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La coscienza nella Bibbia

di Lucio Sembrano - NP ottobre 2013

Nella Bibbia ebraica non c'è un termine specifico per indicare la coscienza. Questo può sorprendere, ma corrisponde alla resistenza generale della Bibbia a un’antropologia di tipo introspettivo e autonomo. È Dio che rivela la verità, e l'individuo è circondato, e in tal modo anche limitato, da una comunità che ha fatto alleanza con Dio e con se stessa. L’assenza di un termine specifico non nega, ovviamente, l’esperienza della coscienza, come vedremo da una breve rassegna di testi riguardanti la coscienza del re Davide.

Per sfuggire alla furia omicida del re Saul, Davide è costretto a nascondersi nel deserto. Per sopravvivere, dovrà chiedere protezione ai Filistei e mettersi al loro servizio. Subito si aggrega a lui una banda di mercenari, che lo tratta come un capo. Ma Saul non si dà per vinto, lo insegue nel deserto di Giuda e, manco a farlo apposta, entra proprio nella grotta dove si nasconde Davide con la sua banda (1Sam 24). Senza farsene accorgere, “Davide si alzò e tagliò un lembo del mantello di Saul”. Qui la Bibbia ebraica inserisce una notazione psicologica interessante sulla “coscienza” di Davide: “Dopo aver fatto questo, Davide si sentì battere il cuore (ebr. wayyak leb Dawid otô) per aver tagliato un lembo del mantello di Saul. Poi disse ai suoi uomini: Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore” (1Sam 24,6-7). Davide, istintivamente, ha tagliato un pezzo del vestito del re, che gli servirà nel confronto successivo con lui a dimostrare la sua innocenza e il suo rispetto per l’unto del Signore. Non oserebbe mai attentare alla persona del re – e dovrà distogliere dal farlo la sua banda, che riterrebbe giustificato un tale gesto, poiché anzi è il re a voler uccidere lui – eppure il cuore gli batte forte (ebr. nakah – colpire) per quello che ha appena osato fare, e forse perché sa che, come ha preso un pezzo di stoffa dal mantello di Saul, con la stessa facilità, avrebbe potuto sbarazzarsi del suo avversario, impreparato a difendersi in una circostanza così imbarazzante. Questo solo pensiero basta a farlo tremare!

Nabal, un pastore benestante di Carmel, in occasione della tosatura del gregge si rifiuta di offrire spontaneamente un tributo a Davide che non è ancora re, ma vive come un capo-tribù nel deserto. Sua moglie Abigail, intuendo che Davide potrebbe reagire in modo violento, gli va incontro con doni, per placare la sua ira e prevenirne eventuali intenzioni omicide. Abigail gli dice: “Certo, quando il Signore ti avrà concesso tutto il bene che ha detto a tuo riguardo e ti avrà costituito capo d’Israele, non sia d’inciampo (ebr. lepûqah) o di rimorso (ebr. mikshôl leb ) al mio signore l’aver versato invano il sangue e l’essersi il mio signore fatto giustizia da se stesso. Il Signore farà prosperare il mio signore, ma tu vorrai ricordarti della tua schiava” (1Sam 25,30-31). Poi Nabal morirà d’infarto e Davide prenderà in sposa la vedova. La versione della Bibbia CEI 2008 traduce con inciampo e rimorso i termini ebraici pûqah e mikhsôl leb, che letteralmente significano rispettivamente tremolio e inciampo del cuore (1Sam 25,31).

Il terzo esempio è molto celebre. Riguarda il duplice peccato di Davide che, invaghitosi di Betsabea, moglie di un suo guerriero, Uria l’hittita, assente perché combatteva contro gli Ammoniti, non ha esitato a commettere adulterio con lei; e quando questa le ha fatto sapere di essere incinta, non ha trovato modo migliore per nascondere lo scandalo, che quello di far piazzare Uria in prima linea, dove la lotta era più accesa, e farlo perire in un attacco per mano dei nemici. Per giunta, dopo la morte di Uria, Davide prende in moglie Betsabea. È interessante notare che, in questo caso, la Bibbia non fa cenno ad alcuna reazione emotiva del re, che forse si era auto-giustificato con la ragion di stato (non troviamo il termine ebraico leb). È solo mediante l’intervento del profeta Natan, che matura in lui la consapevolezza del peccato. Natan gli racconta la parabola di un uomo ricco, che uccide l’unica pecorella del suo vicino povero per servirla in tavola a un suo ospite. Gliela racconta come se fosse un caso che esige giustizia, e quando Davide s’infuria, il profeta proferisce le parole: “Quell’uomo sei proprio tu!”. Solo allora Davide capisce, si pente e viene immediatamente perdonato: “Davide disse a Natan: Ho peccato contro il Signore! Natan rispose a Davide: Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. Tuttavia, poiché con quest’azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire”. (2Sam 12,13-14).

