Sermig

La natura si vendica

- di Carlo Degiacomi - NP maggio 2014 - 

“Prendere due piccioni con una fava” è un proverbio che esalta la bravura di chi riesce a conseguire, in una sola volta, due risultati favorevoli. Applichiamolo a due temi che ogni tanto emergono nel dibattito politico italiano: i due piccioni sarebbero il dissesto idrogeologico (quanto è disastrato il nostro territorio di fronte ad eventi meteorologici normali e/o straordinari) e i cambiamenti climatici (valutando soprattutto le conseguenze previste nei prossimi decenni anche in Italia).
Sul primo tema è stato presentato a febbraio un report nazionale; sul secondo tema è stata resa nota la seconda parte del rapporto mondiale dell’ IPCC (Intergovernamental panel on climate change), il gruppo di lavoro Onu premiato con il Nobel per la pace.

IL DISSESTO IDROGEOLOGICO
È l’insieme dei processi (dall’erosione alle frane) che modificano il territorio in tempi relativamente rapidi o rapidissimi, con effetti spesso distruttivi sulle opere, le attività e la stessa vita dell’uomo. L’Italia è definita dai geologi come un territorio fragile anche perché il 74% del territorio è montuoso o collinare.
Anche senza ricorrere a dati e rassegne stampa (Sarno, Ischia, Genova, Vicenza…) sono nella nostra memoria recente due eventi simbolo di quanto abbiamo descritto: a metà novembre 2013 l’alluvione in Sardegna (epicentro a Olbia con 440 millilitri in 24 ore); a gennaio 2014 la frana che ha travolto nei pressi di Andora l'intercity Milano-Ventimiglia.

In Italia il rischio frane e alluvioni interessa praticamente tutto il Paese (due comuni su tre): Calabria, Umbria e Valle d’Aosta sono le regioni più minacciate, insieme alle Marche e alla Toscana. Il Piemonte è il luogo con il più lungo elenco di comuni a rischio.
L’Italia è un territorio martoriato dal dissesto idrogeologico, in aggiunta al rischio terremoto con cui continueremo a convivere. Temporali normali e straordinari provocano continue frane, allagamenti, alluvioni e disagi per la popolazione. È un dramma senza fine, che è già diventato una costante nelle nostre vite. I disastri in Italia continuano ad aumentare: da poco più di 100 eventi l'anno tra il 2002 e il 2006 siamo gradualmente arrivati ai 351 del 2013 e ai 110 nei primi 20 giorni del 2014. Ad essere in gioco non è solo l’assetto del nostro territorio, ma anche la vita degli stessi abitanti.

Secondo il rapporto Ance-Cresme, in Italia dal 2002 a oggi si sono verificati quasi 2mila episodi di dissesto. Negli ultimi cinquant’anni hanno causato la morte di quattromila persone. Più di 700mila sono gli sfollati a causa dei dissesti. Tra il 2002 e il 2014 si contano 293 morti, 24 solo nel 2013. L'82% dei comuni è esposto a rischio idrogeologico e sono oltre cinque milioni e 700 mila i cittadini che vivono in un'area di potenziale pericolo. Nel 2013 la popolazione che vive nelle aree di rischio è più numerosa nel nord est (1.629.473 cittadini), seguito dal sud (1.623.947), dal nord ovest (1.276.961), dal centro (1.081.596) e dalle isole (90.794). Il rapporto parla anche del grado di rischio che riguarda i luoghi che dovrebbero essere i più sicuri: scuole e ospedali. Una scuola su dieci è in potenziale pericolo: 6.400 edifici scolastici, sui 64.800 totali presenti in Italia sorge, infatti, in un'area a rischio frana o alluvione. Lo stesso discorso vale per gli ospedali: 550 strutture si trovano in una zona a rischio. 46.000 sono le industrie che si trovano in territori a rischio idrogeologico e se si considerano anche gli uffici, i negozi e le altre attività si arriva a 460.000.

