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Passione e professionalità

- di Renato Bonomo - 

Se è vero che la scuola sta vivendo un momento difficile, è altrettanto certo che i docenti non se la passano bene. Anche loro sono coinvolti nella generale crisi dell’istruzione e sono oggetto di critiche importanti come quella di non saper coinvolgere gli studenti e comunicare con loro. Molti studenti sognano di avere professori appassionati e anticonformisti come quello dell’ “Attimo fuggente”, o, per fare un esempio più recente, come Benigni che ha emozionato tutti recitando e commentando alcuni passi della “Divina Commedia”. Non è sbagliato avere dei desideri come questi e di certo non li respingo ma, forse, ritengo opportuno fare delle precisazioni che possano completare il discorso. La passione è la dote principale per un buon insegnante?

Essere appassionato è necessario ma non sufficiente. È fuor di dubbio che ogni insegnante dovrebbe amare la disciplina che insegna. Ma la passione è precedente all’insegnamento in quanto è un fatto del tutto personale. Chi insegna non è nato docente ma lo è diventato e prima di diventarlo è stato studente a sua volta. Sicuramente si sarà appassionato di qualche materia così tanto da continuare a studiarla anche all’università. Nel mio caso l’amore per la storia ha avuto il sopravvento su tutto anche sulle prospettive di un futuro sbocco professionale. Ho studiato all’università prima di tutto per me, perchè pensavo che la storia potesse darmi degli strumenti importanti per capire me stesso e la realtà che mi circondava. Solo dopo è venuta la scelta dell’insegnamento, quasi come una naturale conseguenza: non mi bastava più tenere questo amore per me ma volevo, per quanto mi fosse stato possibile, coinvolgere i ragazzi nello studio di questa disciplina, trasmettendo loro quanto fosse importante lo studio nella propria formazione. In questo senso la passione è stata – e continua tuttora ad essere – il motore della mia azione didattica. Ma mi sono anche accorto che da sola non basta.

In “Bocca di Rosa” De André canta: “Ma la passione spesso conduce a soddisfare la proprie voglie senza indagare se il concupito ha il cuore libero oppure ha moglie”. La sola passione se non è accompagnata da professionalità rischia di far perdere di vista la realtà. Se seguissi solo la mia passione rischierei di proporre agli studenti solo quello che mi piace e in cui riesco meglio. Ma in questo dimenticherei la funzione primaria dell’insegnamento che mi impone di essere responsabile nei confronti dei miei ragazzi: i miei studenti non sono tanti me stesso clonati, non sono nati, nel mio caso, per fare gli storici o i filosofi, non sono tenuti ad appassionarsi delle cose per cui io mi appassiono. Sono delle persone che, anche se mi somigliano, sono altre da me. Il mio compito non è quindi quello di plasmarli a mia immagine e somiglianza, ma aiutarli a crescere mettendo a disposizione la più ampia gamma possibile di strumenti culturali che li possano accompagnare nella crescita. Mi rendo conto che il confine tra i due atteggiamenti è labile, se non ambiguo. Ma è la professionalità che mi richiama costantemente ad interrogarmi sul mio operato: sto soddisfacendo il mio ego dimenticando le esigenze e le diversità dell’altro oppure sto ponendo la mia passione al servizio dell’altro, come occasione per comunicare con lui prima di tutto mediante emozioni e poi con nozioni?

Per quanto gli adolescenti si sentano autonomi nel pensare e per quanto la scuola sia in crisi, è importante ricordare che gli insegnanti conservano un ruolo importante nella formazione del pensiero degli studenti. È necessario allora che gli insegnanti continuino a sentire la grande responsabilità educativa che li riguarda a meno che vogliano formare degli specchi che riflettono solo le prime forme che incontrano e non delle persone.