La luce annulla il buio


Organizzazioni parassitarie del tessuto economico della società, le associazioni criminali garantiscono apparentemente lavoro e sicurezza economica ad alcuni gruppi sociali, specialmente tra i giovani, creando un’economia ingannevole. L’unica risposta è creare alternative concrete positive, darsi un codice etico, educare ed educarsi alla legalità e al bene.

Il Sermig e il suo codice di comportamento
I giovani sono i più poveri
Chi si droga è amico della mafia 
La luce annulla il buio
Un’economia di restituzione
Conclusione

IL SERMIG E IL SUO CODICE DI COMPORTAMENTO

Quando il Sermig è nato, 50 anni fa, eravamo ragazzi. Ma avevamo un sogno, quello di sconfiggere la fame del mondo con opere di giustizia e di pace. Erano anni di contestazione, in cui per essere “veramente” cristiani bisognava rivendicare, schierarsi a destra o a sinistra. Ma noi non volevamo farci tirare per la giacca da nessuno, volevamo essere “semplicemente” cristiani, disponibili al dialogo con tutti, pronti ad aiutare il più debole. Quando intuii che tanti giovani guardavano a noi con speranza, si fidavano di noi, mi posi alcuni paletti. Avrei cambiato il mio carattere focoso e impulsivo, avrei attivamente coinvolto i giovani facendomi dominare da loro e aiutandoli a diventare protagonisti della loro vita. Avrei cercato la trasparenza dei bilanci e nessuno – né io, né gli amici impegnati in servizi di volontariato – avrebbe percepito una lira per le attività svolte. Pur conoscendo alcuni “potenti” dell’economia, della Chiesa, della politica, non avrei mai chiesto “piaceri” a nessuno.

In quegli anni incontrai uomini lungimiranti, profeti di quel tempo, dall'Arcivescovo di Torino Michele Pellegrino che ci accolse in casa sua e ci diede fiducia quando eravamo senza arte né parte, senza tutele ecclesiastiche e politiche, a Giorgio La Pira, Sandro Pertini, Benigno Zaccagnini, Norberto Bobbio… pietre miliari nel percorso del Sermig. Ognuno di loro mi insegnò qualcosa di prezioso. Ho imparato a “calpestare gli scalini dei saggi”, come dice la Bibbia (Sir 6,36) e oggi posso dire che ciascuno di noi è anche chi incontra.

Fu proprio l’incontro con il sindaco di Firenze Giorgio La Pira a portare nella mia vita una delle profezie contenute nella Bibbia, nel libro di Isaia (2,4): “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”. Pensai: “Mi sa che il Signore mi userà per qualcosa del genere”. E così è stato. Nel 1983 siamo entrati per la prima volta nel vecchio arsenale militare di Torino che sarebbe di lì a poco diventato Arsenale della Pace. Oggi gli Arsenali sono tre. Oltre a quello di Torino, ne sono sorti altri due, l’Arsenale della Speranza a San Paolo in Brasile e l’Arsenale dell’Incontro a Madaba in Giordania.

La nostra storia gradualmente si è allargata come mai avremmo immaginato: abbiamo coinvolto persone di 140 Nazioni di ogni continente, offriamo ogni giorno migliaia di risposte concrete di speranza alla gente che bussa ai nostri Arsenali. Abbiamo raggiunto, con progetti di sviluppo e interventi umanitari, credenti e non credenti, persone di ogni cultura e razza.

Ho capito in fretta che il nostro sogno andava difeso con un codice di comportamento chiaro e fermo: avremmo avuto bilanci assolutamente trasparenti. Avremmo trattato le offerte come qualcosa di sacro e le avremmo utilizzate esclusivamente secondo le intenzioni dei donatori. Noi amici del Sermig come semplici operai avremmo adottato uno stile di vita essenziale attento ad evitare ogni genere di spreco, ci saremmo pagati ogni spesa e ci saremmo sottoposti al controllo di chi ci sosteneva. I nostri responsabili non avrebbero avuto nessun privilegio, secondo la parola di Gesù: “Chi vuol essere il primo, sia il servo di tutti”(…). Il ruolo di comando non è un privilegio ma un servizio.

Solo a Torino sono più di mille oggi i volontari che ci aiutano con gratuità pagandosi le spese. Non abbiamo mai tradito questo codice di comportamento. Semmai negli anni l’abbiamo reso ancora più rigoroso. Abbiamo fatto nostre le parole di san Basilio: “Chi trasforma in proprietà quello che ha ricevuto in prestito è un ladro. Il pane che tu metti in dispensa appartiene a chi ha fame”. Con semplicità tentiamo di vivere così. E chiediamo continuamente ai nostri amici: aiutateci a vivere così, siate i nostri custodi.

