Sermig

Signornò

di Aldo Maria Valli

IL MESTIERE DEL GIORNALISTA
Ho sempre voluto fare il giornalista. È un desiderio che ho coltivato fin da bambino. Ero in terza elementare e costringevo i miei compagni a fare il giornalino della mia classe. Ho nutrito questa passione e ad un certo punto l’ho detto alla mia maestra elementare. Mi chiese: “Ma tu Aldo cosa farai da grande?”. Risposi con grande sicurezza: “Il giornalista”. Ricordo che la maestra, come fanno tutte le persone che sanno trattare coi bambini, mi prese molto sul serio e mi diede subito un’indicazione precisa: “Allora ricordati che dovrai essere sempre al servizio degli altri”. È una risposta che io non ho mai dimenticato.

Il giornalista è colui che viene a contatto con una realtà ed è chiamato a mediarla. È essenzialmente un testimone che ti dice: ho visto, ho ascoltato, ti riferisco. Nel momento in cui si pone come testimone è automaticamente a servizio dell’altro. Si mette nei suoi panni e si chiede: in che modo posso raccontare questa realtà, come posso spiegarla al meglio?
Si trova di fronte ad una serie di doveri. Il primo è quello dell’obiettività, anche se l’obiettività assoluta non può esistere in quanto esiste sempre un punto di vista. C’è una tensione dentro il comunicatore, quella di cercare di fornire tutti i dati con la massima correttezza, con la massima onestà intellettuale, perché il destinatario del messaggio possa essere informato nel modo migliore. Secondo dovere fondamentale: la chiarezza. Si tratta di raccontare realtà complesse senza banalizzarle, senza appiattirle, ma lasciando che la complessità venga fuori, possa essere percepita. Poi ci metterei qualcosa di più impalpabile che è la tensione interiore, cioè sapere che in quel momento, mentre svolgo il mio servizio, sto dando un contributo alla crescita di tutti, alla crescita di quello che noi cristiani chiamiamo bene comune.

MEDIATORE O MANIPOLATORE?
Credo che il giornalismo attuale sia percorso dal virus che io chiamo del sensazionalismo, l’esigenza di fare sempre sensazione puntando sulle emozioni più che sul ragionamento. Si pensa che fare sensazione accresca gli ascolti o il numero di copie vendute. Faccio il vaticanista e per anni e anni mi sono occupato di questo settore cercando di raccontare questo mondo nel modo più comprensibile, ma mai mi era stato chiesto: “Trova qualcosa che faccia alzare gli indici d’ascolto”. Mai. Da qualche tempo la richiesta che mi arriva è: “Devi “muovere” il servizio”. Nel gergo del giornalismo vuol dire che ti devi inventare qualcosa che susciti un’emozione particolare, da pescare in genere nel torbido, nelle realtà che si ritengono più misteriose della Chiesa. Devi andar a vedere se esistono segreti, se c’è un non detto che tu invece dovresti dire.
Se fai così, tu giornalista non sei più un mediatore, sei precisamente un manipolatore. Spesso il giornalismo attuale è fatto così! Altro che mettersi al servizio. Ti metti al servizio sì, ma del male, di realtà molto spesso inventate o manipolate o gonfiate ad arte. Ne va di mezzo la credibilità dell’informazione.

CHIESA E COMUNICAZIONE
Quando si parla di Chiesa dobbiamo pensare ad un mondo multiforme. In realtà la Chiesa è fatta di tantissimi soggetti diversi. C’è il Vaticano, c’è la Santa Sede, c’è il papa, c’è la conferenza episcopale, c’è la gerarchia, ma ci sono anche le associazioni, i gruppi, i movimenti, gli ordini religiosi, e ognuna di queste realtà comunica. In questi anni ho potuto verificare che ci sono realtà della Chiesa che hanno raggiunto capacità di comunicazione eccelse e altre realtà che ancora fanno molta fatica. In generale la comunicazione di cui io mi occupo, che è quella della Santa Sede, soffre di troppi blocchi, nel senso che avrebbe bisogno di essere più sciolta e di mettersi più nei panni del mondo dell’informazione. Tutto questo riguarda però una fascia, la Chiesa è multiforme e dobbiamo pensare che la Chiesa è di per sé comunicazione. Da parte della Chiesa gerarchica c’è stato un grande investimento nelle risorse tecniche - radio, televisioni, internet - ma non c’è stato investimento nella formazione dei comunicatori.

A TV SPENTA
Vi confesso che non guardo più la televisione. Se fosse per me, abolirei del tutto i talk show, non esco mai dall’ascolto di una di queste trasmissioni possedendo qualche conoscenza in più. Ne sono sempre uscito avvilito dalla carica di aggressività delle persone che vi hanno preso parte e sentendomi ancora più confuso di prima. In casa nostra c’è un’unica televisione che resta rigorosamente spenta al momento di pranzo e cena, quando la famiglia si riunisce, e spenta nel pomeriggio, quando è il momento dello studio. Il mio rifiuto non è una via costruttiva, ma io in questa fase della mia vita, forse proprio perché sono un operatore della comunicazione, sento il bisogno di spegnere.
Anche la radio è stata colpita dal virus del sensazionalismo e soprattutto da questa aggressività che io ritrovo in tantissimi programmi in cui le persone non si confrontano, ma si sovrappongono, non si mettono all’ascolto, ma si danno sulla voce. Non lo tollero più, mi dà fastidio. Preferisco il silenzio, mi rifugio nella musica. Trovo che la parola, alla quale io tengo tanto e che è sempre stata importante per me, stia subendo un processo di svalutazione, di svilimento che mi fa soffrire.

POTERE, POLITICA E INFORMAZIONE
Il potere in quanto tale lavora per massimizzare la propria capacità di influenza e vuole impossessarsi di un mezzo prezioso come quello dell’informazione. In questo momento l’occupazione è massima. Io, che ormai vivo da più di vent’anni nel servizio televisivo pubblico, non ho mai visto un’occupazione così invasiva, così violenta, così – direi – sfacciata. Perfino chi, come il sottoscritto, non si occupa di politica, ma di un settore come la religione che dovrebbe essere abbastanza immune da questa influenza, si trova a fare i conti con qualcuno che ti dice che cosa dovresti dire e come dovresti dirlo per servire una parte politica. Non mi era mai successo in passato. Di fronte ad una situazione come questa ovviamente il cristiano non può scoraggiarsi: noi non siamo soli, siamo all’interno di un disegno che è comunque provvidenziale, quindi mai scoraggiarsi ma capire, decriptare fino in fondo il problema.
Se la politica si permette oggi di occupare così pesantemente l’area di competenza dell’informazione, non è solo perché la politica è cattiva, ma perché dentro il mondo dell’informazione c’è qualcuno che permette che tutto ciò accada. Se ti pieghi, apri una diga. Il potere è come l’acqua che si infiltra in qualsiasi frattura. Noi operatori dell’informazione abbiamo uno strumento molto potente dalla nostra parte che è quello di dire “signornò”. Se ti chiama il politico e ti dice cosa dire e come dirlo, tu rispondi: “No”. In quel momento fai valere la tua arma più forte, che è l’autonomia.

Dagli Atti dell’Università del Dialogo del Sermig, sessione 2009/2010