomo della panchina ogni settimana contribuiva all’affitto con piccoli servizi di giardinaggio all’Arsenale.

Poi la decisione di restare in quella piccola casa, di proseguire il volontariato, come pure l’amicizia con il distinto signore che non si è mai girato dall’altra parte per non vedere. Ha capito la diversità di una persona ferita e ha saputo aspettare tutto il tempo necessario a che tornasse a fidarsi del genere umano.

Ernesto Olivero