Negli anni, lentamente e decisamente, un fiume di offerte in denaro, materiali, alimenti, medicine, prestazioni professionali (idraulici, elettricisti, muratori, architetti, notai, medici, commercialisti, pubblicitari…) e milioni di ore di volontariato sono transitati dalle nostre mani, tutti accuratamente registrati, a tutto è stato dato un valore anche economico. Più il tempo passava e più la nostra opera diventava conosciuta, più volevamo che venisse radiografato l’uso che facevamo del denaro, convinti che molti mali della società derivano dall'avidità e dall'uso egoistico dei beni, che porta anche all'illegalità. E proprio grazie alla nostra trasparenza la gente ha imparato a fidarsi di noi e continua a sostenerci anche in questa epoca di crisi. Tutt'oggi il Sermig è sostenuto per il 93% dalla gente comune e dai giovani.


I GIOVANI SONO I PIÙ POVERI

In questa avventura non avrei mai immaginato che si unissero a noi tanti giovani. E invece a migliaia ogni anno bussano alle porte delle nostre case per condividersi, per aiutare altri, per mettersi a servizio, per cercare insieme Dio, il senso della vita, una ragione per cui spendersi. Quando ero ragazzo ho conosciuto un uomo straordinario: Frère Roger di Taizé. Disse una frase che mi colpì molto: «Un pugno di giovani può cambiare il corso della storia della propria città». Lui era un uomo credibile, io ero un ragazzo e decisi di provarci. Oggi dobbiamo chiederci: chi educa i giovani? Chi li aiuta a capire che hanno la possibilità reale di cambiare un po’ questo mondo?

Siamo in una società che considera superati in buona parte principi e valori, e va dietro alla logica del minor danno. Questa logica, divenuta mentalità dominante non solo nel campo delle droghe e delle dipendenze, rischia di minare alla base qualunque percorso educativo. Io al contrario sono convinto che i giovani cercano ancora proposte serie e non hanno bisogno di scorciatoie. Ma il cattivo esempio di tanti adulti li scoraggia; l’indifferenza e la corruzione tolgono loro la capacità di sognare un mondo diverso.

I giovani hanno bisogno di testimoni credibili che sappiano comunicare loro che è possibile vivere con passione, è possibile spendersi per grandi ideali. Hanno bisogno di persone che parlino con la vita, con umiltà ma anche con verità. Chi ama i giovani li eleva. Non li abbassa. Fa di tutto per tirarli fuori anche dalle situazioni più disperate. Guai a noi se tarpiamo loro le ali proponendo la logica della riduzione del danno. Non mi piace limitarmi al minor danno. Io voglio il maggior guadagno seguendo la logica di Gesù, che nel Vangelo invita a fare cose più grandi di quelle che ha fatto Lui. Gesù ha una fiducia estrema nei giovani, non li vuole sottomettere, chiede anche a loro di fare cose grandi. Chi si innamora di Gesù e degli altri entra in una dinamica che può veramente cambiare il mondo. I giovani, anche quelli apparentemente persi, hanno le antenne per ciò che è vero e pulito. Hanno sete di coerenza, hanno nostalgia di verità e di bellezza.

Quando tanti ragazzi hanno iniziato a varcare le porte degli Arsenali chiedendoci di potersi condividere con noi, ho capito che il codice di comportamento che ci eravamo dati anni prima ci avrebbe aiutato ad accoglierli, proponendo una formazione seria e fraterna. Il nostro stile di vita poteva aiutarli a orientare le loro scelte. Sono sempre più convinto che l’investimento maggiore va fatto sull'educazione. Educare i giovani significa offrire modelli coerenti, luoghi di aggregazione, educatori motivati. Significa educarli ad essere custodi anzitutto di loro stessi e poi ad essere custodi gli uni degli altri. A capire cioè che non esiste solo il bene personale ma c’è un bene che è “comune”. Un bene al quale ognuno è chiamato a contribuire.

Lavoriamo perché i giovani tornino a riappropriarsi non solo della propria vita ma della vita della società, con il loro impegno e la loro partecipazione costruttiva. Li incoraggiamo ad entrare in politica, non per soldi, non per privilegi nè per carrierismo, ma per un servizio al bene comune; ad assumere incarichi nella società per creare lavoro, per sconfiggere la fame, per lottare contro qualsiasi forma di dipendenza, per mettere a servizio del bene risorse, tempo, competenze, sogni, restituendo anche dignità ai più poveri. Oggi più che mai c’è bisogno di laici, consacrati, sacerdoti che si mettono a servizio del prossimo; c’è bisogno di inventare un’economia meno avida, che non affama, che crea lavoro e dignità, sostiene lo sviluppo delle aree più misere; c’è bisogno di proporre una cultura di giustizia e di pace; di rifiutare lo spreco di risorse proponendo delle alternative.

