Sermig

Speranza tecnologica

di Giorgio Ceragioli

C’era una volta l'uomo.
Viveva in un gran giardino, pieno d'alberi da frutta, e gli animali gli erano amici.
Poi peccò e fu scacciato dal giardino.
E dovette lavorare.
La fatica era dura.
Provò a raccogliere i frutti, ma questi non bastavano più.
Provò a cacciare gli animali, ma questi erano difficili da colpire e spesso uccidevano i figli dell'uomo. Cercò strumenti per estrarre dalla terra il cibo che gli era necessario.
Aveva inventato la tecnologia.


Per millenni la tenne a freno, poi essa gli scoppiò nelle mani. E scoppiò la bomba atomica.
E scoppiarono gli inquinamenti da sostanze chimiche. L’uomo, allora, ebbe paura.
E arrivarono gli ecologisti contro la bomba atomica e contro gli inquinamenti, e i più radicali ebbero sfiducia nella tecnologia. Erano un piccolo popolo che non ricordava la dura lezione del passato.
Non ricordava quando non c’era il pace-maker ad aiutare i deboli di cuore.
Non ricordava quando non c'era il computer ad aiutare i non-vedenti con la traduzione contemporanea in braille.

Alcuni fra loro, che avevano faticato nei campi, con le mani piene di calli, volevano l'ecologia, anche a costo della loro fatica, perché ricordavano i bei tempi in cui erano giovani.
Allora, il pane era odoroso. Il cancro non mieteva vittime tra i lavoratori. L’aria era fresca e non si respirava anidride solforosa. Il mare era pulito e il piombo non gonfiava i pesci.
E loro, quelli che conoscevano la fatica, volevano un mondo pulito, anche se duro; un mondo amico, anche se povero. Quelli, invece, che la fatica non la conoscevano, volevano la droga pesante e leggera, la botte piena e la moglie ubriaca: ma cianciavano lo stesso di ecologia.

Però il mondo non era più lo stesso. Perché, frattanto, erano cresciuti i bisogni e nello stesso tempo i decenni dello sviluppo erano scivolati sulla terra lasciando molti poveri sempre più poveri. La gente non si accontentava più delle candele: voleva la luce. La gente non si accontentava più di lavorare la terra: voleva studiare. La gente non si accontentava più di mangiare pane odoroso: voleva companatico.
E le guerre continuavano, le armi dilagavano e i poveri diventavano miliardi.
E allora iniziò il caos.

Le rivoluzioni serpeggiavano per le strade aiutandosi col plastico e con le P38.
L'odio era di casa mentre gli sfruttatori cercavano di sfruttare sempre di più.
E l’uomo non sapeva scegliere.
E l’uomo volle legalizzare ancora una volta l'omicidio.
E legalizzò l’aborto: se si uccidevano bambini, la gente sarebbe diminuita e le tensioni anche.
E poi cominciò a pensare a legalizzare l'uccisione dei vecchi.
E scoprì una nuova parola: eutanasia.
E allora il caos aumentò.
Molti buoni rifiutavano di uccidere. Alcuni sospettavano anche della tecnologia perché inquinava: e allora gli speculatori politici si unirono a loro contro le centrali atomiche, contro l'inquinamento. E il mondo fu sulla soglia del disastro.

Questa è la storia di ognuno di noi: è la nostra storia.
Siamo noi che siamo sull’orlo del disastro.
Abbiamo perduto anche la speranza di un progetto da proporre a tutti gli uomini.
Abbiamo sfruttato la tecnologia e adesso la vogliamo buttare, quando invece ne abbiamo bisogno, immenso bisogno, per un progetto di speranza che dia nuovi sbocchi all'umanità, che le impedisca i crimini più nefasti e lo smarrimento di ogni morale in nome della sopravvivenza collettiva oltreché personale. La tecnologia è stata faticosamente conquistata dall’uomo che aveva bisogno di essere aiutato. Da molti secoli è servita a liberarlo dalla fatica. Da alcuni decenni gli ha fatto intravedere una nuova vita di serenità. Da pochi anni lo attanaglia di angoscia. L’uomo se ne rimpadronirà per usarla di nuovo come strumento di liberazione. Non è l’atomo che è cattivo, ma l’uso che se ne fa. Non è la chimica che è cattiva, ma l'uso che se ne fa.

La tecnologia può aiutare la liberazione (se l’uomo vuole liberarsi) dall’egoismo, dalla violenza, dalla sopraffazione, dallo sfruttamento. La tecnologia può essere strumento di speranza. Di speranza per l’oggi e per il domani.
Può aiutare a dare energia a chi ne ha bisogno per estrarre l’acqua da bere, per dissalare il mare, per irrigare la terra, per muovere le industrie. Può aiutare chi soffre di un handicap fisico, chi è malato, chi teme la morte improvvisa. Ma bisogna aver fiducia nell’uomo e nel suo strumento, la tecnologia: bisogna usarla fino in fondo; bisogna studiare e faticare per piegarla ad usi di pace e non di guerra, di sviluppo e non di sfruttamento. Essa può far sperare di rompere i limiti terrestri che costringono l’umanità ad una lenta agonia sul pianeta dalle risorse limitate e su cui la vita inevitabilmente si spegne. Essa può aiutarlo a muoversi nel sistema solare per rompere l’isolamento e per cercare nuove energie e nuove risorse.

Col suo aiuto possiamo sperare di espandere la vita, l'amore, la verità, senza paure drammatiche per la sopravvivenza, nella tranquillità di poter dare pane a tutti, libertà a tutti, dignità umana a tutti.
Ma tecnologia è impegno, fatica, ricerca, volontà di riuscita: impegno per le speranze immediate dei poveri d'oggi e per le speranze future di un'umanità in espansione e non in autolimitazione.
Un’umanità fiduciosa nel futuro e non ripiegata a respirare lentamente per sopravvivere qualche anno di più.