Sermig

Prudenza e profezia

di Matteo Spicuglia - NP febbraio 2014

La testimonianza di un missionario in un Paese islamico. È una voce che non può parlare liberamente. Sarebbe troppo pericoloso. Marco vive da decenni in un angolo di Asia, tra i più difficili e complessi. L’esempio di don Bosco è diventato la sua scelta di vita, lo ha portato lontano dall’Italia, in nome dell’impegno per i giovani che non fa differenze. Oggi, è il responsabile di una scuola cattolica, l’unica presenza cristiana in un contesto islamico. “Quando abbiamo iniziato non è stato per niente facile”, dice sotto anonimato. “Abbiamo ricevuto le minacce di gruppi fondamentalisti che ci avevano dato una settimana di tempo per chiudere la scuola. Poi però, le cose si sono normalizzate, le autorità ci hanno protetto, ma ci siamo resi conto che avremmo dovuto usare molta prudenza”.

Come?
Da subito abbiamo voluto far capire alla gente che non avremmo fatto alcuna differenza tra ragazzi cristiani e musulmani. La scuola era per tutti! Noi volevamo solo proporre un metodo di insegnamento, in cui la dolcezza prendeva il posto del bastone, la comprensione quello della paura. Con tanta pazienza, il messaggio è arrivato. Oggi, la scuola è accettata. Per certi aspetti, ci difendono più i genitori musulmani che quelli cristiani. Questo è bello, anche perché la situazione generale invece continua ad essere controversa.

Quali sono i pericoli?
Devi vivere nascosto. Possiamo partecipare alla messa e a scuola siamo liberi, ma quando esci fuori devi fare attenzione. Capita per esempio, che in strada ti avvicinino dei bambini. Per loro è naturale, ti riconoscono e ti vogliono bene. Il problema è che se un mullah ti vede circondato da ragazzini, potrebbe accusarti di proselitismo, di usare il tuo ruolo per convertirli. È per questo che parlo molto poco in pubblico.

L’estremismo quindi è sempre in agguato…
Purtroppo sì. Ci sono anche legislazioni che non aiutano, come la legge sulla blasfemia. Puoi essere accusato di aver detto qualcosa contro Maometto e il Corano, perdendo tutto quello che hai: casa, famiglia, libertà. È un’arma che viene usata non solo contro i cristiani, ma anche tra confessioni islamiche diverse, tra sciiti e sunniti, per esempio. Bisogna pregare molto, soprattutto per le nuove generazioni.

Per avere cosa?
Molti giovani musulmani vorrebbero cambiare il corso delle cose, ma non possono. Il Corano, in ambienti radicali, diventa qualcosa di rigido. È impossibile rispettarsi, dialogare. Forse, è possibile farlo con chi ha studiato, ma non è detto. Il senso comune fa credere alla maggioranza che il mondo ideale è un mondo in cui tutti diventano musulmani. Un mondo dove non c’è spazio per le minoranze. L’ho sperimentato sulla mia pelle.

Quando?
La nostra scuola riceve aiuti dall’estero, che periodicamente vado a prelevare in banca. Ormai gli impiegati mi conoscono. Un giorno, uno di loro mi chiede: “Chi te lo fa fare?”. “Gesù”, rispondo con naturalezza. “È il profeta che anche voi conoscete che mi dice di fare del bene ai più piccoli”. Il mio interlocutore ascolta, annuisce e con sincerità assoluta, ribatte: “Bravo, ti ammiro! È bello che un cristiano faccia questo. Ma come farai ad andare in Paradiso se non diventi anche tu un musulmano?”. Capito? È pazzesco. Il tuo lavoro viene apprezzato, ma la tua persona e la tua fede no. È una mentalità irrimediabilmente chiusa. Qual è la via di uscita? Serve una rivoluzione, un cammino di crescita culturale che può partire solo dall’interno di questi Paesi. I giovani vogliono più libertà, ma devono avere il coraggio di ripensare i loro valori, aprendosi al rispetto dei diritti umani. È un cammino che richiede tempo, pazienza e piccoli passi, ma è l’unico possibile. E voi cristiani che ruolo potete giocare? Potete favorire questo processo? Bisogna essere umili. Partire e andare non con una teologia di forza, ma con la teologia del servo che soffre. Con l’unico desiderio di rimanere con loro, di condividere un pezzo di strada. La nostra forza è l’amore universale e gratuito, quello del Vangelo. Se non entri nella logica del perdono del nemico e non preghi per chi ti perseguita, non ce la fai a stare accanto ai musulmani. Non ce la fai. Impossibile farlo se non vai oltre. Per me è stata una purificazione…

Con quali strumenti?
Fondamentalmente con l’esempio della parabola del buon samaritano, che mi dice di non aver paura di uno che appartiene a una cultura diversa dalla mia. Il punto di incontro è l’umanità, solo quello. Quando vedo i bambini che di sera mangiano il cibo buttato nel retro dei ristoranti, non guardo più alle differenze. Davanti ho vite, sofferenze, umanità che mi interpellano. I colori, le culture, i costumi possono cambiare, ma il cuore è umano e quando tu ti avvicini a un cuore, puoi dialogare.

Con quali frutti?
Non importa se il dialogo porta frutto o no. Ha un valore in sé. Nel mio piccolo però ho incontrato bambini che più volte mi hanno detto: “Io vorrei diventare come te”. “Come me?”. “Sì, perché tu vuoi bene a tutti”. Capite? Ecco i miracoli che può fare il cuore.