Lavoriamo con e per i giovani allenandoli a quel senso di responsabilità che comincia dal metro quadro attorno a me per poi allargarsi alla società e al mondo.


CHI SI DROGA È AMICO DELLA MAFIA

Per preparare i giovani ad affrontare la complessità e i tanti inganni del nostro tempo, occorre offrire loro la possibilità di formarsi un pensiero forte. Un pensiero capace di ragionamenti e di discernimento. Un pensiero che prepari scelte a servizio della legalità.

Un esempio? Dico loro: “La droga è sbagliata, anche se c’è chi sostiene il contrario. Chi si spinella è irresponsabile due volte: anzitutto perché qualunque tipo di droga, leggera o pesante che sia, ti offusca la mente e uccide la bellezza che hai dentro. E poi perché l’uso che tu ne fai alimenta un mercato criminale e ti fa diventare amico delle mafie. La droga impoverisce la persona e arricchisce un sistema!”.

C’è un numero impressionante di giovani che fa uso di droghe. Questo è un problema che dobbiamo affrontare tutti insieme, altrimenti non c’è futuro. Ma è il mondo degli adulti che deve cambiare. Nella Bibbia troviamo queste parole del profeta Malachia, più che mai attuali: “Invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore di padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, perché io venendo, non colpisca la terra con lo sterminio”. È tempo di una riconciliazione tra “padri” e “figli”, perché insieme possano stringere un patto per cambiare direzione a questo mondo. Se gli adulti non chiedono scusa ai giovani non c’è futuro per nessuno.

Noi adulti dobbiamo riconciliarci con i giovani perché abbiamo accumulato e sprecato a dismisura, senza tener conto che abbiamo impoverito le nuove generazioni, abbiamo offerto ai giovani un modello di vita basato sull'apparire piuttosto che sull'essere, sul possedere piuttosto che sul servire, sul prevaricare piuttosto che condividere, sul dare cose piuttosto che affetto… e i giovani hanno perso la strada di se stessi. Il primo passo perché ritrovino la strada di casa è che noi adulti ci riconciliamo con loro. Il primo passo è chiedere perdono per il bene non fatto, per il male cui abbiamo permesso di espandersi. Dove non abbiamo messo il nostro impegno per il bene comune, il male si è fatto strada, senza trovare argini.

Avidità e spregiudicatezza sono diventati mezzi abituali, parte di un sistema che si allarga a macchia d’olio ed è trasversale a tutte le fasce sociali, al nord come al sud. Se rubano tutti perché non io? Se la malavita mi può offrire di più perché non approfittarne? Se con il mio voto avrò un favore o lavorando in traffici illegali garantirò benessere alla mia famiglia perché non approfittarne? Tutto questo diventa sistema strutturato e consolidato. Questa mentalità diffusa fa si che il mondo stia attraversando uno dei momenti più bassi della sua storia, non solo per la crisi economica ma per la crisi di valori. Ma ancora una volta il mondo siamo noi. Non serve puntare il dito, e neanche scagliarsi contro qualcuno, credo invece che occorra la determinazione di impegnarsi ad un cambiamento radicale. Anzitutto un cambiamento delle persone singolarmente che iniziano ad assumersi in modo diretto responsabilità: non accettare tangenti, benefici che chiedono poi un contraccambio o lavori non trasparenti, e poi entrare in politica, in ruoli di responsabilità della società, portando la loro eticità, i loro sogni, le loro capacità…

Siamo fatti per il bene, non per fare e avere paura. Con il nostro stile di vita vogliamo far capire alle mafie che c’è una parola a disposizione di ognuno: conversione. Se non ci convertiamo siamo morti, siamo fuori! Chi crede in Dio non può immaginare fratelli e sorelle fuori dalla Grazia, fuori dal bene comune! Sono convinto che si debba parlare alla coscienza di chi fa parte di organizzazioni criminali e si debba sempre avere fiducia in un cambiamento possibile, un impulso della coscienza che si risveglia anche nel criminale più incallito. Non significa tolleranza ma massima severità. Non è debolezza ma estrema forza. Credo nella conversione di ogni individuo e investo tutte le energie perché questo avvenga in una dieci cento mille persone.


