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Missione, chi annunciare? (1/2)

Georges Rouault, Volto di Cristodi Giuseppe Pollano – Nelle riflessioni precedenti si è ricordato il desiderio di Dio che tutti noi possiamo essere felici come lui. Intanto ci fa esistere con la creazione, ma non contento di questo vuole invaderci con la sua vita. Ecco l'incarnazione.
Noi cristiani, consapevoli di questi straordinari doni, dobbiamo sentirci implicati nella missione di Dio di rendere felici tutti e collaborare a questo progetto.

Questo non accade sempre e ci siamo domandati il perché: chi non prega e contempla non sarà certamente un missionario, perché non conosce Colui di cui dovrebbe parlare.


In questa riflessione ci domandiamo chi annunciare. Già lo sappiamo, d’accordo, ma non ne siamo mai abbastanza convinti, non nel senso di dubitare, ma nel senso che di fronte a Gesù si può essere sempre più carichi di voglia di dirlo. Non si finisce mai di convincerci di Gesù.



Ipotesi e domande su Dio

La domanda su chi annunciare va collocata nel contesto della cultura di oggi. La questione di Dio affascina e tormenta l’uomo da sempre, ci sono molte ipotesi su Dio, molte domande. Ricordiamone alcune.

Dio esiste?
Alcuni rispondono in maniera esplicita che non esiste. In questo no non c’è solo una risposta intellettuale, ma anche una risposta che mette in gioco la libertà, perché questo no equivale spesso a rifiutarne l'esistenza per evitare decisioni che non si vogliono adottare.
Altri non hanno una posizione così determinata ed ostile e si rifugiano in una specie di nebbia. È il cosiddetto agnosticismo, che nella pratica si esplicita in molti aspetti che hanno una unica conclusione: non se ne può dire nulla, non si sa. Anche dietro all’agnosticismo in realtà ci sta la paura, il timore di affrontare seriamente la questione più seria.
Un altro aspetto della risposta sull’esistenza di Dio riguarda l’indifferenza religiosa, che non pone alcuna inquietudine. La nostra cultura ci abitua a dimenticare le profondità dell’anima, sotto tutti gli aspetti. Anche dal punto di vista del pensiero, della riflessione personale, dell’attenzione interiore alle cose, dell’educazione scolastica. Si vive molto di emozione, di risposte immediate, di cose più in superficie, e questo crea quella apparente apatia.

Se esiste, come è?
Una risposta identifica Dio con il mondo. Un panteismo antico come l’uomo stesso, ma è una risposta apparente, perché non è altro che cambiarne il nome. Questa mentalità è molto diffusa soprattutto nella cultura del New Age, che è una rinnovazione degli antichi panteismi. Ancora una volta è un tentativo di salvarsi da sé.
C’è poi chi riconosce che Dio c’è, che non è il mondo, ma l’essere totale, supremo, un Dio che però rimane senza volto, è un Essere supremo non meglio definito; è Jahwe (ebraismo); è Allah (islamismo); è Visnu (induismo)...

Se esiste e non è il mondo, in che rapporto è con noi?
C’è chi è convinto che Dio esiste, ma si chiede come è, che volto ha, che cuore ha, cosa pensa. La questione di fondo è in che rapporto noi ci mettiamo con lui ed egli con noi.
Molti, pur ammettendo che Dio c’è, non ritengono che si curi di noi. È una situazione di pessimismo religioso che porta tristezza, perché si pensa che Dio non ci accompagni passo dopo passo.
Oppure ancora un’altra convinzione che porta alla paura religiosa. Dio c’è, si cura di noi, ma in maniera che non possiamo capire: chissà come Dio mi tratterà, chissà come Dio mi guarda oggi.

Rispettare la persona è sacrosanto, rispettarne le opinioni sbagliate non lo è, si deve annunziare Gesù. Proprio per questo vasto pluralismo di opinioni dobbiamo essere molto attenti a non temere di mancare di rispetto accettando l’altro come è. Ovviamente ci vuole grande rispetto e tolleranza, ma non si può tacere Gesù. Non basta dunque il rispetto dell’altrui libertà, dobbiamo donare a chi ha un’opinione errata la capacità di conoscere Dio e di amarlo. Se questo dono lo teniamo per noi, questo non è missione.


