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IL SERMIG E L’ARSENALE DELLA PACE

Francesco Occhetta

Quaderno 4041 pag. 261 - 270Anno 2018Volume IV
3 novembre 2018

ABSTRACT – I luoghi che si abitano raccontano sempre una storia: narrano quello che sono, ma anche ciò che avrebbero potuto essere. Come l’ex Arsenale militare di Torino che, da luogo di produzione di armamenti, si è trasformato in un’esperienza comunitaria di pace, di accoglienza e di integrazione.

Questa trasformazione è iniziata nel 1964 dal sogno di un gruppo di giovani del Sermig (Servizio Missionario Giovani) e dall’intuizione di Ernesto Olivero, che in molti ritenevano un’utopia. Quel gruppo di ventenni, nato nell’ambito dell’Ufficio missionario dell’arci­diocesi di Torino, ha come ideale quello di sradicare la fame nel mondo e sostenere i progetti dei missionari. La forza del dialo­go permette a quei ragazzi di incontrare gli ultimi e, allo stesso tempo, chi detiene ruoli di responsabilità, i maestri e i testimoni del tempo.

Il 2 agosto 1983 il sindaco di Torino, Diego Novelli, accoglie l’insistente richiesta del Sermig e decide di assegnare il primo pa­diglione dell’ex Arsenale. Quel giorno Olivero sceglie di entrare nel rudere in un modo particolare: «Avevo con me la Bibbia che mi aveva regalato il mio arcivescovo, padre Michele Pellegrino, un crocifisso realizzato da alcuni carcerati e dei libri di Luisa Manfredi King, una mia amica partigiana, non credente. Entrai così, a nome di tutti, con un sogno nel cuore: quell’Arsenale di Pace, che vedevo già fatto, sarebbe stato una casa sempre aperta, una casa accogliente, con qualcuno sempre pronto ad ascoltare, a fasciare, a consolare, a dare una carezza. Soprattutto, qualcuno che avrebbe deciso intima­mente di non giudicare mai». In quel momento ci sono solo rovine, ma l’immaginazione e i desideri dei ragazzi del Sermig sprigionano una forza attrattiva, una buona notizia, che muove persone di ogni estrazione a ripara­re quella casa.

Oggi l’esperienza respira con il polmone dell’«essere» – la Fraternità della Speranza, composta da monaci, monache, sacerdoti e laici uniti da una regola di vita, la «Regola del Sì» – e con il polmone del «fare», che va dai progetti di collaborazione e sviluppo nei 5 continenti al servizio di accoglienza delle persone più deboli e di accompagnamento dei giovani per vivere esperienze di volontariato, spiritualità e servizio. Anche i numeri, che non sono tutto, testimoniano i frutti del sogno di quel gruppo di ventenni.

L’esperienza del Sermig insegna a distinguere la ricerca della pace evangelica dal pacifismo ideologico: una proposta politica per essere nel mondo, ma non del mondo.

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