Generazione 2.0

di Marco Grossetti

La nuova sfida del mondo dell’informazione: abitare gli spazi virtuali per continuare ad esistere e per raccontare ai giovani il mondo reale. 

NEL CESTINO

Selma ha diciannove anni
. Quando frequentava la prima superiore tutte le mattine, mentre andava a scuola, leggeva il giornale, anche se era solo uno dei quotidiani che venivano distribuiti gratuitamente all’ingresso della metropolitana. A Selma interessava solo una pagina: andava dritta dritta fino a quella dove c’era l’oroscopo. Leggeva subito la giornata prevista per il suo segno zodiacale, il sagittario e dopo, anche quella di tutti gli altri per poter dire di essere veramente informata. Poi a finire diritto dritto nel cestino era il giornale, che oramai non serviva più a niente e a nessuno.

Oggi, quando a casa le capita di guardare il telegiornale perché lo sta seguendo la mamma, davanti a tutti i disastri che vede diventa improvvisamente triste. Quello che succede nel mondo preferisce non saperlo nemmeno: fino a quando funziona la connessione, Selma sta delle ore su Facebook e va su Youtube per ascoltare le sue canzoni preferite. Che parlano del suo futuro, non le raccontano soltanto che tutto è difficile, praticamente impossibile, come fanno i telegiornali, non le riempiono la testa di problemi, problemi e ancora problemi. Le fanno vedere anche come potrebbe essere, la aiutano a sperare in qualcosa di nuovo. Parlano di lei. Un futuro che può essere migliore o anche peggiore del presente. Questo non importa. Comunque il suo futuro, comunque la sua vita, comunque qualcosa che la riguarda. Proprio come quello che c’è scritto nell’oroscopo.

PRESS DIVIDE

Selma dice che i giornali non parlano mai dei ragazzi e delle ragazze come lei
 e del loro futuro perché si occupano soltanto della crisi. Il problema è che non si sono accorti che oltre a smettere di parlare dei giovani, hanno anche smesso di parlare ai giovani. Il rapporto 2011 del Censis sulla comunicazione, “I media personali nell’era digitale”, spiega come l’Italia sia oramai un Paese spaccato in due: quelli che leggono ancora i giornali e quelli che non lo fanno più. Il 45,6% della popolazione italiana è oramai completamente estranea ai mezzi a stampa e si informa esclusivamente attraverso uno schermo. Quello del computer o quello della televisione, gli unici a mettere ancora d’accordo davvero tutti. Una divisione che più che culturale o sociale sembra essere essenzialmente generazionale: sono i giovani come Selma, quelli immersi nella nuova dimensione digitale, a vedere il mondo reale attraverso una prospettiva completamente diversa da quella dei loro padri. Il rapporto del Censis mette in evidenza come il 69,2% dei giovani si informi guardando i telegiornali, il 65,7% attraverso i motori di ricerca su internet come Google, il 61,5% con Facebook che, oltre ad essere un mezzo di comunicazione, sta diventando per tantissime persone anche la principale fonte di informazione. Solo il 33,5% dei giovani intervistati ha detto di sapere cosa succede nel mondo leggendo ancora i quotidiani. 

BORN DIGITAL

Una storia, come racconta nel suo ultimo libro la giornalista del Messaggero Marida Lombardo Pijola
, “cominciata non troppo tempo fa, in un paese remoto di cui sappiamo poco, che ha un nome breve e tronco, web. O forse era cominciata molto prima, in giorni più lontani, in luoghi più vicini, però non ce ne siamo accorti”. Loro sicuramente sì. Ha scritto Paola Mastrocola che “i ragazzi sguazzano in questo universo, lo dominano: sono i signori del Web. Sono i “born digital”, l’“internet generation”. Una nuove stirpe di umani”. Che guarda il mondo con occhi diversi.

