Sermig

Cari parenti

intervista a Pietro Paolo Donadio, primario di rianimazione

L’alleanza terapeutica come si vive in un reparto di rianimazione?
La si vive principalmente con i familiari, perché nove volte su dieci i pazienti non sono coscienti, entrano senza averlo scelto. Comunque si fa in modo che la loro coscienza - se non è necessaria per collaborare alle cure - sia sufficientemente attenuata da non vivere il dolore, fisico e psicologico. La mission della rianimazione, in effetti, è transitoria: mantenere viva una persona per il tempo ragionevole nel quale possa essere curata e guarita. Coloro che vi entrano al 70 - 80% escono vivi (nel mio reparto abbiamo 60/70 morti all’anno su 400 pazienti). Purtroppo, si possono anche verificare drammatiche situazioni di dipendenza perpetua da una macchina o uscite in stato vegetativo che prima della rianimazione non esistevano.

Come si fanno allora le scelte rispetto alla sedazione ed alle terapie?
Il primo è certamente uno dei nostri punti interrogativi. Quello che si sceglie di fare, alla fine, è: nel dubbio, ti sedo. Se ti ho conosciuto prima, o qualcuno mi dice che saresti più contento di sopportare più disagio due ore al giorno per entrare in relazione consapevole con quelli che ti vengono a far visita, non è un problema. La mia priorità però è che il paziente non contrasti l’azione del ventilatore. Una volta risolto quest’aspetto, quanto ti tengo sedato? Lo faccio perché ritengo che per te essere qui, con altre persone intorno, con tutti i bip, i lumini ecc. sia una situazione angosciante e preferisco farti dormire, o perché se dormi non mi poni richieste d’assistenza che da sveglio mi porresti?

Un altro problema poi è la scelta delle terapie. Sono applicate: - in base al timore che qualcuno adombri un’omissione se non si applicano (è la deformazione della medicina difensiva)? Oppure: - in base alla relazione che si crea con la famiglia: se la famiglia percepisce credibilità, attenzione, accoglienza in chi lavora, si può spiegare che esisterebbero ancora le terapie A, B e C, ma che si ritengono accanite ed inutili. Su questo filone ci sono due patologie. Una delle famiglie: l’incapacità ad accettare la morte, per cui si chiede di tutto e di più. L’altra, nella formazione a dover dare sempre una risposta positiva ed attuativa, propria del medico, anche lui spesso inconsapevole del fatto che nella morte di un paziente vede la propria (e mette in gioco tutte le sue risposte).

C’è un progetto di contenimento nella relazione con la famiglia?
Piuttosto che da un progetto, una buona relazione nasce dalle persone. Molti di noi hanno scelto modelli organizzativi con una figura di continuità. Ogni rianimatore non può non interpretare in termini soggettivi la situazione del malato. Se parla ogni giorno con una persona diversa, la famiglia si disorienta. Allora si crea una figura - aiuto di settimana - che lavora i sette giorni di una settimana e dà le notizie, in modo che la famiglia per una settimana veda sempre la stessa persona. A fronte di questo, bisogna chiedere alla famiglia che abbia le notizie una sola volta al giorno.

Nei colloqui ripetuti si comincia reciprocamente a conoscersi e questa continuità diventa anche terapeutica. Se si va a vedere il numero di contenziosi di un reparto, non sono mai in rapporto con l’abilità tecnica - le persone normalmente non sono in grado di valutarla - ma con l’attenzione alla relazione. La bellezza del nostro lavoro non è smanettare con il ventilatore, è accudire le persone. Con la famiglia si trova il modo di dare un senso al tempo che vive: o attendere una ripresa o prepararsi insieme ad una perdita.

Con i colleghi come si costruisce il lavoro di squadra?
Se prendete i turni della settimana di un reparto e fate un’indagine retrospettiva degli ultimi 10 anni, alcuni medici sembrano fortunatissimi, perché a loro non muore mai nessuno. Da questo invece si può capire chi fa accanimento terapeutico. Quando il sig. Rossi è seguito dall’aiuto Bianchi, in qualche modo sopravvivrà, finché arriverà il turno del dr. Verdi - che ha un rapporto più sereno con il morire degli altri - il quale non lo ucciderà certo ma non aggiungerà cose su cose, perché sa che non ha più senso. Altrettanto grave sarebbe se un medico avesse moltissime morti. Chiunque quando è solo in reparto è di fronte alla propria coscienza, ma ci dev’essere una maturazione di tutto il gruppo, per cui poi noi ti lasciamo la consegna che, se si verifica una certa circostanza, noi siamo tutti d’accordo di comportarci in un certo modo. Anche la decisione di attenuare i trattamenti (che non è sospendere) dev’essere collegiale.

Come cresce l’uomo, la donna medico rispetto al rapporto con la morte, propria e degli altri?
Se va bene, cresci in una vita. Io posso rispondere con le categorie del credente e con il fatto che fare questo lavoro mi sta cambiando dentro. Cominci con l’illusione di studiare una cosa che serve al bene degli altri. Poi entri nel mondo del lavoro e la tua priorità per un certo numero di anni è diventare bravo. Hai bisogno di distaccarti dalle componenti emotive e di acquisire le tecniche. Provi un senso di onnipotenza, impari azioni determinanti nel salvare la vita. Poi, man mano che ti stabilizzi, cresce la tua maturità umana.

Adesso, dopo 35 anni di lavoro, la cosa che mi piace di più è fare il consolatore delle famiglie, stare loro vicino. Alla fine tra una rianimazione in cui tutti sono bravissimi e un’altra in cui tutti sono ordinariamente bravi, le differenze di risultato sono abbastanza esigue. Mi importa di più che si sia trovata dell’umanità, un senso. Loro sono il Cristo che incontro io, io vengo qui per voler bene a questa gente. Questo aspetto diventa prevalente, nella misura in cui l’esperienza e l’età ti consentono un equilibrio tra un’identificazione che ti distruggerebbe in sei mesi ed un’estraneità che ti rende un uomo che non è un uomo.

In reparto poi ha moltissima importanza lo stile di governo: certi concetti li fai passare con pochi discorsi e con un atteggiamento. Noi non abbiamo nessun potere sui nostri sottoposti, però loro hanno perfettamente presente cosa per il responsabile ha più importanza. Se chi governa prenderà più sul serio la lamentela di una famiglia - sui modi, i toni, i ritardi - rispetto alla lamentela di un infermiere su qualcosa di più tecnico, pian piano il messaggio passa. Solo un esempio: se viene una persona in cerca di un familiare, è spinta da una preoccupazione infinita. Non basta dirle “non è in questa rianimazione” (l’ospedale in cui lavoro ha 12 rianimazioni); fai tre telefonate, lo trovi e le indichi la strada… Se lo faccio io un certo numero di volte, poi lo fanno anche gli altri. Queste sono le cose importanti.