Maria nel mistero dell’incarnazione

Lorenzo Lotto, Adorazione dei pastoridi Giuseppe Pollano – Luca nel racconto della nascita di Gesù (Lc 2,1-20) ci permette di entrare nel cuore dei pastori, ma non meno nel cuore di Maria, per trovare alcune delle cose che essi hanno dovuto capire e che anche noi dobbiamo capire, per ripeterci alcune delle domande che hanno dovuto porsi e che noi dobbiamo farci.


I pastori capiscono che Dio viene per ricominciare tutto daccapo

Se i pastori guardassero questo bambino senza avere ancora negli occhi l’angelo e le prodezze di Dio, non scoprirebbero nulla di eccezionale, perché è un neonato come tutti gli altri. Ma capiscono che sono alla frontiera del mistero, che questo bambino è carico di un significato diverso: se Dio si è mosso a dire “Andate a vedere” allora c’è qualcosa che va capito.
Anche noi siamo chiamati ad oltrepassare la soglia del mistero di Dio che si fa uomo come noi andando da Gesù Cristo per capire meglio lui, noi, la vita, il mondo e quello che dobbiamo fare.
I pastori erano poverissima gente che faceva una vita molto difficile, che aveva pochissima considerazione sociale, che sicuramente non ispirava fiducia. Avendo di fronte come segno non un qualcosa di eccezionale ed esaltante, ma un normale neonato, capiscono che Dio ha intenzione di fare ricominciare tutto. I pastori capiscono che Dio ha intenzione di ricominciare tutto a livello delle “mangiatoie”, ha voluto darci il grande e consolante messaggio che viene a trovarci nel nostro ambiente proprio com’è, quando siamo presi da tutte le nostre preoccupazioni, quando non pensiamo o facciamo fatica a pensare a lui.
In quel piccolo bambino è come se Dio riprendesse in mano la nostra vita e ci dicesse che la ricomincia lui. Non diremo mai allora che il mondo è perduto, che ci vuole una catastrofe per purificare il mondo, perché Dio non dice così. Certo Dio vuole un mondo pulito e c’invita a essere irreprensibili. Allora la prima cosa su cui riflettere, specie nel periodo natalizio, è che il Signore torna ed ha intenzione di ricominciare tutto.


I pastori capiscono che Dio rende stra-ordinari

Guardando quel bambino i pastori si rendono conto che le cose ordinarie – il bambino – sono chiamate a diventare straordinarie, cioè molto più ricche di vita, d’amore, di bellezza, di gioia, di senso. Questo bambino, che è un normale bambino, in realtà è straordinario, altrimenti gli angeli non avrebbero cantato Gloria a Dio. I pastori dunque, che non osano accostarsi al tempio perché sono impuri legalmente sotto molti punti di vista, sono incoraggiati, non sentono la religione come una cosa lontanissima. Dio, nella sua grazia, viene a rendere straordinaria la vita dei suoi figli, mentre noi rischiamo di farla diventare piatta. Le cose più piccole sono grandissime se fatte per amore di Dio.


I pastori capiscono che Dio è accessibile e vicino

I pastori capiscono anche che Dio è accessibilissimo e vicinissimo. Non è come il tempio a cui accedono solo i puri o come il sommo sacerdote che è lontanissimo. I pastori capiscono che bastano due passi fatti con volontà e si incontra Dio. Non dobbiamo dimenticarlo, specie quando si ha l’impressione che Dio sia chissà dove. Oppure, cosa più pericolosa, quando, appesantiti da un senso di colpa, di disagio, di scontentezza morale, sentiamo di non avere il coraggio di fare quei due passi. Il primo modo con cui Dio si è reso visibile è un bambino in una mangiatoia. Andiamo sempre da Dio, non facciamoci mai trattenere da nessun senso di quella sbagliata paura di Dio che ci ispira il demonio, perché non viene mai da Dio.
I pastori, per di più, non si sentono solamente chiamati con amicizia, sono coinvolti di fatto, perché ritornano glorificando Dio per tutto quello che hanno visto e udito e portando la notizia a tutti.
Il coinvolgimento dei piccoli, dei poveri, degli umili è uno dei segreti di Dio.


Maria ci fa capire che Dio viene per dare all’uomo di più di quello che l’uomo può darsi

Durante tutta la scena dei pastori, Maria non parla, osserva tutto ciò che vede meditandolo in cuore. Evidentemente è un atteggiamento, perché se Luca ripete la stessa frase quando Maria e Giuseppe ritrovano Gesù tra i dottori del tempio, a 12 anni di distanza, intende descrivere uno stile di vita. Potremmo domandarle cosa pensava.

Maria ci risponderebbe che prima di tutto pensava che Dio, per il bene che ci vuole, non si accontenta che siamo quelli che siamo, ci vuole dare molto di più.

