Oltre la casta

di Guido Bodrato

Secondo la maggior parte dei commentatori, la crisi che coinvolge i partiti rischia di travolgere la stessa democrazia rappresentativa. Per questa ragione si parla di “antipolitica”, cioè di un movimento che mobilita la Piazza contro il Palazzo, che concentra il potere nelle mani di una persona (o di una oligarchia) e ritiene possibile ridurre la politica ad un rapporto diretto tra l’opinione pubblica ed il leader cui si affida il governo del Paese. Decidere è più importate che partecipare, e la partecipazione viene ridotta alla ratifica di ciò che il comitato promotore di un referendum, od una oligarchia che sceglie chi candidare al parlamento, sottopone al voto di ratifica dell’opinione pubblica.

Dai privilegi all'impegno
Dobbiamo chiederci: la democrazia politica può sopravvivere alla personalizzazione della politica, alla sostituzione di “Porta a porta” ai congressi dei partiti, agli eventi mediatici che portano milioni di persone a manifestare ed anche a votare, ma senza una reale possibilità di partecipare alla elaborazione dei programmi ed alle decisioni che si dovrebbero assumere nel parlamento sui temi che riguardano il bene comune? È questo un processo ineluttabile?

Forse non si è mai avuto un momento caratterizzato da un più imponente flusso di informazioni, eppure è cresciuto il distacco tra la gente e chi la rappresenta nelle istituzioni, ed ancor più è cresciuto il disinteresse dei giovani per l’impegno sociale e politico. Cresce l’importanza dell’istruzione per il futuro delle giovani generazioni ma declina la passione politica e si afferma la convinzione che ognuno deve pensare a sé, che non c’è un interesse generale cui si debba sacrificare qualche ora della nostra vita. La politica diventa la professione di una casta, in molti casi odiata per i privilegi di cui gode, cui tuttavia si consegnano tutte le responsabilità e tutto il potere.

Queste riflessioni, forse estremizzate, mi fanno tornare alla memoria ciò che ha scritto ai suoi amici Giacomo Ulivi, un giovane che non aveva ancora vent'anni, pochi giorni prima di essere fucilato, nell'inverno del ’44: quando, finito quest’inferno, tornerete alle vostre case “non dite di non volerne più sapere. Tutto questo è successo perché un giorno non ne abbiamo più voluto sapere”. E si riferiva agli anni ’20, quando gli italiani se ne sono lavati le mani della politica e desideravano solo essere lasciati in pace, ed il fascismo ha conquistato il potere.

La politica ha bisogno di formazione
Non intendo dire che siamo alle soglie di una crisi della stessa importanza, ma desidero affermare che timori dello stesso tipo, cioè il timore che si stia spegnendo ogni riferimento ai valori ed al bene comune, sta forse facendo rinascere interesse per la formazione politica, poiché si è convinti che la crisi della politica dipende da una frattura che si è fatta sempre più profonda tra società civile e “politica”, frattura che ha a che fare anche con il declino della cultura politica. Da una nuova riflessione sulla politica può venire uno stimolo al senso critico ed una spinta ad assumersi qualche responsabilità nella vita pubblica, superando l’incomprensibile - in una società democratica - distinzione tra società civile e politica. Ricordo che il professor Bobbio ripeteva: una società che non è politica, non può essere civile.

I partiti di massa che hanno fondato la Repubblica dedicavano molta attenzione alla formazione dei loro quadri e dei giovani, per avere militanti capaci di diffondere e difendere il loro programma politico, ed anche per preparare un ricambio generazionale in linea con la tradizione del partito. È noto che il Pci formava i propri quadri alla scuola marxista delle Frattocchie; e che la Dc alla Camilluccia si riferiva al personalismo comunitario ed al Codice di Camaldoli.

I partiti di massa, popolari, erano in realtà convinti che il partito doveva essere continuamente mobilitato nella propaganda, come se fosse sempre in campagna elettorale, ma anche che aveva un fondamentale ruolo “pedagogico”. Non si trattava solo del condizionamento delle ideologie, ma anche della convinzione che la motivazione all’impegno personale e comunitario (o collettivo) deve essere continuamente alimentata e messa a confronto con gli straordinari mutamenti della società in cui viviamo.
Non a caso, quando si è delineato il tramonto della Dc, che era stata espressione dell’unità politica dei cattolici, la Chiesa ha preso le distanze dall’impegno politico diretto ma molte diocesi hanno promosso scuole di formazione politica, con l’obiettivo di seminare tra i giovani i valori dell’impegno nella società, partendo dal magistero sociale della Chiesa, per evitare un vuoto che avrebbe condizionato negativamente il futuro del Paese.

Pensare positivo
L’acuirsi della crisi della politica, ma anche l’affermarsi di un modello politico che ha ridotto ogni possibilità di una reale partecipazione alla vita politica, a cominciare da quella che dovrebbe caratterizzare le comunità locali, ha reso insignificanti la maggior parte di queste iniziative di formazione. Ma non si è spenta la convinzione che è importante reagire al qualunquismo ed all'indifferenza, che minacciano la religione ma anche la democrazia, promuovendo iniziative che si propongano di rimettere in circolazione le idee e che ridiano motivazioni all'impegno sociale, alla convinzione che c’è chi “vive di politica” ma anche chi “vive per la politica” e considera la politica un servizio, la più alta delle carità. In questa stagione di ripensamenti, che riguardano tutto l’arco politico e lo stesso modello bipolare, per più di un decennio ritenuto “senza alternative”, stanno riemergendo molte iniziative di formazione politica che si propongono di sollecitare i giovani all'impegno nei partiti.

Ciò che in genere caratterizza i programmi di queste “scuole” è l’intenzione di far crescere il senso critico, l’attenzione per il passato ed insieme la disponibilità verso l’avvenire, di aiutare a “pensare positivo” e ad essere meno chiuse ideologicamente delle scuole di partito, e nello stesso tempo più attente ai mutamenti che caratterizzano il tempo presente. Quelle che si riferiscono all’ispirazione cristiana, non più riconducibile ad un impegno in un partito di cattolici, come era accaduto ai giovani dell’Azione Cattolica della mia generazione, hanno certamente il merito di costringere ad una riflessione sui valori umani e cristiani che il dominio della cultura relativista tende ad emarginare. Queste scuole tengono accesa una fiammella.

E tuttavia per tutte queste iniziative penso si ponga una questione che non può essere ignorata: un progetto che deve andare contro corrente, deve motivare all'impegno, deve cioè avere un obiettivo “politico”. L’incontro con la cultura politica in qualche modo comporta una scelta sociale e politica. Si tratta in primo luogo di capire cos’è realmente la politica, di riflettere sui valori fondanti della Costituzione, di riflettere sul “demone del potere” ma anche sul ruolo dei partiti come “organizzatori di una speranza”; si tratta di comprendere che la storia è fatta di contraddizioni e che la politica è anche capacità di misurarsi con la necessità e con l’imprevedibile. Ma poi, bisogna essere disposti all’azione. Jean Bendà, concludendo un libro “sulla crisi della democrazia” francese, si chiedeva: “Avremo la passione necessaria per difenderla?”. Era il 1939, ed Hitler stava conquistando Parigi.


 

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