LA LUCE ANNULLA IL BUIO

È urgente risvegliare la coscienza personale e collettiva senza urlare, con fermezza, coerenza di vita, ragionamenti fatti in umiltà e serenità. Non abbiamo bisogno di parlar male del male, il male si presenta da sé. Dobbiamo mostrare che il bene è meglio perché fa star bene, porta alla giustizia e alla legalità. Non possiamo limitarci a essere “contro”, contro i mercanti di bambini, contro i trafficanti di droga, contro ogni ingiustizia e ogni violenza. Dobbiamo saper proporre ai giovani qualcosa di grande per cui valga la pena investire la vita. Dobbiamo rafforzare in loro il bene, far sì che la luce sia luce e che risplenda.

Un mondo nuovo, diverso, è possibile ma bisogna convertirsi. Ed è la luce che converte. Dobbiamo essere talmente luce da convertire perfino il male. Dobbiamo far venire la nostalgia del bene, il desiderio di vita vera a chi è nel buio. È questo il modo che abbiamo scelto per combattere la mafia: formare i giovani alla responsabilità e aiutarli a mettersi in ascolto della propria coscienza.

Sono certo che un giovane che cresce, respira e vive questi valori nel piccolo come nel grande, saprà vivere il compito che gli è affidato con onestà e trasparenza; saprà sostenere la legalità, i diritti umani e la pace qualunque sia il suo ruolo nella società. Il mio più grande sogno è che acquistino la forza morale di non lasciarsi coinvolgere nelle forme di malavita e che sappiano dire a chi le pratica: convertitevi! Ma questo sogno chiede che tutti noi iniziamo a “toglierci la mafiosità da dentro” nei comportamenti della vita quotidiana.

Incontrando la gente, lavorando con i giovani ci siamo resi conto che la priorità per giovani e adulti, a nord come a sud, è risvegliare la coscienza assopita, anestetizzata dalla caduta di valori. A nostro giudizio non c’è altro modo per recuperare legalità, senso civico, … che formare coscienze vigili. Lo dobbiamo a tanti che hanno perso la vita per questi valori e alle loro famiglie, lo dobbiamo a chi vive da sempre nella paura di ritorsioni, vendette, lo dobbiamo alla gente che non ha come campare, lo dobbiamo a chi ha perso la speranza nella vita e nel prossimo. Se non cresciamo come persone con una coscienza formata non abbiamo possibilità di costruire progetti solidi e duraturi che diano futuro ai giovani.

Perciò abbiamo indetto per il 4 ottobre 2014 a Napoli un “Appuntamento con la coscienza”, nel corso del quale presenteremo una lettera che è un appello alla coscienza nostra e di tutti i giovani e adulti che vorranno farla propria.


UN’ECONOMIA DI RESTITUZIONE

Una coscienza che si risveglia, si prende cura e valorizza le sue componenti più fragili come bambini, giovani, anziani e disabili. Solo a queste condizioni una società può essere considerata adulta. Non è accettabile che nel nostro Paese ci siano tassi di disoccupazione giovanile che in alcune zone sfiorano se non oltrepassano il 50%. Una società saggia fa lavorare tutti, elimina sprechi assurdi e stipendi e pensioni faraoniche. Questo è buon senso!

Nei 50 anni del Sermig il metodo che ci siamo dati si riassume nella parola restituzione. A livello personale significa sentirsi parte dell’unica famiglia umana ed avere la consapevolezza che ognuno ha la responsabilità, il dovere di mettere in circolo le proprie competenze, capacità, doni materiali e spirituali, se stesso, non solo per realizzarsi come persona ma per contribuire al bene comune. A livello sociale i giovani del Sermig desiderano dare vita ad un movimento per coinvolgere altri giovani di tutto il mondo e globalizzare, nel concreto, la speranza. La loro proposta è “l’economia della restituzione”. Non è un’utopia. È possibile, oggi come mai, nella storia. Le risorse per dare l’opportunità di una vita degna a tutti ci sono. Si tratta di renderle accessibili a tutti, di “restituirle”, per promuovere il bene comune uscendo dall'avidità, dagli egoismi personali, di gruppo e nazionali, dal troppo nelle mani di troppo pochi.

L’economia della restituzione non prende per sé o per dare potere ai sempre più grandi e potenti soggetti che dominano i mercati. Misura la sua efficienza non con il solo criterio del profitto, ma anche nel rendere tutti protagonisti del processo economico e nel produrre risorse reali che possono dare opportunità di crescita costante a tutta la società.

