Sermig

La bellezza da ricreare

intervista a fra’ Costantino Ruggeri, architetto e pittore

Che cos’è l’arte, per te?
Io lavoro nell’arte per dare alla gente serenità e felicità. Questa mi sembra sia oggi la prima esigenza: avere, nella vita stressante che conduciamo, spazi di gioia e serenità che ci permettano di rientrare in noi stessi, riscoprendo i valori che abbiamo dentro. Attraverso l’arte, la bellezza, possiamo venire in contatto con Dio. Anche il papa ha ricordato di recente le parole di Dostoevskij: la Bellezza salverà il mondo. Quando si parla di «salvare il mondo», si intende «salvare l’uomo». E l’uomo lo si salva soprattutto dandogli gioia, letizia e serenità. Quindi lo scopo del mio lavoro – io penso di essere un artigiano dell’arte, uno che tenta di produrre bellezza – è creare un clima distensivo per l’uomo che vive in mezzo a traumi di ogni genere.
Se l’uomo riesce a ritrovare se stesso, sarà più facile che ritrovi Dio. E se l’uomo riesce ad andare verso Dio, questo contatto con il trascendente nell’amore con Dio diviene contatto d’amore anche con i fratelli.

Qualcuno dice che l’arte è figlia della depressione. Pensiamo a Van Gogh… C’è del vero?
Secondo me chi afferma questo è nell’errore. Evidentemente la bellezza e l’arte nascono anche da una macerazione, da un travaglio interiore, ma gli attimi di gioia che questi uomini hanno avuto sono stati enormi. Anche se nella vita hanno dovuto scontrarsi con delle difficoltà che alla fine li hanno portati ad un traguardo come quello raggiunto da Van Gogh, possiamo immaginare la gioia provata nel dipingere i propri quadri, veri e propri momenti di estasi, momenti meravigliosi...
E poi, gli epiloghi tragici non sono così frequenti nella vita degli artisti: penso a Matisse, Picasso, Rouault ad esempio...
L’arte dà gioia, eleva, esprime le esigenze più belle che ci sono nell’uomo. E il primo a goderne é proprio l’artista, anche se nella sua ricerca, in questo suo tentare il meglio e scalare l’arte produce delle sofferenze.

Ci parli della bellezza?
Penso che in noi, come sorgente nativa, c’è già una correlazione con la bellezza. Penso ai bambini, che di fronte ad un fiore, ad un albero restano incantati, come davanti ad una bestiola, un cagnolino ecc. Dobbiamo renderci conto che partecipiamo veramente a un disegno generale; non siamo delle entità a se stanti, tutto il cosmo, tutta la realtà creata forma un’unità di cui noi uomini facciamo parte. Evidentemente, queste esigenze profonde verso l’armonia che abbiamo dentro vanno poi educate, per riuscire a capire se una cosa è bella o meno. Il bello é il risultato di un rapporto armonico: le cose sbagliate sono cose disarmoniche, frustranti. Prendiamo ad esempio i colori: se non li si mescola con rapporti esatti, si creano delle disarmonie evidenti. Per questo l’istinto va educato: è come chi è sempre stato abituato a mangiar male: alla fine non si accorge più se il cibo è buono o meno.
Poi c’è chi la bellezza la trova nella matematica, chi nella scienza, chi nella fisica...

Tu parli spesso di «spazio mistico». Che cos’é?
Le Courbusier diceva che era uno spazio indicibile, cioè che non si può esprimere. Evidentemente uno spazio mistico è uno spazio in cui noi sentiamo un’emozione, un incanto; è uno spazio di poesia, è uno spazio di bellezza. E in questa emozione, in questo incanto, in questa poesia noi avvertiamo il trascendente. È lo spazio sacro o, come preferisco dire io, lo spazio mistico, perché non è soltanto uno fatto religioso, ma anche un fatto umano. Uno spazio mistico è indescrivibile, ma è comprensibile. Certe chiese invece non sono chiese, sono saloni, palestre... Manca loro quel punto, quegli elementi che danno emozione, che parlano al cuore, che fanno vibrare tutto l’uomo, che danno quel senso di riposo, di libertà, di liberazione da tutti gli affanni, da tutte le preoccupazioni terrene. Matisse diceva addirittura che quando uno entra in una chiesa che è veramente chiesa, si sente perdonato e liberato dai suoi peccati. Ecco, lo spazio mistico è questo.

Annamaria Gobbato