Maria, guardando questo bambino, non può non ricordare che Dio nello Spirito l’ha resa madre senza coinvolgere l’uomo. Questo non è soltanto la lode della verginità, perché una maternità feconda e seria merita altrettanta lode. C’è qualcosa di diverso, evidentemente.
Dunque Maria pensa che suo figlio non le è stato dato da Dio attraverso un uomo, ma direttamente da Dio stesso. Un figlio che poteva non nascere, invece è nato per il suo sì, un figlio nel quale Dio afferma che l’umanità dovrà avere una misura più grande di quella che sa darsi da sola.
Maria ha capito che i limiti della vita umana fossero superati; il che vale anche per noi. Non meravigliamoci mai quando percepiamo i nostri limiti e siamo tanto mortificati ed insoddisfatti, perché siamo fatti per un più che però non possiamo darci da soli. Questo è il nostro paradosso: vorremmo essere più veri, più buoni, più forti, più coerenti, più santi, più felici, e tutto questo ci sfugge. Gesù è venuto per farci superare i nostri limiti.
Il concilio, nella Gaudium et Spes (n. 22), ricorda che soltanto nel mistero del Verbo incarnato trova spiegazione il mistero dell’uomo. Entrano in gioco i due misteri, quello dell’uomo (siamo quelli che siamo e non quelli che vorremmo) e quello del Verbo (è lui che viene, diventa nostro nutrimento, rende capace la nostra intelligenza a scoprire nuovi orizzonti, il nostro cuore ad amare come lui). Noi così veniamo trasformati e, potenziati da Cristo, finalmente sappiamo chi possiamo essere.


Maria ci fa capire che Dio viene per i poveri

Maria, alzando gli occhi dal suo bambino e guardando chi c’era intorno, ha capito un’altra cosa molto bella. Guardando i pastori, che a loro volta guardano sbalorditi il suo bambino, Maria capisce che questo inaudito dono di Dio è dato ai poveri, ma non soltanto ai poveri, è dato all’uomo buono e semplice in quanto è un pover’uomo.
Dio non si dà a chi non è ben convinto di essere un pover’uomo. Ogni giorno, ogni Natale, Dio aspetta cuori umili in cui potersi deporre: “Signore, ti desidero nel mio cuore perché sono proprio povero, perché so che è proprio in me che tu vuoi venire”.
Quindi bisogna avere quel tanto di umiltà per non offendersi di essere dei poveri. L’umiltà qualche volta è una recita, l’umile non va in giro a dire sono l’ultimo del mondo, ma davanti a Dio dice eccomi qua. Dobbiamo capire che per invogliare Dio basta essere della povera gente e guardarlo da poveri, non vergognarsi di essere dei poveracci: quand’anche avessimo detto, pensato, fatto le più vergognose cose del mondo, Dio, che ci legge nel cuore, continua a chiederci di poter entrare in questo nostro cuore.


Maria ci fa capire che la salvezza viene da Dio

Maria capisce che la salvezza è sacra, è religiosa, viene da Dio, ma è dentro alla storia. Cade così quella pericolosa separazione tra sacro e profano. A Dio non interessa il tempio se poi non si è coerenti fuori dal tempio. Dio vuole salvare l’uomo com’è, non salva soltanto i preti perché stanno in chiesa o le monache perché stanno in convento. Egli dunque vuole entrare nella storia, per cui la religione di chi crede in lui è una religione che solleva l’uomo, che lo prende tutto, che lo consola sempre e che lo avvolge nella sua realtà umana. Non ci facciamo certo santi in chiesa, ma nella nostra vita.
Questo capisce Maria, figlia di Sion, religiosamente educata a considerare il tempio di Gerusalemme come espressione del sacro. Nel tempio c’erano i luoghi per i pagani, per le donne, per gli uomini, per i leviti e, infine, il sancta santorum dove, una volta all’anno, entrava il sacerdote che, solo in quell’occasione, osava pronunciare il nome di Dio. Una piramide così intimidisce la gente e la allontana, perché quando il sacro diventa troppo sacro, è facile scegliere di tornare al profano dove starsene in pace.
Il Signore ci salva nella nostra vita, allora sacro e profano non devono esistere. Il nuovo nome del cristiano non è sacro né profano, ma santo: noi siamo i santi di Dio, noi siamo salvi perché quel bambino si è consegnato a noi.
Il Natale è stupendo e significativo perché un bambino è in una mangiatoia, perché nella mangiatoia c’è il pane che noi mangiamo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la vita, dirà questo bambino quando sarà grande.
C’è qualcosa di straordinario in questa pagina: fa toccare i vertici dell’altezza della fede e rimanere sempre in una scena umana, fin troppo umana, con un bambino che ci commuove.
Rileggendo questa pagina di Luca, entrandoci dentro a fondo, prendendo il posto dei pastori e anche un po’ quello della Madonna ci sentiremo a casa nostra, capiremo che il Natale è una cosa di famiglia, che si sta bene in questa scena. Capiremo il presepe insomma, il miracolo natalizio.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

 

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