Sermig

“Figlio mio, ma quanto mi costi”


Sono sempre di più i giovani che prolungano la rassicurante permanenza in famiglia, anche avendo la possibilità di una vita indipendente. E ora hanno un prezioso alleato: la Cassazione

...di Aldo Maria Valli


 



Ecco fatto. Mammoni di tutta Italia, avete vinto. La Cassazione è con voi. Avete deciso di restare in famiglia sine die? Tranquilli, nessuno vi può obbligare ad abbandonare il nido caldo e accogliente. Non importa se avete trent'anni o più, se possedete una bella laurea e avete ricevuto allettanti offerte di lavoro. Se a vostro giudizio la sistemazione che vi viene prospettata non è ancora quella giusta, nessuno vi può obbligare a fare il grande salto fuori dal nido.
 
   
 

Lo hanno messo nero su bianco i giudici della suprema corte. Tutto nasce dal ricorso presentato da un padre separato dalla moglie e stanco di pagare 750 euro ogni mese al figlio ventinovenne e laureato in legge, insomma uno pronto per il mondo del lavoro. "Caro figlio mio - ha detto in sostanza il padre esasperato - con il titolo di studio che hai puoi trovarti un posto buonissimo, che ti garantirebbe un reddito ben più alto della quota mensile che ti passo io. Ergo, datti una mossa".

Un ragionamento lineare, direi. Eppure i giudici, dopo averci pensato un po' su, hanno detto no. Secondo loro, ha ragione il "ragazzo". Infatti, se uno come lui rifiuta una sistemazione lavorativa ritenendola "non adeguata alla sua preparazione, alle sue attitudini e ai suoi effettivi interessi", è giusto che se ne stia in casa con la mamma, e che il padre continui a foraggiarlo a distanza. Sempre che le condizioni economiche della famiglia siano "compatibili con tale atteggiamento". In parole povere, se ha deciso di farsi mantenere, va mantenuto. Punto e basta.

Da tempo sapevamo che in Italia i trentenni hanno una particolare propensione a starsene in casa, coccolati dai genitori, prolungando a dismisura l'età dell'adolescenza. Mai però mi sarei aspettato che questo comportamento, secondo me preoccupante, potesse essere equiparato a un diritto. Invece è successo. E tutto sommato c'era da aspettarselo, nella patria non solo del diritto ma anche del mammismo spinto. Intendiamoci. In termini tecnici la Cassazione non ha stabilito nulla di eccezionale. Si sa che i genitori hanno l'obbligo di mantenere i figli fino all'indipendenza economica. Il problema sta in quel fino. Ed è chiaro che è un problema non tanto giuridico quanto culturale, sociale e morale.

 
 

Mi torna alla mente un ragazzo occhialuto e allampanato, che voleva fare il giornalista. Correva l'anno1977 e c'era all'orizzonte l'esame di maturità. Ma lui aveva altro per la testa. Non pensava che a trovare un giornale disposto ad assumerlo. Il fatto che avesse solo diciotto anni non lo frenava minimamente. A quei tempi un po' tutti i ragazzi ragionavano così. Si chiamava "emancipazione". Non che in famiglia quel giovanotto si trovasse male. Anzi.
 
   
 Ma qualcosa dentro di lui gli diceva che doveva trovare la sua strada. Per questo di notte faceva il correttore di bozze in un quotidiano della grande città e di giorno scriveva pezzi di sport per un giornale della provincia. A dire la verità, non sempre erano proprio "pezzi" nel senso di articoli. Spesso si trattava di raccogliere e trascrivere i risultati delle partite di tutti i campionati minori e giovanili. Ma andava bene lo stesso. L'importante era stare in una redazione…

Oggi, e lo dico con un po' di sconforto, la parola "emancipazione", che ci portava a scavalcare le montagne, è stata sostituita da un altro termine: "realizzazione". Fino a quando uno non si sente "realizzato", fino a quando non arriva l'offerta giusta, meglio stare al calduccio, dentro il nido. Niente rischi, niente pericoli, niente azzardi. Per carità. E poi, che bisogno c'è di rischiare visto che mamma e papà sono così premurosi e solleciti?

 
    
 
 
Giudicare i comportamenti altrui è sempre antipatico e rischioso. Ma quando certi comportamenti diventano un fenomeno sociale, è lecita qualche riflessione. E allora non mi sembra azzardato sostenere che in giro tira una brutta aria. Se un "ragazzo" (ma è lecito chiamarlo così anche dopo i trent'anni?) rifiuta di spiccare il volo, vuol dire che in lui prevalgono due sentimenti: da un lato la paura, dall'altro l'idea che tutto gli sia dovuto. E con questo bagaglio non si va molto lontano.
  
    
 Anche perché il problema non riguarda soltanto il lavoro. È come se i giovani cercassero un'assicurazione globale, in grado di metterli al riparo da ogni rischio. Tutto bene finché si tratta di esercitare un sano senso di responsabilità, ma a volte si sconfina un po' nel patologico. C'è come la pretesa di programmare la vita in ogni dettaglio. L'importante, ecco che torna la parola magica, è sentirsi "realizzati". Ma siccome la vita è programmabile fino a un certo punto, alla prima difficoltà ci si scopre indifesi, sprovveduti, incapaci di reagire.

Quando suggerisco di sostituire la parola "programmazione" con la parola "avventura", e di non temere gli sbagli e gli errori di percorso ma di badare alla forza dell'amore, a volte incontro sguardi un po' sperduti. Capisco che l'avventura, ormai, vive solo nei cataloghi delle agenzie di viaggio. Prezzo fisso, tutto compreso. È consigliato prenotare.

di Aldo Maria Valli