Il “Reuters Institute Digital News Report 2012”, rapporto pubblicato dal centro di ricerca dell’Università di Oxford, afferma che il 44% dei giovani in Gran Bretagna si informa direttamente con i “social network”. Come sapere che cosa succede nel mondo senza uscire neanche da Facebook. Che oltre ad essere oramai il primo pensiero che al mattino li sveglia e l’ultimo desiderio che la notte li culla, è diventato anche il primo giornale che leggono. Probabilmente, l’unico. Lo stesso rapporto, che ha coinvolto anche i cittadini di Danimarca, Francia, Germania e Stati Uniti, ha scoperto che sei giovani su dieci di questi Paesi utilizzano internet per essere maggiormente coinvolti o esprimere un’opinione personale su questioni politiche, e che il 71% dei giovani ogni settimana scelgono di condividere una notizia con gli amici lo fanno sempre attraverso Facebook.

MI PIACE

È la dura legge del web a cui hanno dovuto sottostare anche tutti gli altri media
 per avere qualcuno a cui continuare a raccontare le loro storie: quotidiani, riviste, emittenti radiofoniche e televisive. Anche loro ad un certo punto si sono accorti che qualcosa stava cambiando: oramai non sono soltanto i giovani come Selma a sentire l’obbligo sociale di avere il proprio account su Facebook, con il maggior numero possibile di amici e di click sull’icona mi piace. Ce l’hanno anche i personaggi dello spettacolo, le imprese e le associazioni, i partiti politici e le squadre di calcio. E i media: in un mondo dove tutto è connesso e collegato, stare fuori dalla Rete è un rischio che nessuno può permettersi di correre, soprattutto loro. Perché tutto quello che giornali e tv scrivono e raccontano diventa notizia solo se viene commentato, linkato, clickato su Facebook. Così, anche chi prima guardava i “social network” dall’alto in basso, ha dovuto scendere sulla piazza virtuale per rimanere in vita: tutti i quotidiani oltre ad aprire la loro pagina di Facebook e di Twitter, sono stati costretti a rinnovarsi ed aggiornarsi per fornire al pubblico applicazioni dei loro prodotti per tablet e smartphone. È l’unica speranza che hanno per riuscire a parlare ancora con Selma e tutti quello come lei.

I CARE

Un articolo apparso sull’ultimo numero di Internazionale
, tratto dalla rivista americana Newsweek, sottolinea come, dalle indagini di diverse Università e centri di ricerca nel mondo emerga che per colpa di un cattivo utilizzo del web staremmo diventando tutti un po’ più pazzi, stupidi, soli, tristi e depressi, con lo sviluppo di patologie e disturbi psicologici in un’ampia fascia della popolazione, sino ad arrivare in alcuni casi ad una vera e propria dipendenza da internet. Ma sono tante anche le ricerche e le storie che dicono esattamente il contrario, raccontando come la vita reale di molte persone sia migliorata anche grazie a quella virtuale. Il web è un contesto nuovo dove quasi sempre i piccoli imparano a leggere e a scrivere prima dei grandi, rischiando di rimanere soli, senza adulti in grado di accompagnarli e dare loro gli strumenti per vivere in questa dimensione nuova. Che resta prima di tutto un’opportunità infinita di conoscenza, comunicazione, relazione. E informazione. Perché per tornare ad interessarsi del mondo, i ragazzi come Selma hanno bisogno che il mondo torni ad interessarsi di loro. Di qualcuno che li prenda per mano perché non si perdano nell’infinito senza confini, limiti e punti di riferimento del web. Mettendo sulla loro bacheca di Facebook il link giusto, ricordando loro che l’economia, la politica, l’ambiente, la Cina, l’Africa, l’America non sono su un altro pianeta. Che non possono non saperlo. Che quello che loro possono essere domani dipende da quello che succede oggi. Forse a Selma questo lo hanno detto in tanti, ma non glielo ha mai spiegato veramente nessuno.

Speciale - Dentro le notizie - 3/9

Nuovi media, nuovi mercati, nuove opportunità. Il mondo dell’informazione è al centro di una svolta. Cambia tutto, ma non le ragioni di fondo, le esigenze di chi informa e di chi è informato. Andare dentro una notizia, oggi più di ieri, significa farsi carico di questa responsabilità. Perché la buona informazione deve essere semplicemente a servizio. Dell’uomo e di nessun altro.


 

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