Sermig

Economia e fraternità

intervista di Matteo Spicuglia

“L’economia non è neutra, può uccidere e lo ha già fatto”. Stefano Zamagni non ha timore ad essere politicamente scorretto. Una vita da economista all’Università di Bologna, da studioso, per dare basi alla convinzione che non lo ha mai abbandonato: quando si perde di vista l’uomo, si perde di vista tutto. “È per questo che quando un economista mi dice: “Io sono un tecnico”, rispondo: ‘No, tu non sei un tecnico, tu sei uno che può mandare a morire la gente”.

Addirittura?
È quello che è avvenuto negli ultimi anni. La crisi economica è figlia di scuole di pensiero localizzate a Chicago e poi diffuse altrove che hanno generato quel che hanno generato. Nessuno ne parlerà mai, tutti diranno che è colpa dei banchieri, ma la colpa principale è degli economisti. Blake, Scholes e Merton sono quelli che hanno prodotto il modello matematico su cui si basano le operazioni degli speculatori, le previsioni sull’andamento dei titoli, i derivati, ecc... Non solo. Prendiamo l’Africa. Fino a 20 anni fa, gli economisti della Banca Mondiale andavano a dire agli africani la loro ricetta per lo sviluppo. Tutta sbagliata e il risultato è un continente allo stremo.

Lei sostiene da sempre che l’economia mondiale non funziona perché non fa i conti con la fraternità. In che senso?
Vedete, la fraternità è cosa ben diversa dalla solidarietà che tende a far sentire la persona che riceve l’aiuto, una che dipende da qualcuno. Intendiamoci, dare è sempre meglio che non dare, ma c’è sempre il rischio di offendere la dignità delle persone. Un fratello, al contrario, non fa sentire l’altro un dipendente, tanto è vero che chi è aiutato è spronato a reciprocare e nel momento in cui reciproca ristabilisce il livello di partenza. Se applichiamo questa riflessione ad un livello generale, capiamo che il mondo in cui viviamo non va bene proprio perché negli ultimi 150 anni abbiamo insistito troppo sulla solidarietà, dimenticando la fraternità.

Perché ci si è dimenticati?
Perché la fraternità è pericolosa, rivoluzionaria. Per esprimersi deve entrare dentro l’agire economico, non alla fine, ma durante. Il che vuol dire che io imprenditore, io studioso di economia, io lavoratore qualsiasi, io sindacalista, se ci credo, devo tradurre in pratica il principio di fraternità sempre, non dopo che ho fatto i profitti. È la logica in base alla quale non esiste alcun povero talmente povero da non poter dare qualcosa all’altro, così come non c’è nessuno talmente ricco da non aver bisogno di qualcun altro. Lo stato sociale, il welfare, costruito negli ultimi decenni è entrato in crisi proprio perché non ha capito questi concetti.

Non è un problema di soldi?
Certo, c’è un problema di risorse, ma quel modello non regge perché tende a disumanizzare. Cioè, ti aiuta nel momento del bisogno, ti offre servizi, ma non considera la tua sfera umana dall’inizio. L’umano ha le sue esigenze! Non puoi aiutare una persona nella stessa maniera in cui aiuti un cane. Al cane basta gettargli un pezzo di carne e lui è contento lo stesso, a noi no.

Di cosa abbiamo bisogno?
Di felicità. Vedete, noi possiamo cambiare anche tutte le strutture, possiamo introdurre una tassazione progressiva tale da far pagare di più ai ricchi e trasferire ai poveri, possiamo innovare sul piano della produttività, della competitività, però se tutto questo avviene a prescindere dal principio di fraternità, questa società non potrà mai sperimentare la felicità. Per essere felici, dobbiamo essere fraterni.

Il suo sembra un discorso un po’ utopistico…
No, non è utopia. Ci sono state epoche storiche in cui il principio di fraternità ha generato istituzioni economiche che funzionavano. Penso all’economia civile, cioè a quel modello di economia di mercato civile che crearono i francescani a partire dal XIII-XIV secolo: i monti di pietà per combattere l’usura, le confraternite. I francescani dimostrarono che applicare la fraternità dentro l’economia non ti fa star peggio, ma meglio. E in più ti dà la felicità.

Come si fa a trasformare in questo senso le istituzioni politiche ed economiche?
Nella storia, è sempre stata una minoranza profetica ad avviare i processi di trasformazione. A due condizioni. Una minoranza non deve abbattersi e mentre mette in pratica il principio di fraternità nel quotidiano, deve avere l’abilità di mostrare ai perplessi che quel comportamento porta beneficio, che conviene battersi per un ideale. Non è una questione di soldi. Se io sono minoranza profetica e so che tu hai bisogno di felicità – e lo hanno tutti – devo farti toccare con mano che un certo modo di comportamento aumenta non solo la mia, ma anche la tua felicità. Solo così, con gradualità la minoranza diventa maggioranza.

Ci riesce davvero?
La storia è piena di questi esempi. Pensate a Benedetto da Norcia, nel IV secolo. Era caduto l’Impero Romano, la fine di un mondo. San Girolamo gli scrisse una lettera in cui diceva che non rimaneva altro che andare nel deserto a pregare e ad aspettare la morte. La risposta di Benedetto è bellissima, gliene dice di tutti i colori: “Ma sei matto? È adesso che viene il bello! Proprio perché l’impero romano è caduto che si apre una nuova stagione!”. Nasce così la cosiddetta età delle cattedrali, il messaggio rivoluzionario dell’ora et labora, il lavoro messo sullo stesso piano della preghiera.

I giovani che ruolo possono svolgere?
Sono proprio i giovani la chiave. Purtroppo capita sempre più spesso di non ricevere risposta quando chiedo ‘Tu per chi vivi, per che cosa vivi?’. Eppure, da lì non si scappa. Educare significa tirar fuori. Io a te, giovane, devo tirar fuori quello che hai dentro e devo metterlo al servizio di un ideale. È questa la molla.