Mafia: una questione di responsabilità

di Raffaele Cantone

A Giugliano, la camorra si respirava. Non c’era bisogno di vederla. Certo, incontravi il boss fuori dal bar a ricevere i vari clienti e negli anni ’70 praticamente c’era un morto in strada al giorno. Giugliano è un paese che in poco tempo è passato da 30mila a 100mila abitanti, un paese completamente cementificato, un paese dove non c’è un cinema, una struttura vera e propria di servizi sociali. Un paradosso per la terza città della Campania, dopo Napoli e Salerno. Tutta colpa della camorra che sicuramente ha avuto un ruolo determinante nel fermare lo sviluppo: ha fatto da tappo, consentendo però a tantissime persone di arricchirsi, soprattutto col cemento abusivo, con le attività illegali, con le ecomafie.

Quando sono diventato magistrato e ho cominciato a indagare su questo fenomeno, ho scoperto una realtà peggiore di quella che immaginavo. Da giovane, avevo un’idea manichea: da un lato i cattivi, dall’altro la gente per bene. Pensavo che la criminalità fosse legata ad un manipolo di delinquenti, le mele marce, un piccolo pezzo della società che opprimeva l’altra parte. Invece, ho capito che c'erano pezzi di quelli che io consideravo i buoni che stavano dall’altra parte o comunque fingevano di essere buoni.

La forza della mafia fa leva proprio su quelli che mafiosi non sono, ma che rappresentano spesso la spina dorsale della criminalità. Sono quelli che fanno affari, quelli che forniscono soldi, quelli che garantiscono appoggi e consistenze economiche. Sotto questo profilo, ho scoperto un mondo completamente diverso da quello che immaginavo. Le mafie si muovono in una zona grigia, in un brodo di coltura in cui tanti si muovono e le mafie cercano solo di occupare spazi lasciati liberi da altri: istituzioni, corpi intermedi e anche pezzi di Chiesa e di società.

Cosa fare quindi? Prima di tutto, credo che la logica sfascista del tipo “non c’è nulla da fare”, “tanto non cambierà nulla”, sia il maggior regalo che possiamo fare alle mafie. Chi dice così accetta lo status quo, non prende posizione tra il bene e il male e di fatto sceglie il secondo. Quindi, bisogna partire da se stessi. La prima lezione antimafia viene da un atteggiamento banale: fare ognuno il proprio dovere, rispettando le regole. È importante perché le mafie proliferano proprio nei luoghi dove non si rispettano. Chiaramente, questo significa evitare tutta una serie di comportamenti che in qualche modo riguardano il fenomeno criminale.

Avere chiaro per esempio che si finanzia la mafia comprando la pasticca di ecstasy in discoteca, la droga anche leggera che tutto sommato viene considerata quasi una cosa normale e lecita, ma anche comprando i videogiochi, le borse, le griffe, i film contraffatti. Tutte queste azioni rappresentano uno strumento incredibile di finanziamento delle mafie.

Sotto questo profilo, il vero problema non è la legalità come dato formale, ma quello dell'assunzione di responsabilità. Negli ultimi anni abbiamo abusato tantissimo della parola legalità, pronunciata da persone che nella vita quotidiana si comportano in tutt'altro modo. La responsabilità invece, ti interpella, ti chiede di fare il tuo dovere, di rispettare delle regole. Un principio che vale a 360 gradi, al Nord come al Sud. Solo così si può agire, con un impegno in più: valorizzare in un'ottica di speranza le tante cose buone che esistono.

L'Italia ha una spina dorsale invisibile fatta da tante persone che in silenzio fanno il proprio dovere e malgrado tutto, consentono a questo Paese di andare avanti. Cominciamo a vedere questi esempi. Io ne ho incontrati tanti, anche nei posti dove trovavi veramente il peggio.

Tratto dagli atti dell’Università del Dialogo del Sermig


 

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