Elvio Fassone

Ex magistrato, quindi membro del Consiglio Superiore della Magistratura e in seguito Senatore della Repubblica, oggi in pensione, Elvio Fassone ha accettato l’invito da parte dell’Università del Dialogo a raccontare il suo incontro con un imputato pluriomicida, da lui condannato all'ergastolo, una storia di confronto e solidarizzazione che dura da 28 anni.
Tutto ebbe inizio durante un lunghissimo processo – 242 imputati per reati gravissimi, diversi omicidi. Uno degli ispiratori di questa “banda”, come altri, venne condannato all'ergastolo – tanto lungo da permettere l’instaurarsi di un minimo rapporto umano tra i giudici e gli imputati, nel rispetto dei rispettivi ruoli.
Salvatore (nome di fantasia) all’epoca era un giovane di 28 anni con di fronte la prospettiva di concludere la sua vita in carcere.

Il giudice Fassone, al termine del processo, decise di scrivergli una lettera (grazie all'ispirazione ricevuta dalla sensibilità della moglie) in cui a Salvatore augurò e raccomandò di non farsi togliere speranza e dignità. Da qui nacque un dialogo epistolare lungo 28 anni.
Un dialogo che ha permesso ai tanti intervenuti all’incontro dal titolo “È possibile incontrarsi” di scendere in profondità in temi delicati quali il rapporto tra espiazione e cambiamento del condannato, elaborazione sociale del lutto legato al crimine, rapporto tra sanzione e Costituzione, funzione stessa del Magistrato (che esegue un mandato affidatogli dalla comunità, dissociandosi dalla sfera personale), provando anche ad immedesimarsi in quello che realmente significa una pena detentiva se si prova a indossare i panni di un condannato ed in particolare di un condannato all'ergastolo.

Quando si pensa alla funzione “espiativa” della condanna, infatti, deve essere chiaro che la funzione di una pena detentiva, secondo la nostra stessa Carta Costituzionale, è quella di puntare alla reintroduzione del reo condannato nella vita della società. Questo, secondo l’esperienza di Fassone, può concretizzarsi attraverso quello che può essere definito “accompagnamento” del condannato. L’accompagnamento è una condizione affinché il tempo dell’espiazione diventi tempo per costruire e non tempo per demolire. Tale possibilità è legata ad una popolazione carceraria sostenibile dal punto di vista dei numeri dei detenuti presenti (da qui la necessità di esplorare pene alternative al carcere, senza per questo sostenere la non significatività di una serie di reati) e alla disponibilità di alcuni “strumenti sociali” che il nostro ospite identifica in istruzione, religione e rapporti sociali. Tre strumenti che possono permettere al detenuto di acquisire nuovi valori necessari ad un vero reinserimento sociale. Il detenuto deve essere accompagnato in un percorso che gli permetta cioè di abbandonare i disvalori che lo hanno portato a delinquere (disvalori che possono anche essere acquisiti a causa di condizioni sociali svantaggiose: Salvatore per esempio ammise di non aver mai letto un libro nella sua vita, ma solo atti processuali) e acquisire invece i valori che caratterizzano il vivere civile.

Tale approccio non deve però essere considerato come il desiderio di negare la necessità di una pena seguente alla commissione di un reato. La società non può evitare di darsi regole che hanno il fine di contenere la violenza e limitarne i danni, ma deve tenere conto che sanzionare il male con altro male (la sottrazione della libertà e quindi di un tempo di vita fine a se stessa) non fa altro che aumentare il male che si è espresso a partire da un reato se non persegue un ulteriore fine. Questo concetto è espresso direttamente nella nostra Carta Costituzionale, che prevede al suo interno che la pena comminata sia caratterizzata da “umanità” e permetta un reinserimento del condannato. Reinserimento che ovviamente contrasta con la pena dell’ergastolo, ma che è rispettato nel concetto di base grazie al fatto che ogni ergastolano (in Italia oggi sono più di 1600) ha davanti a sé la possibilità di accedere a sconti e benefici che non annullano la pena in sé, ma garantiscono una via di uscita rispetto a una totale e definitiva sottrazione del futuro dalla “sfera di intervento” del detenuto.

Mentre il tempo di un uomo libero è il contenitore che egli riempie con i suoi progetti, il tempo di un detenuto è destinato a consumarsi senza prospettive, in un certo senso è destinato a trasformarsi da futuro a passato senza diventare presente, senza essere di fatto vissuto.
Chiudendo l’incontro, rivolgendosi al pubblico e in particolare ai giovani, Fassone ha “confessato” di aver coltivato il sogno di diventare magistrato fin da giovane, pur essendo stato convinto che non sarebbe stato facile. Un messaggio di speranza e un invito a puntare caparbiamente ai propri obiettivi anche di fronte alle difficoltà. Invito unito alla consapevolezza che realizzare i propri sogni, ricevere dalla vita quanto si è sperato o magari anche di più richiama ad una grande responsabilità verso chi ci sta intorno.

Alessandro Riva



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