Sermig

Fede in Dio, fede nell'uomo

di Simone Margaria - Non credo di poter dire di avere fede. Infatti solo le persone che incontro, recependo le mie azioni, le mie parole e più in generale il mio essere possono riconoscere o meno in me un cristiano nel senso più proprio della parola, ovvero un seguace di Cristo, un suo discepolo. Posso dunque solo affermare di volerci provare, pur tra mille dubbi e difficoltà, cominciando dal rispondere a due fondamentali domande: che cos’è la fede per me? Come Dio entra nella mia vita?

La risposta a quest’ultimo quesito è in fin dei conti meravigliosamente essenziale: Dio interviene nella mia esistenza semplicemente dandomela. Più precisamente Dio mi ha donato un incipit e mi ha promesso un finale, lasciando che in mezzo ci fossi io, affidando a me il compito di riempire quelle pagine. E perché l’impresa non fosse troppo ardua e prevedendo le difficoltà e gli smarrimenti a cui inevitabilmente sarei andato incontro a causa della mia finitezza e della mia fragilità mi ha fornito anche l’inchiostro per scrivere, cioè l’Amore, e un modello concreto e vicino a cui ispirarmi, suo Figlio.

Questa consapevolezza non può che invadere il terreno dell’altro interrogativo: non c’è per me altra fede se non il tener fede all’atto creativo di Dio, alla sua scommessa su di me nel lottare per vivere pienamente da uomo poggiando i piedi nelle impronte lasciate da Gesù, uomo tra gli uomini, Figlio dell’uomo. C’è una frase evangelica straordinaria e poco citata, forse perché manca il coraggio di crederci veramente: “Chi crede in me farà anch’egli le opere che io faccio; ne farà anzi di più grandi” (Gv; 14,12). È una promessa sconvolgente che Gesù ha fatto e che voglio provare a vivere: essere uomo come lo è stato lui, amando e servendo chi mi sta intorno per diventare un po’ Dio e vivere, qui, il paradiso.

Certo nulla di tutto questo è semplice né in generale né tantomeno nella mia esperienza che anzi è appena ai primi incerti passi. Una mia personale difficoltà è la tendenza a restringere la realtà in rigidi schemi razionalistici, la voglia cioè di spiegare tutto e il conseguente scetticismo nei confronti di ciò che “non si vede, non si tocca”, per citare una bella canzone di Ernesto Olivero e Mauro Tabasso. Studio matematica e sono abituato a dimostrare con rigore ogni passaggio e sento sempre dietro l’angolo il rischio di non essere più capace a vivere il mistero che permette di vedere nelle cose e nelle circostanze della vita non solo quello a cui sembrano inevitabilmente destinate ma il di più che da esse può trarre solo uno sguardo capace di amare e di sognare. Da un pezzo di legno può nascere una semplice gamba di tavolino come Mastro Ciliegia aveva già razionalmente deciso ma Geppetto, entusiasta e sognatore, riesce a farne prima un burattino parlante e poi addirittura un bambino vero!

È evidente però come sia terribilmente difficile crederci davvero, mettere veramente tutto l’impegno, l‘energia e la meraviglia di cui siamo capaci nel compiere il nostro destino di uomini, ed anche quando questo accade è la nostra stessa natura finita ed imperfetta che necessariamente ci porta a fare esperienza della caduta e del male. E il male, realtà tragicamente evidente nel mondo e dentro di noi, è uno degli scogli più impervi e spigolosi da spiegare, accettare e superare.

Ma forse è proprio nel male che ci si accorge di più della grandezza di quel dono originario, perché se Dio mi ha dato la vita è perché mi accetta comunque io sia, mi viene a riprendere, si abbassa sempre un po’ di più di quanto sono caduto in basso io. Questa esperienza della misericordia è di tutti e non coinvolge direttamente solo Dio, ma anche amici, familiari e tutti coloro che hanno a cuore il nostro compimento.

D’altronde la stessa esperienza di fede necessita di modelli e accompagnatori. Nella mia fondamentali sono stati certamente i miei genitori, che mi hanno tramandato fin da piccolissimo la loro fiducia in Gesù innanzitutto con l’amore e poi col loro impegno in parrocchia e nella vita. Sono stati fonte d’ispirazione sacerdoti, teologi (come Paolo Scquizzato, recentemente ospite all’Arsenale), il Sermig che mi ha permesso di cominciare a mettere in pratica l’attenzione all’altro, ma anche e soprattutto persone incontrate sul mio cammino e foriere di sofferenze e di situazioni critiche e controverse, che mi hanno aiutato a superare gli schemi facili e bigotti di chi divide il mondo in buoni e cattivi, ancora oggi troppo radicati anche tra i praticanti.

Questa è probabilmente una delle ragioni che spiegano come sempre meno giovani siano portati a coltivare la fede, perlomeno quella consapevole. Sono convinto che i ragazzi adolescenti come me rifuggano i riti, le proibizioni, e l’ideale finto di purezza casta e immacolata ma non possano che essere attratti nella loro acerba esplosione di vita da chi più di ogni altro crede in loro oltre ogni difetto, ansia, paura o ossessione. Questo andrebbe sottolineato ai piccoli uomini che si affacciano alla fede: che c’è un Dio che non vede l’ora che si compiano nei loro desideri, che siano pienamente uomini e che vivano beati.



FOTO: TURINETTO / NP