Sermig

Signore è stata una svista!

di Mauro Tabasso - Abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista... (I. Graziani)

Quando frequentavo il Conservatorio, su di me circolava una simpatica battuta. I miei compagni dicevano che la differenza tra me e il nostro maestro era una sola ma sostanziale: lui era un chitarrista classico, mentre io ero il classico chitarrista. In verità passavo milioni di ore notturne a studiare, studiare e studiare ancora, perché ero divorato dalla brama di dimostrare che valevo, che ero bravo, almeno con la chitarra. Mi sentivo sempre inadeguato, e questo mi spingeva a cimentarmi con programmi musicali non da classico chitarrista, ma da vero kamikaze suicida.

La mia chitarra, una vecchia José Ramirez, era stata soprannominata la Toledo Salamanca, proprio come le celebri spade (quella di Ramirez – Sean Connery, maestro d’armi nel celebre film Highlander – L’ultimo immortale, del 1986, ancora lo replicano...). Una parte di quello strumento, piuttosto costoso, mi fu regalata tramite regolare colletta dai miei amici più cari. Almeno a loro dovevo dimostrare qualcosa. Il corso di Diploma in Chitarra durava 10 anni, ma io ce la feci in 6, sempre lavorando di giorno e studiando di notte.

Fu un grande sacrificio. Dopodiché mi accingevo a infilare la mia bella serie di concerti classici molto veramente ganzi, super protocollati, rigidi e ingessati, con abiti pinguinati e scarpe di vernice d’ordinanza. Lì esibivo il mio bel repertorio da cattivissimo guerriero Masai. Pezzi impegnativi, dove la tenuta fisica e la concentrazione erano messi a dura prova. Fu durante uno di questi concerti che accadde l’imprevedibile.

Proprio dietro una frullata di note, ecco comparire un poderoso, sterminato e gelido vuoto di memoria. Stavo eseguendo un preludio scritto dal mio Maestro, il Guru di tutti i Kamikaze, e a metà, semplicemente, mi si era spento il cervello, avevo perso la concentrazione, mi ero scordato tutto.
Certo, un chitarrista che si scorda è un bel problema... Mi sono fermato, ho smesso di suonare, mi guardavo i piedi, ero incapace di reagire, non sapevo come venirne fuori. Musicalmente parlando è il ricordo peggiore della mia vita, tuttavia una prova da cui molti concertisti famosi sono passati.
Il centinaio scarso di persone in sala era imbarazzato e allo stesso tempo dispiaciuto per me, potevo sentirlo.

Avrebbero voluto aiutarmi ma non sapevano come. Finché quel genio di Luigi, uno dei miei compagni, si alza da in fondo alla sala, punta il dito verso la platea e grida: “Dài, fuori il furbone che è entrato con la kryptonite nella borsa!”. Un genio! Tutti scoppiarono a ridere e applaudire, perfino io che via etere lo ringraziavo per avermi soccorso con un’uscita degna di un capocomico. Di lì, mi ripresi e ripartii direttamente con il pezzo che avevo in serbo come bis, una “cartella” purissima, come dicevamo noi. Ma tutto era diventato più facile; l’ilarità aveva disciolto quell’aura presbiterale di inviolabile e cerimoniosa etichetta, che poco o nulla ha a che fare con la musica. Al di là del brutto ricordo, questo episodio è stato per me una lezione impagabile. È stata la mia ultima performance ingessata.

Da allora cerco sempre di divertirmi suonando, conscio del fatto che chi viene ad ascoltarmi, ancora oggi (che suoni o diriga), fondamentalmente è venuto per divertirsi, per piacere, forse anche per criticare, ma certo non per provare tensione o imbarazzo.
Ho capito che l’ironia è una meravigliosa compagna di vita, e che non bisogna mai prendersi troppo sul serio; diffido delle persone che lo fanno, di quelle che non sanno ridere di se stesse, e di quelle che non trovano mai il lato comico di una situazione. Non solo perdono qualcosa di importante nella vita, ma se mi stanno troppo vicino lo fanno perdere anche a me, che (per autodifesa) cerco di girare al largo quanto basta, fuori dal raggio d’azione della kryptonite che (consapevolmente o no), ahi loro, portano addosso.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
ottobre 2017