Sermig

Il cuore della coscienza

di Claudio Maria Picco

Comportamenti e scelte dettate dalla coscienza sono come i frutti buoni dell’albero del Vangelo (cfr Lc 6,17-49).

Chissà quante piante da frutto avrà visto Gesù lungo la strada che dalla Galilea lo porta a Gerusalemme. In un tempo in cui il legame fra la terra e l’uomo è forte e collegato alla sopravvivenza, tutti sono in grado di capirne al volo l’importanza. Anche lui, come tanti altri viandanti, si sarà riposato all’ombra del fico in un pomeriggio di calura, avrà ammirato i fiori del mandorlo o gustato i datteri della palma. Ma quel giorno è speciale. Dopo una notte passata in preghiera sul monte, scende giù, in pianura, con i dodici apostoli freschi di investitura. Una grande folla arrivata da ogni parte lo aspetta. Si tratta per lo più di povera gente venuta lì apposta, famiglie intere, donne, uomini e bambini, ognuno con il proprio carico di bisogni. Lo circondano, lo premono, lo toccano perché da lui esce una forza che guarisce tutti.

Poi un momento di tregua! E lui parla, insegna ai suoi e a quelli che vogliono ascoltarlo. Un discorso importante, lucido, pieno di speranza. Li vede provati e affaticati, ma li proclama beati perché, afferma, “vostro è il regno di Dio”. Sono poveri, hanno fame, piangono e sono perseguitati, ma li invita a rallegrarsi, la loro sorte cambierà. Se per caso qualcuno è ricco, è sazio e se la ride, guai, ha già arraffato quello che ha voluto e non può più ricevere “consolazione” da Dio. In quel “regno di Dio” che Gesù inaugura, un regno di pace e di giustizia, c’è posto solo per chi è misericordioso come il Padre (suo e loro), per chi dona con generosità senza aspettare ricompense, per chi non giudica, per chi addirittura si spinge ancora più in là, pronto ad amare i nemici e a far del bene a chi ti odia.

Per capire un discorso così ci vuole cuore, ci vuole responsabilità, bisogna essere consapevoli e coscienti che è proprio quella la strada giusta per cambiare le cose. Bisogna vedere la realtà come la vede Gesù e agire di conseguenza, altrimenti si rischia di cadere nel fosso. L’albero, dice Gesù, si riconosce dal frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si raccoglie uva da un rovo. È l’albero buono che produce frutti buoni. È l’uomo buono che trae fuori dal buon tesoro del suo cuore il bene.

Non siamo più abituati a scegliere il bene, ci mancano criteri e ragioni per fare il bene. A volte la coscienza, questo “organo” speciale che Gesù chiama cuore, è addormentata o peggio asfaltata. Ricordiamoci allora le parole di Gesù che, contrapponendosi al legalismo e al formalismo di alcune correnti religiose e maggioritarie della sua epoca, ha posto la centralità dell’agire morale non in azioni esterne (come facevano i farisei che si vantavano di mettere in pratica tutti i precetti della legge scritta e orale, in particolare quelli riguardanti la purità rituale), ma nel cuore dell’uomo: “Ciò che esce dall'uomo, è quello che rende impuro l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo”. Mc 20,23

Il bene esiste ed è alla nostra portata, in qualsiasi situazione, condizione, cultura. Dobbiamo solo rientrare in noi, dare spazio alla coscienza illuminata dal Vangelo e mettere in pratica, concretamente, quanto ci indica. Saremo così capaci di arginare il fiume in piena dell’indifferenza, dell’ingiustizia, della fame, della violenza, della guerra costruendo solide fondamenta sulla Roccia anziché sulla sabbia.