Sofferenza senza volto

di Claudio Monge - Il fatto di cronaca è ormai vecchio di alcune settimane ma espressione di una crisi sempre attuale. Facciamo riferimento al processo del sergente Elor Azaria, 20 anni, che nel marzo 2016, a Hebron (in Cisgiordania) sparò ad un assalitore palestinese già ferito a terra. La Corte marziale di Tel Aviv, il 15 gennaio di quest’anno, l’ha riconosciuto responsabile di omicidio colposo in nome di una sempre più negletta disciplina militare che vieta di aprire il fuoco verso nemici neutralizzati. Da un lato, si è trattato di un sussulto di civiltà in una terra devastata dalla violenza senza limiti alimentata, con sconfortante pertinacia, dai palestinesi così come dagli israeliani, primi fra tutti coloro che li governano; d’altra parte, le reazioni che ne sono seguite, spesso scomposte, mettono in evidenza le cause strutturali di una crisi che sembra non conoscere fine, trascinando con sé tutto il Medio oriente.

Non pensiamo alle manifestazioni degli ultra della destra israeliana che hanno lanciato minacce di morte al capo di Stato Maggiore, il gen. Gady Eisenkot, nonché verso la giudice Maya Heller (ma guarda: una donna!) e neppure alla chiamata alla vendetta senza limiti dei leader di Hamas, ma alle solo apparentemente più raffinate esternazioni dei vertici del Likud.

La scenografia mediatica occidentale già orienta il giudizio dello spettatore, perché racconta la storia chiamando per nome solo l’imberbe militare di Tzahal, evidenziando, forse neppure a torto, la sua totale inettitudine rispetto ad un conflitto più grande di lui. Dall’altra parte però, non c’è una storia concreta, perché nessuno saprà mai che il palestinese, finito da Elor senza un vero motivo, si chiamava Abdel Fattah Sharif, che aveva forse l’età del suo giustiziere e che era cresciuto nutrito a violenza e odio fin dalla fanciullezza. La sua umanità evapora nella generica definizione di terrorista, amabile qualifica dispensata al 99% dei Palestinesi da una campagna ideologica da tempo alimentata da esponenti politici di destra e rabbini, che di fatto giocano nello stesso campo degli ideologi oltranzisti di Hamas. In questo contesto avvelenato, le parole del Capo del governo di Tel Aviv, che dopo aver definito il giorno della sentenza come duro e doloroso per il popolo israeliano, si dice favorevole alla “grazia” per il “servitore della patria”, appaiono stonate, al limite del provocatorio.

Non è che non crediamo nel valore della grazia (anche solo semplicemente terrena), ma perché essa ha un peso specifico solo dove non si accompagna alla banalizzazione del male, all’apparente indifferenza alla sofferenza degli altri, all’affermazione di un mondo dove ai propri diritti non sono mai associati dei precisi doveri che, talvolta, guarda caso, coincidono con i diritti dell’altro.

Claudio Monge
LEVANTE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

FOTO: SICCARDI/SYNC

 

 

 

 

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