Fernando Botero, Gesù e la follaAnnunci forti e gioiosi

Ci troviamo dunque di fronte a molti uomini e donne che rimangono per se stessi un problema insoluto, perché la dignità più alta dell’uomo sta nella vocazione alla comunione con Dio (cfr Gaudium et spes, 19). Dal cuore dei cristiani discepoli di Cristo devono uscire alcuni annunci forti e gioiosi, da fare nella maniera giusta, senza mettersi in un angolo a predicare. È la vita, il modo di essere che dice quello che abbiamo dentro.

La nostra missione è dunque nell’amore, che ci spinge a dire a tutti che Dio esiste
Certo che Dio c’è! Dio c’è, c'è per te, non ti abbandona mai, prova a cercarlo, anche tu lo trovi, perché lui cerca te. Bastano poche parole dette, sotto l’azione dello Spirito, però in modo gioioso, con umiltà e con convinzione e qualcuno è sempre toccato nel cuore. Questo senso di certezza profonda, che non è un entusiasmo e tanto meno un fanatismo, è una certezza calma, quieta, ma senza tentennamenti e incertezze.

Dio è Padre nel suo eterno amore (1Gv 4,8)
Questo Dio che c’è non è uno sconosciuto. Un altro grande grido del cuore è dire che è Padre nel suo eterno amore. La natura di Dio è paterna. È un pensiero che incanta, non è soltanto l’Essere perfettissimo, definizione che non tocca il cuore. Dio è tutto e sempre paterno: è importante pensarlo e contemplare Dio come il Figlio è venuto a dircelo e donarcelo.

Dio ci ha mandato il suo stesso Figlio, Gesù (Mc 1,11)
Infatti è così paterno che non si è accontentato di darci la Legge del Sinai, ci ha mandato suo Figlio perché, nell’essere figli anche noi, potessimo essere presi in quell’abbraccio che Dio può dare solo a suo Figlio.
Cosa è venuto a fare questo Figlio? Ci ha trovati una povera umanità sconvolta, triste. Gesù non è venuto perché continuassimo a vivere irritati e tristi, in grado di inventare i peggiori e più orribili misfatti, è venuto a raccoglierci nella carità e nella pace (cfr Ef 1,10). È questo il Gesù che annunciamo e lo annunciamo per questo.
Come fa a raccoglierci nella carità e nella pace? Ci libera dal male (cfr Mt 6,13). Gesù ha distrutto sulla croce il muro di separazione tra noi e il Padre, tra noi e noi. Stando con Gesù non ci sono più mura: non c’è più giudeo, greco, cristiano, uomo, donna, tutti siamo in Gesù (cfr Col 3,11).
Dunque è venuto per liberarci dal male e, umanamente parlando, dal male dei mali, la morte. Ci libera dal male non per una storia umana beata e basta, ma per il regno dei cieli (cfr Ap 21,3-4).

Questo è il Signore che teniamo nel cuore, che guardiamo, che ammiriamo e che non possiamo non dire. Dunque i credenti devono salvarsi da quello che potrebbe definirsi il mostro dell’abitudine, cioè nominare Gesù come niente fosse, invece di nominarlo come il vero amato, come colui con il quale e per il quale stiamo vivendo. Il cuore che vibra, il sussulto del cuore è il segno che si ama Gesù.
Compito importante è dunque verificarsi su come il nome di Gesù tocca il cuore e se è tiepido bisogna frequentare di più il Signore, chiedergli che il cuore si faccia più sensibile. La vita è quella che è, altri nomi possono farci battere il cuore o perché ci entusiasmo o ci fanno soffrire, non è neppure da pretendere che certe emozioni del cuore che si vivono siano solo quelle che procura Gesù, ma Gesù ci provoca un entusiasmo più profondo, più radicale.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore