Aiuto ho perso il lavoro

di Marco Grossetti - NP novembre 2013

Francesco Campione, docente di Psicologia Clinica alla Facoltà di Medicina di Bologna, è il fondatore e il responsabile dell’Istituto di Tanatologia e Medicina Psicologica e dell’Associazione Rivivere, un progetto nato per aiutare persone e famiglie che subiscono un lutto, attraverso un percorso completamente gratuito di supporto psicologico. Dalla richiesta di aiuto di alcune persone rimaste senza occupazione, all'interno del Progetto Rivivere è nato il Servizio Primomaggio, per aiutare tutte le persone che dopo avere perso il lavoro si ritrovano a convivere con il rischio di incorrere in depressione, senso di fallimento, insicurezza grave rispetto al futuro, senso di colpa nei confronti dei familiari, soprattutto dei figli.

Come è nato questo progetto?
L’idea è nata dalla richiesta d’aiuto al servizio psicosociale gratuito per il lutto di una signora che era stata licenziata e si è rivolta a noi dicendo: ”Ho perso mia madre e ho superato il lutto, ho avuto un cancro al seno e ho superato il lutto, ora che ho perso il lavoro non ce la faccio da sola. Voi che aiutate le persone in lutto forse potete fare qualcosa per me”.

In che senso la perdita o l’assenza di un lavoro può essere considerata come un lutto per una persona?
Il processo di crisi psicologica che s’innesca quando si subisce una perdita è sempre lo stesso. Il processo di “elaborazione” è un lavoro psicologico tendente a superare gli effetti della perdita: dolore per il legame spezzato con “ciò” che si è perso; rabbia e colpa per la perdita subita; riorganizzazione della vita tenendo conto della perdita.

In che modo cercate di aiutare nella rielaborazione di questo lutto le persone che si rivolgono al vostro servizio?
Chi perde il lavoro può essere aiutato psicologicamente secondo un percorso individuale basato sulla comprensione empatica del significato che il lavoro ha per lui o lei, ma sempre favorendo l’aprirsi di una prospettiva temporale che renda meno emergenziale e distruttiva la ricerca di un altro lavoro. E’ la trasformazione della crisi per la perdita del lavoro in un’occasione di crescita personale e umana che rende più facile trovare un'altra occupazione, quando si riesce ad avere la pazienza di cercare senza distruggersi nell'attesa.

Il dato Istat sulla disoccupazione giovanile nel mese di agosto 2013 è superiore al 40%. Quanto è difficile per i giovani progettare il proprio futuro in questa situazione?
Progettare il futuro per un giovane è oggi difficilissimo, data la scarsità di lavoro, ma diventa impossibile se la situazione economica oggettiva “uccide” i desideri e i sogni facendo prevalere l’insicurezza rispetto al futuro. Nel nostro servizio cerchiamo di “legittimare” i giovani a cercare il lavoro che desiderano anche quando sembra impossibile riuscire nell'immediato.

Oltre che per la persona, la perdita di un lavoro sconvolge l’intero sistema familiare. Come cambiano le relazioni all’interno di una famiglia dove qualcuno rimane senza lavoro?
La perdita del lavoro rappresenta un cambiamento importante e può determinare una crisi della famiglia e delle relazioni di chi perde il lavoro. In tal caso l’aiuto non sarà solo individuale ma dovrà riguardare le relazioni per supportarle in modo che l’amore, l’amicizia e la solidarietà siano più forti dell’insicurezza, della precarietà e dell’umiliazione che talvolta si accompagnano alla “povertà” derivante dalla disoccupazione.

Cosa fare per evitare che la perdita di autostima e il senso di fallimento in chi perde il lavoro, non diventino croniche nella persona sino a sfociare nella depressione e nella percezione del futuro come una minaccia e non come una promessa?
Per evitare che la perdita dell’autostima e il senso di fallimento che accompagnano talvolta la perdita del lavoro si cronicizzino e diventino depressione, è necessario aiutare chi perde il lavoro a dare valore e senso alla propria vita e a se stessi in quanto persone, la cui dignità non dipende interamente dal lavoro.

Dagli ultimi dati dell’Istat, riferiti al secondo trimestre del 2013, emerge come ci sono in Italia 6 milioni di persone potenzialmente impiegabili che non lavorano. C’è la possibilità che ci sia un peggioramento nelle relazioni tra le persone per la paura di rimanere senza lavoro o di non trovarlo?
In tre anni abbiamo aiutato circa duecento persone rispetto a migliaia di altre che a Bologna hanno perso o rischiano di perdere il lavoro. Se i disoccupati cominciassero a chiedere di più aiuto, avremmo bisogno di altre persone che facciano il nostro lavoro e si innescherebbe un processo virtuoso che indurrebbe le istituzioni a sostenere questo processo, gratuitamente e in regime di sussidiarietà come avviene per il Progetto Rivivere. Aumenterebbe la solidarietà per chi perde il lavoro e si creerebbero tante nuove opportunità per chi li aiuta a non distruggersi mentre ne cercano un altro. A causa del protrarsi della crisi e della carenza di lavoro, penso che sia più probabile una depressione collettiva piuttosto che uno scoppio di rabbia sociale, dato che la rabbia per la perdita del lavoro è in grande parte una rabbia impotente, suscettibile di provocare comportamenti autodistruttivi piuttosto che distruttivi, ed infatti sono proprio i suicidi gli effetti più drammatici.


 

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