PREVENZIONE!
I danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni dal 1994 al 2013 ammontano a 242,5 miliardi di euro, circa 3,5 l'anno. Vuol dire che si risparmiano fondi perché non si fa prevenzione, ma poi si spendono cifre incredibili dopo i danni, con l’aggiunta delle vittime. Negli ultimi dieci anni vi è una costante analisi conoscitiva delle condizioni di rischio su tutto il territorio nazionale. Di qui a prendere decisioni con lo scopo di giungere a mitigazione degli eventi attraverso una politica congiunta di previsione e prevenzione c’è un abisso. Eppure i giornali a novembre scrissero: “Sempre solo sfortuna? È una tesi indifendibile!”.

Le regioni hanno stimato un fabbisogno di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio, mentre il governo negli ultimi stanziamenti ha destinato appena 180 milioni per tre anni (2014/2016). Le tasse “ecologiche” da cui ricaverebbero i fondi per gli interventi ammontano dal 1990 al 2013 a 800 miliardi di euro circa, che però non vengono utilizzati per lo scopo per cui sono raccolti. I fondi spesi effettivamente, nello stesso periodo, per interventi ambientali sono lo 0,9 %, cioè sette miliardi. Il consumo del suolo, aumentato del 156% dal 1956 a oggi, a fronte di un incremento della popolazione del 24%, peggiora il quadro dipinto sopra.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI.
L’IPCC ha presentato il secondo volume del suo Quinto Rapporto sui cambiamenti climatici dedicato a impatti, adattamento e vulnerabilità. Le oltre 2.500 pagine tratteggiano le conseguenze (già presenti e che diventeranno più critici) del clima in cambiamento nel XXI secolo. L’ondata di calore che ha prodotto 70mila morti aggiuntivi in Europa nel 2003, gli incendi che hanno devastato la Russia nel 2010, l’uragano che ha colpito New York nel 2012 sono il biglietto da visita di un possibile futuro. Senza un taglio delle emissioni di CO2 robusto e rapido, “l’adattamento sarà impossibile per alcuni ecosistemi” e il numero di affamati crescerà (25 milioni in più di bambini malnutriti sotto i cinque anni).

Scrive il tecnico Mercalli che “il 2013 è stato il sesto anno più caldo dal 1850 (0,5°C sopra la media), il più rovente dal 1910 in Australia e il più secco dal 1895 in California; in Europa centrale alluvioni a inizio giugno e caldo record (40 °C) a inizio agosto; il tifone “Haiyan” che ha colpito le Filippine in novembre è stato tra i più intensi (6.200 vittime) e il CO2 atmosferico ha toccato le 400 parti per milione per la prima volta in 3 milioni d’anni (wmo.int)”.
Lo scenario peggiore tracciato dall’IPCC prevede un miliardo di persone nella trappola delle città assetate, due miliardi in più di bocche da sfamare sul Pianeta e una produzione di mais, riso e grano che crolla del 2% ogni dieci anni. Fino a 187 milioni di profughi costretti ad abbandonare la casa per fuggire dall’acqua che avanza, fino al 9% del Pil globale risucchiato dalla lotta contro la risalita del mare.

I cambiamenti climatici toccheranno anche l’Italia portando ad un’inevitabile recrudescenza dei fenomeni estremi anche nel nostro Paese che è uno dei più a rischio in Europa. Urge un intervento innovativo per la messa in sicurezza del territorio: un piano nazionale di prevenzione per il dissesto idrogeologico, come ripetono da anni molti tecnici. Siamo in grado di scegliere azioni preventive che ci aiutino ad affrontare insieme tutte e due le questioni citate: dissesto idrogeologico ed effetti certi dei cambiamenti climatici? Ecco spiegato ciò di cui avremmo bisogno: il buon senso dei “due piccioni con una fava” che unisce i due temi. Non si sbaglierebbe di certo e si produrrebbero lavori non inventati a fini elettorali ma utili al Paese.