Sermig

Di segni sul cuore

di Mauro Tabasso - Da anni, per quel poco che suono, vado in giro con uno strumento un po’ particolare, fatto costruire su misura. Si tratta di una chitarra classica elettrificata. In verità credo che a forza di farsi suonare da me sia ormai diventata ele-terrificata, poveretta... Ne ha viste di tutti i colori.

Chitarrista a parte, parlo di intemperie, piazze, teatri, tendoni e palazzetti, gente senza tetto, presidenti, papi e corazzieri, e poi cappelliere, stive di aerei, treni affollati, furgoni stipati, cameraman che ci si siedono sopra (è successo davvero), e ancora palchi sfondati, fonici incapaci, assistenti svogliati, allievi assatanati che ti chiedono di provarla, e infine il suo paziente costruttore, il liutaio che puntualmente, ogni volta, ne riassembla i cocci con amore e dedizione... Insomma, una vita on the road, rock and roll, up and down, in & out, black and white, Spic & Span, Fresh and Clean, M&M’s... Un po’ come quella del padrone. Lei con i suoi bolli e la sua vernice consumata che le danno quel fascino un po’ vintage, un po’ “relic”, molto di moda oggi, e io con le mie croste, le mie ferite e le mie cicatrici, visibili e non. E come per tutti, di solito è proprio a quelle invisibili che appartengono i tagli più profondi. Meno le facciamo vedere e più hanno sanguinato.

Aspetta, c’era una canzone... “I migliori danni della nostra vita, i migliori danni della nostra vita...” (qualcuno ne ha anche fatto uno spettacolo teatrale).
Ognuno di noi li ha curati e continua a curarli come meglio può. Chi cercando aiuto, chi facendo da solo, chi con il cibo, chi con il digiuno, la preghiera, chi perfino con la musica, e chi con un mix di tutti questi rimedi più qualcos’altro ancora. Per me le cure non sono mai state totalmente efficaci, risolutive. Certe ferite non sono riuscito a guarirle del tutto, ho solo potuto imparare a conviverci, così come si impara a suonare uno strumento segnato.

Ogni graffio ti ricorda qualcosa, un momento, un concerto, una performance, un imprevisto, un incontro (o uno scontro...), e quasi ti ci affezioni. È una convivenza che richiede impegno.
Ogni giorno si impara e il giorno dopo si ritorna ignoranti e si deve rifare nuovamente il cammino. Mai smettere di lavorare su se stessi, mai smettere di studiare, questo almeno la musica me lo ha insegnato. Le ferite si chiudono, le cicatrici rimangono a ricordarci che la convivenza con noi stessi è una conquista. Ma d’altra parte non ho mai sopportato gli strumenti (e le persone) troppo immacolati.

Insomma quando hai una bella chitarra, certo, la tieni meglio che puoi, ma farla invecchiare senza nemmeno un graffio significa averla fatta costruire invano, giusto per farle prendere la polvere e lucidarla ogni tanto. Che spreco di risorse! E così le persone. Cerco di tenermi meglio che posso, ma non voglio arrivare alla fine del mio percorso senza dolore, senza amore, senza rabbia, senza perdono, senza gioia. Decisamente sarei vissuto invano. Meglio vivere da rolling stone, da pietra rotolante, perché ogni scossone mi smussa un angolo, un’asperità, ma lascia anche un segno sul terreno, una traccia del mio passaggio, del mio rotolare, perfino sui terreni più duri. A me la musica ha aiutato molto, e mi ha anche fatto soffrire molto. Mi ha dato grandi soddisfazioni e forse qualcuna me la darà ancora, ma è un percorso faticoso, tortuoso, per nulla meritocratico, almeno da un punto di vista artistico.

Un percorso che richiede un grande lavoro oltre che sulla disciplina anche su se stessi. Ma quando guardo i segni sulla mia costosissima chitarra, in fondo, non posso fare a meno di esserne commosso, grato e felice. Perché ogni suo segno insegna.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Febbraio 2018