Sermig

La storia

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Il 9 Agosto del 1598 a Torino si diffuse la peste. Il giovane duca di Savoia Carlo Emanuele I conosceva bene i rischi che un’epidemia di peste avrebbe implicato per la sua città e attraverso preghiere, processioni e voti implorò l’aiuto di Dio. Il confessore del Duca era un padre camaldolese: Ascanio dei marchesi di Ceva e Garessio, consigliere intimo di Papa Clemente VIII. Ascanio suggerì al Duca un voto: se l’epidemia fosse cessata, avrebbe dovuto erigere un eremitaggio sul modello dell’eremo di Camaldoli. Il Duca fece sua l’idea e accettò. Quando la pestilenza si attenuò e scomparve, lasciando Torino stremata, fu il momento di adempiere il voto: Carlo Emanuele incaricò padre Ascanio di ricercare il luogo adatto. Le ricognizioni ebbero per oggetto soprattutto la collina. Scartata Superga, in quanto non sufficientemente ricca d’acqua e di difficile accesso, la scelta cadde sui piani che si allargavano al limite del comune di Pecetto.

La zona, ricca di sorgenti e rivi, era adatta ad una comunità e alle fattorie agricole ad essa aggregate. Il 21 luglio 1602 il Duca, alla presenza dei figli, del Clero e dell’intera Corte, pose la prima pietra dell’Eremo dei Camaldolesi su un terreno di 107 giornate, costate 4000 scudi d’oro, una somma enorme per quei tempi. La regola di vita dell’eremo sarebbe stata quella dei Camaldolesi, caratterizzata da grande austerità ed eremitismo quasi perpetuo. Della costruzione venne incaricato Ascanio Vitozzi da Orvieto.

In quattro anni la chiesa dell’Eremo fu terminata. Ad essa il Duca diede il titolo di Regia Cappella dell’Ordine della SS. Annunziata, il massimo ordine cavalleresco di casa Savoia. La sua consacrazione, insieme con quella dell’intero recinto del romitaggio, avvenne il 28 ottobre 1606, con l’intervento dell’Arcivescovo di Torino, monsignor Broglia, di tutta la famiglia ducale e numerose personalità della Corte e del Municipio torinese. La costruzione ebbe luogo secondo i dettami di tutte le comunità dei camaldolesi, in cui ogni monaco dispone di una piccola abitazione, composta da una camera con oratorio, da uno studiolo o da un laboratorio, circondata da un orticello con il pozzo, in modo che ciascuno possa vivere la sua vita di assoluta solitudine e di silenzio, con le giornate scandite da lavoro, studio, preghiera e penitenza.

È difficile ora immaginare dai pochi ruderi immersi tra arbusti e rovi quale fosse, al tramonto del Settecento, l’Eremo ed avere un’idea della sua importanza. Per due secoli fu un ricchissimo monastero, in cui alloggiavano oltre trenta religiosi, insieme a venti persone addette ai servizi e ai lavori manuali. Nel 1604 le truppe francesi colpirono duramente la collina e le sue vigne facendo una terribile carneficina nel non lontano Monte dei Cappuccini, mentre l’Eremo fu preservato. Solo il giungere della ventata della Rivoluzione Francese turbò la quieta vita del monastero, che ricevette una sferzata definitiva con il decreto napoleonico del 2 marzo 1801: l’Eremo venne soppresso e i suoi beni confiscati. Monaci e beni si dispersero, i primi in altre comunità camaldolesi, i secondi nelle mani dei rapaci conquistatori. L’Eremo non si sarebbe più ripreso. Nel 1809 tutto il complesso dell’Eremo fu messo all’asta per 14.500 lire e se l’aggiudicò il banchiere Giuseppe Rayneri, che lo trasformò in un’elegante e comoda casa di campagna. Nel 1847, l’Arcivescovo di Torino mons. Lorenzo Gastaldi l’acquistò con l’intenzione di destinarla a luogo di villeggiatura per i seminaristi. Durante l’ultima guerra appartenne alla FIAT che vi trasferì un suo reparto strategico.

Parte della proprietà, poi, tornò in possesso della Curia torinese ed il complesso abbaziale fu quasi interamente abbattuto per far posto ad un gran edificio, che divenne sede distaccata di un importante ospedale cittadino, e attualmente casa di riposo per anziani. La parte di fabbricati attorno alla Torre, invece, fu utilizzata come colonia estiva e successivamente come orfanotrofio. Negli anni ’80 quest’ultima andò gradualmente svuotandosi, fino a cadere in disuso ed essere lasciata in eredità ai Padri Somaschi. A ricordare la storia dell’antico eremo non restano che il muro di cinta, uno dei due campanili ed un edificio nelle sue vicinanze. Resta anche una torre merlata, che pare fosse stata voluta dal Duca stesso per poter seguire da una posizione sopraelevata la realizzazione dell’Eremo.
Tratto da: “L’Eremo che non c’è più” di Roberto Dinucci

 

LA STORIA RECENTE

La proprietà denominata “Torre dell’Eremo” nel dicembre 2004 è stata donata dalla Provincia Ligure e Piemontese dei Padri Somaschi al Sermig, perché la utilizzasse secondo gli scopi statutari della Fondazione e dell’Associazione Sermig, in particolare per quel che riguarda il servizio alle persone in difficoltà e la formazione dei giovani. Il Sermig ha trasformato a Torino una fabbrica di guerra, un Arsenale Militare, in una fabbrica per la pace; così in Brasile a San Paolo ha riconvertito la “Casa del Dolore” in Casa della Speranza e in Giordania ha fatto nascere l’Arsenale dell’Incontro. Ma ai grandi Arsenali nel cuore delle città, il Sermig ha sempre desiderato affiancare “eremi di silenzio”, luoghi tranquilli immersi nella natura dove ritrovare un contatto personale con Dio.

Da quando i Padri Somaschi hanno offerto la Torre dell’Eremo di Pecetto, questo desiderio ha iniziato a concretizzarsi. Ogni casa del Sermig ha uno spazio dedicato al servizio reso ai più deboli, che diventa parte integrante della vita della casa. A Torino sono donne sole con bambini, uomini e donne rifugiati, persone a cui viene data un’opportunità per cambiare vita; a San Paolo sono uomini di strada. L’esperienza di lavoro con i ragazzi diversamente abili già realizzata a Madaba in Giordania, all’Arsenale dell’Incontro, ha convinto il Sermig che la Torre dell’Eremo sia il luogo adatto ad un servizio analogo, in cui i ragazzi, terminato il percorso scolastico, potranno inserirsi in attività occupazionali legate all’agricoltura: avvicinare questi ragazzi alla natura per offrire loro una prospettiva. Più in generale riavvicinare i giovani alla terra, alle sue ricchezze, ai valori che comunica, può essere una delle strade per far loro scoprire il silenzio, la ricerca spirituale, Dio.



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