Contro gli abusi

di Stefano Caredda - Mai più abusi su bambini, anziani e disabili. Nelle scorse settimane la Camera ha approvato in prima lettura (ora andrà al Senato) il disegno di legge che mira a prevenire e contrastare maltrattamenti e abusi nelle strutture che ospitano bambini, anziani e persone disabili. Molto se ne è parlato, visti i numerosi casi di cronaca – alcuni assai eclatanti – che hanno coinvolto maestre d’asilo, infermieri, assistenti personali, dediti ai maltrattamenti più odiosi nei confronti di persone in genere bisognose solo di essere accudite. Ma siamo davvero sicuri che mettere le telecamere negli asili nido, nelle scuole dell’infanzia e nelle strutture sociosanitarie e socio-assistenziali per anziani e persone disabili sia la cosa migliore da fare?

Il provvedimento in realtà contiene anche altre misure di prevenzione e contrasto, come la formazione di insegnanti e operatori e la maggiore apertura delle strutture alle visite di esterni. A legge approvata, il governo dovrà adottare un decreto che individui un percorso di valutazione attitudinale nell'accesso alle professioni educative e di cura, da realizzarsi al momento dell’assunzione e poi a cadenza periodica. Si dovrà essere in possesso di adeguati requisiti di idoneità psico-attitudinale, anche in considerazione del “progressivo logoramento psico-fisico” che deriva dall'espletare mansioni di assistenza continua.

Inoltre, dovranno essere emanate delle linee guida sulle modalità di visita nelle strutture, per garantirle ove possibile lungo l’intero arco della giornata. Nonostante questi accenni, però, la sensazione è che almeno al momento si stia puntando tutto proprio sulla videosorveglianza, percepita come metodo oggettivo e sicuro. In tal senso, la legge prevede la possibilità (non l’obbligo) di installare sistemi di videosorveglianza, opportunamente segnalati e a circuito chiuso, con immagini cifrate visionabili solo dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria. “Questa legge è un segnale politico positivo, ma non credo che cambierà molto”, dice Giovanni Lamura, responsabile del Centro di ricerca socio-economica per l’anziano (Inrca).

“Va bene l’intenzione, bene il richiamo alla formazione, ma è difficile fare tutto a costo zero, come il testo prevede: e poi della videosorveglianza penso se ne possa fare a meno. Primo, per ragioni di efficacia: quante telecamere dovrò mettere, per poter sorvegliare ogni angolo della struttura? Secondo, per ragioni psicologiche: la videosorveglianza criminalizza in partenza gli operatori e questo non credo sia opportuno”. “Le telecamere a scuola sono inopportune e probabilmente inefficaci”, dice Franco Lorenzoni, maestro, pedagogista e fondatore della casa-laboratorio di Cenci, una struttura nella campagna umbra che ospita attività per bambini, ragazzi e adulti.

“Mettere le telecamere vuol dire creare una realtà in cui tutti sospettano di tutti. Non possiamo far diventare un luogo di educazione una casa del grande fratello. E credo che non servirebbe perché chi è davvero violento riesce ad eludere qualsiasi controllo. Inoltre se io insegnante sapessi di avere in classe una telecamera sempre accesa, probabilmente mi comporterei in modo meno diretto e spontaneo: anche l’insegnamento potrebbe risentirne”. La misura, dice Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana superamento handicap (Fish) è “del tutto inadeguata ed efficace a contrastare le cause profonde della violenza e degli abusi”: è una “pseudo-soluzione eclatante e demagogica” per non agire (investendo il necessario) sulla “reale qualità dei servizi, tema del tutto eluso”. Solo tre voci, rispettivamente per anziani, bambini, persone disabili, di gente che conosce il problema. E che ti fanno capire come, anche su questo tema, le cose non sono così semplici come potevi pensare.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

 

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