Nozioni o relazioni?

di Renato Bonomo – NP aprile 2014

Sarà che quest’anno ricorre il centenario dello scoppio della prima guerra mondiale ma non mi viene in mente un esempio migliore delle trincee per descrivere la scena che quasi tutti i giorni vivo entrando nelle mie classi. Ormai si è diffusa da tempo l’abitudine di tenere tutto sul banco: la giacca (quando c’è, molti ragazzi infatti non sembrano patire il freddo), il casco (sempre presente!) e lo zaino (quando c’è, perché in fondo i libri non servono, al limite può essere sostituito da una capiente borsa per le ragazze). Si viene così a creare una sorta di muraglia – o trincea come la chiamo appunto io – che contrappone i ragazzi al loro insegnante il quale ha come suo unico avamposto difensivo una sorta di piccola collina artificiale dove è collocata la cattedra. Tra la cattedra poi e le trincee studentesche troviamo anche una sorta di “terra di nessuno”: ovvero un ampio spazio vuoto, disabitato anche quando il numero degli studenti è elevato. La classe può essere anche un “pollaio”: ma nessuno vuole stare troppo vicino al “nemico”.

Forse è un’immagine esagerata ma mi sembra che descriva in modo adeguato una situazione che si è abbastanza radicata nella scuola superiore di oggi: una sorta di contrapposizione tra studenti e insegnanti, tra giovani e adulti. I loro contatti sono spesso caratterizzati da una certa diffidenza o indifferenza, per lo più reciproca, che condiziona notevolmente ogni forma di relazione. Da una parte ci sono i ragazzi che “Non mi si può chiedere troppo tempo per studiare … ho una vita da vivere”. Solitamente fanno fatica a stare a scuola perché non ne capiscono il senso: molti di loro infatti non riescono a collegare l’esperienza scolastica al loro presente e al loro futuro. Siccome non considerano la scuola decisiva per la loro formazione personale o professionale, non ne concepiscono le regole, la vivono come un dovere imposto, come un corpo fondamentalmente estraneo rispetto alla loro vita. Non credo ci sia malizia perché queste valutazioni riflettono il credito di cui gode la scuola oggi. Vedendo poi quanto accade in giro di questi tempi – come l’endemica disoccupazione giovanile – viene da chiedersi se non abbiamo in parte anche ragione. Dall’altra parte troviamo gli insegnanti con quelle loro tiritere sull’impegno, sull’importanza della scuola, sulla necessità di spendere gran parte del proprio tempo per lo studio, sul sacrificio… temi che magari avevano riguardato il loro vissuto giovanile ma che oggi hanno pochissima presa.

Sono due universi paralleli ma separati che, per motivi di forza maggiore, devono convivere per alcune ore al giorno, per diversi giorni all’anno, senza mai veramente capirsi e intendersi, senza mai veramente comunicare. Il problema della costruzione di una relazione significativa è perciò una delle questioni rilevanti per la scuola, soprattutto superiore. Certo una delle cause del disagio può essere rintracciata nell’età media molto elevata del corpo docente in Italia. Ma non credo sia sufficiente ricorrere alla sola differenza di età; spesso anche gli insegnanti più giovani possono trovarsi in difficoltà con i ragazzi perché le nuove generazioni – tra cui i famosi “nativi digitali” – hanno dinamiche emotive, di apprendimento e relazionali assai diverse rispetto a quelle precedenti. Che giovani e adulti abbiano presupposti diversi e mentalità diverse sono fatti che dobbiamo accettare, ma questa situazione complessa – che può non piacere – va comunque affrontata per tramutarla in un’opportunità.

Oggi non è più possibile pensare la scuola in termini di vera trasmissione di contenuti dato che le informazioni relative ad argomenti come la seconda guerra mondiale o Leopardi si possono ricavare in mille modi alternativi rispetto ai banchi di scuola. Se concepiamo la scuola come deposito di contenuti allora la scuola muore. Ma la scuola non perderà la sua fondamentale funzione educativa se riconoscerà la priorità della relazione sui contenuti. Posso essere il più grande esperto di Platone ma se il mio allievo non si fida di me, non otterrò nulla se non qualche inutile formula imparata a memoria. Come cantava De André: “per stupire mezz’ora basta un libro… a memoria”, per cresce e imparare ci vuole ben altro. Ma entrare in relazione significa accogliere il mio interlocutore per creare un clima di fiducia e di senso.

Proviamo a fare un esempio: immaginiamo di avere a nostra disposizione due walkie tolkie. Se non li accordiamo sulla stessa frequenza, possiamo parlare quanto vogliamo ma non comunicheremo mai con il nostro interlocutore. Spesso mi capita di confrontarmi con dei ragazzi che faccio fatica a capire perché mi sembra che i loro problemi non siano veri problemi. Ma non posso far finta di niente, devo partire da loro provando a mettermi nei loro panni. La relazione ha bisogno di mettere da parte le etichette e guardare alle persone: ci siamo io e te, io ho il compito di guidarti, io mi voglio fidare di te, tu di devi fidare di me. Solo allora sarà possibile discutere di storia, italiano, filosofia o matematica perché nel frattempo queste discipline avranno trovato nell’animo del ragazzo un significato. Questo non vuol dire creare una generica democrazia educativa che si rivela alquanto pericolosa o, peggio ancora, assecondare i ragazzi. I ragazzi non hanno bisogno di insegnanti amici ma di persone che, consapevoli del proprio ruolo, sappiano riconoscere le loro esigenze e da quelle partano per condurli a crescere nella realizzazione di sé.


 

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