Il trasformista: locomotive e vagoni

di Arturo Brachetti – NP giugno/luglio 2013

A vent’anni avevo un sogno: montare un numero di magia e diventare un artista di music hall a Parigi. Era il 1979, lavoravo a Torino come portiere di albergo. Non avevo nulla da perdere. Mi licenziai, usai tutta la liquidazione per realizzare i costumi e partii. “Al massimo, - dicevo tra me e me - se non mi prendono torno indietro”. Mi presentai così al Paradis Latin e dal momento che ero l’unico artista al mondo a fare le mie trasformazioni, mi presero immediatamente. Tuttavia, non andai in scena subito. C’erano aspetti del numero da migliorare, come la musica e le scenografie. Così mi hanno assunto come attrezzista, a teatro. Pulivo il palcoscenico, attaccavo i manifesti, insomma ero l’ultima ruota del carro. Tra una pausa e l’altra e quando il teatro era chiuso, però, potevo provare il mio numero da dieci minuti. Ho fatto così per settimane, con nuove musiche, con una nuova scenografia. Dopo due mesi, il capo volle vederlo. Il suo commento: “Bene, tu cominci stasera”. E così ho cominciato. Era la notte di Pasqua del 1979. Ricordo che andai nella cattedrale di Notre Dame ad accendere una candela. Finalmente ero arrivato là dove sognavo di essere!

Avevo perseguito la mia vocazione, sogno, viaggio, traguardo e questa consapevolezza mi ha aiutato a sentirmi meglio, a essere più felice di molti altri coetanei. Sia chiaro: per esserlo non conta arrivare sempre primi. Se lo facessimo, non ci sarebbero più i secondi. L’importante però è mettersi in viaggio. Io credo che al mondo esistano le locomotive e i vagoni. Servono entrambi, perché una locomotiva che non porta niente è inutile e un vagone da solo non va da nessuna parte. Tutti e due però sono in movimento. Ecco, un giovane deve decidere cosa essere.
A venti anni, bisogna capire se si è in grado di creare cose più rischiose, più faticose, per portare dietro di sé altri o se si ci si sente meglio a seguire il sogno di qualcun altro. Locomotiva o vagone, appunto.

Non c’è niente di male a svolgere uno dei due ruoli, perché si è sempre in viaggio. La grande fregatura di oggi è che c’è gente che si ferma prima, che non parte affatto, che preferisce rimanere parcheggiata, che dice: “È inutile, la meta è troppo lontana, non la raggiungerò mai”.
Invece, bisogna rischiare. Se ti lamenti perché non vinci mai alla lotteria, ma non giochi, cosa vuoi? Stessa cosa, se vai alle audizioni sentendoti uno sfigato, puoi stare sicuro: non ti prenderanno mai! A me capita spesso per lavoro: vedo ballerine, ballerini, attori, che si presentano senza crederci più. Mi viene da dire: “Se sei tu il primo a non credere in te, perché dovrei farlo io?”.

Bisogna mettersi in gioco, sacrificare anche qualcosa. Uno magari dice: “No, non parto o non faccio questa cosa perché ho la fidanzata”. Va bene, ma la fidanzata la recuperi e se ti vuole bene, ti aspetta. Se devi scegliere tra la fidanzata e il tuo ideale, cosa fai? Devi scegliere, anche perché magari scopri che è proprio la fidanzata il tuo ideale. Io lo dico sempre: “Meglio un ottimo padre di famiglia che un artista mediocre!”. Al di là di tutto, dobbiamo crederci e capire che l’ottimismo si vede. Si vede se uno crede nelle proprie idee, se è pronto a difendere i propri sogni in una certa maniera. Ed è questo che conta!

Tratto dagli atti dell’Università del Dialogo del Sermig

 

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