Divide tra tutti l’acqua, il pane, l’istruzione, la cultura, il lavoro, il benessere.
Moltiplica per ogni persona vita, capacità, dignità, potenzialità di fare, opportunità di partecipare, libertà di scegliere, di essere.

Restituisce a tutti i Paesi del mondo opportunità di sviluppo e di crescita economica, dopo secoli di sfruttamento da parte dei Paesi ricchi ai danni di uomini e risorse dei Paesi poveri.

Restituisce il diritto al lavoro agli adulti, arginando così anche la piaga del lavoro minorile.

Restituisce a tutti la possibilità della ricerca e dell’accesso alla tecnologia, tanto la più semplice quanto la più sviluppata, eliminando il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri.

Restituisce a tutti il diritto alla cura della salute, l’accesso ad efficaci servizi di base.

L’economia della restituzione è una mano tesa per salvare una barca che affonda: l’umanità travolta dalla sua stessa rapacità, da disuguaglianze insopportabili che rendono esclusa, di troppo, tanta parte dell’umanità sia nei Paesi poveri che in quelli ricchi.

L’economia della restituzione si basa su rapporti di giustizia ad ogni livello, sola possibilità per raggiungere una pace reale tra i popoli e le nazioni. Perché non esistono “guerre preventive”. Solo la giustizia è preventiva.

Al Sermig queste idee sono diventate concrete. La restituzione è diventata mentalità e stile di vita quotidiano per molti. Tutti, volontari e beneficiari, ci sentiamo parte di una famiglia in cui ciascuno vive la restituzione, con l’intenzione di camminare insieme almeno per alcuni tratti della vita. L’economia della restituzione instaura relazioni fraterne, portandoci oltre la filantropia, la solidarietà e la gratuità. La restituzione crea la comunità. Le esperienze di produzione, sia di beni che di servizi, a cui abbiamo dato vita, sono emblematiche di un’economia capace di innescare relazioni di reciprocità e di fraternità. È un “essere famiglia” per “fare famiglia”: ognuno è capace di ascoltare e di vedere, è pronto ad aiutare l’altro a educarsi e a realizzarsi, è attento perché non manchi e non si sperperi nulla. Ed è un fare famiglia non solo all'interno del proprio gruppo, della propria associazione, della propria società, ma proiettato a circondare con un unico abbraccio il mondo intero.

Una stile di vita basato sulla restituzione può dare vita ad imprese che, tenendo conto della dignità della persona, dello spirito di fraternità, puntino sulla corresponsabilità tra tutti. Questo stile di condivisione di un metodo può creare reddito, rafforza il senso di appartenenza. Lo scopo non è arricchire qualcuno a discapito degli altri, ma costruire insieme un progetto condiviso. Un’impresa che inventa continuamente nuove occasioni per realizzare sviluppo, consolidare relazioni di fiducia e stima reciproca, che mette al centro del proprio impegno le nuove generazioni. Chi è in difficoltà non si sente escluso da questo progetto di comunità, perché chiamato a sua volta ad assumersi responsabilità e a relazionarsi con gli altri in termini di restituzione. Un’impresa dall'economia un po’ particolare, perché trasferisce risorse da chi le possiede a chi ne ha bisogno per avviare un cammino di crescita e di sviluppo. Al Sermig lo sperimentiamo da trent'anni e crediamo possa diventare un metodo per ricominciare ad offrire opportunità di lavoro. Nel dopoguerra una persona a me molto cara titolare di una piccola impresa tessile, era sempre l’ultimo a portare a casa il suo stipendio, di poco superiore a quello dei suoi operai, e faceva ogni sacrificio perché i suoi dipendenti avessero il giusto salario, il rispetto della loro dignità. Ora il mondo finanziario deve premiare i progetti virtuosi dove è data ai giovani e alle persone più in difficoltà la possibilità di lavorare, di spendersi, di sperimentarsi in nuovi percorsi di lavoro.


CONCLUSIONE

Se la conversione entra nella coscienza di ognuno di noi, il Regno di Dio è in mezzo a noi. E nel Regno di Dio nessuno muore di fame, chi va in carcere non viene punito ma rieducato, chi è malato è curato che sia povero o ricco. Nel Regno di Dio tutti possono andare a scuola e in ogni nazione al primo posto si mette la bellezza dei giovani, considerati “patrimonio dell’umanità”, affinché possano diventare la vera novità di oggi e di domani.


Intervento di Ernesto Olivero al Salone del Libro – Torino, 8 maggio 2014

 

 

 

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