Come si è visto da questa breve analisi di testi, l’antropologia dell’Antico Testamento conosce un centro di autocoscienza umana, che consente all’uomo di prendere decisioni conformi ai comandamenti di Dio, indicandolo con il termine ebraico leb. A tale nozione corrisponde abbastanza bene quella greca di syneidesis (da syn – con e oida – sapere). Quando si parla di coscienza sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, si possono perciò intendere almeno tre diversi concetti, già racchiusi nel termine ebraico leb, e poi sviluppatisi nel greco syneidesis, anche mediante gli impulsi del pensiero greco-romano:
1 - l’autocoscienza, o conoscenza privata, nel senso di ciò che uno sa di se stesso (in greco, syn-eidos);
2 - una nozione più articolata, che si riferisce al dolore provato da una persona nel riconoscere di aver compiuto qualcosa di male;
3- il senso più recente e di uso comune di coscienza, come un agente autonomo, in cui risiedono le convinzioni morali, e che presiede alle azioni in conformità con la volontà di Dio.

Possiamo parlare di un’evoluzione psicologica della coscienza ebraica, di un affinamento dei suoi pensieri a partire dal tempo di Mosè. Anche se non tutti gli uomini – o gli stessi uomini non sempre, come nel caso di Davide – ne hanno una percezione ugualmente chiara, si tratta di qualche cosa di abbastanza elementare e di costante nella natura umana, sia per gli antichi ebrei che per i greci. Comandamenti come “Non uccidere”, e “Non commettere adulterio” sono stati tramandati di generazione in generazione in virtù dell’alleanza del Sinai (Es 19-20). Quando la coscienza morale d’Israele si offusca, ecco sorgere quasi spontaneamente un profeta (Natan, Amos, Osea, Isaia, Geremia, Ezechiele…) a ridestarla, e a tenere vivo presso il re e presso il popolo quel senso di vigilanza sulle intenzioni, o quella diffidenza verso la cupidigia espressa nel Non desiderare… del X comandamento.

Prevenire l’invidia, “passione triste che nasce dallo sguardo e rende l’occhio cattivo” (cf. Pr 14,30; Nm 15,39; Sir 14,8-10; 31,13) è una misura di salvaguardia per la vita della comunità. L'uomo non è un individuo isolato. La cupidigia, che nasce dal contatto col mondo esterno, si alimenta in ciascuno con quella degli altri. Per la sua debolezza davanti agli influssi ambientali e alle pressioni esercitate su di lui, l’uomo giunge ad avere desideri che diventano collettivi (in questo senso si può parlare di una cultura edonistica) e si contamina per contagio. I rimpianti degli ebrei che bramano il benessere lasciato in Egitto crescono nel singolo perché sono collettivi. Ciascuno ci mette la sua parte di lamento. Per secoli i discendenti degli ebrei entrati nella terra promessa, si volgono con invidia verso gli idoli (ebr. baalîm) cananei, per una specie di epidemia. Svelando che è in qualche modo la legge stessa a creare l’oggetto del desiderio proibito, l’apostolo Paolo ci aiuta, dal canto suo, a progredire sulla via della salvezza. “Avrei ignorato la cupidigia, se la legge non mi avesse detto: non desiderare” (Rm 7,7). La legge provoca una conoscenza, una presa di coscienza. L’ostacolo dà la misura delle forze, informa con esattezza sul limite umano, mette ciascuno in faccia alla propria verità. “Se Dio non esistesse, tutto sarebbe permesso” (Dostoevskij, I fratelli Karamazov).