Sermig

Un paese di ex emigrati

ImmigrazioneEssere stranieri fuori dalla propria terra può diventare un marchio d’infamia? Chi ha un parente all’estero potrebbe aver qualcosa da dire...


di Ernesto Olivero
 

Leggendo la storia, vedendo i misfatti avvenuti nel passato, spesso ci chiediamo come siano potuti accadere, ci chiediamo se non c’era un pensiero forte che potesse opporsi al male. Ci chiediamo dov’erano i credenti in Dio di qualunque religione, gli uomini di buona volontà. Non so rispondere. Ma so fare una domanda,: com’è possibile adesso, nella nostra epoca, nella nostra Italia sentire uomini politici che, forti di un po’ di voti, fanno affermazioni assurde, senza che emerga un pensiero serio a contrastarle, senza che alcuno aiuti la gente a fare dei ragionamenti? La verità di un’affermazione non si giudica dalla quantità di voti ricevuti da chi la fa, ma dai frutti che poi genera.

Faccio un esempio: credo che ognuno di noi italiani abbia uno zio, un nonno, un bisnonno… comunque un parente emigrato in America, in Canada, in Brasile, Argentina, Sudafrica, Francia, Germania… Sono molti milioni gli emigrati italiani, in alcuni casi le popolazioni di interi paesi, che insieme alla nostalgia hanno portato con sé il nome del proprio paese ribattezzando il luogo di destinazione. Eppure sentiamo uomini politici passare il messaggio che essere stranieri è, a priori, un reato, un marchio da portare addosso: “Infame! Fuori!”.

ImmigrazioneIo, che incontro continuamente i giovani, mi chiedo come si possa influenzarli al punto da spingerli ad aver paura di un nero. C’è un pensiero, una coscienza che porti questi uomini e donne politici ad interrogarsi? Molti di loro sono credenti. Forse pensano che Dio abbia sbagliato ad aver creato i neri. E in effetti c’è da chiedersi con che razza di Dio abbiamo a che fare, un Dio che ha creato milioni di persone diverse da noi, “razza eletta”. Dio ha sbagliato dunque? Come mai non si capisce che la diversità è una ricchezza da scoprire?

Il problema dell’Italia non è la diversità, ma l’assenza di uno Stato di diritto che garantisca tutti. Uno Stato in cui chi delinque finisce in prigione non perché straniero, ma perché ha infranto la legge (ed uno Stato in cui chi è in prigione viene rieducato anziché incentivato a delinquere, come accade spesso oggi). Forse abbiamo paura che uno Stato di diritto metta all’indice i disonesti che vogliono fare i sindaci, i ministri…

Io sto vivendo questo tempo, e sto convincendomi che cambiare si può. Non possiamo vivere in un mondo nel quale è un marchio d’infamia essere straniero. Non credo che saremmo contenti se ai nostri parenti all’estero fosse applicato lo stesso marchio, se fossero trattati secondo la legge del taglione. Forse, fra poco, gli stessi uomini politici che aspirano ad essere leader d’opinione ci vieteranno di espatriare.

Sono questioni tragiche, a cui mi sono dato una risposta: io non ci sto e voglio impegnarmi di più, non ci sto e voglio ragionare di più, perché quello che è stato una volta non vorrei più che accadesse a casa mia. Altrimenti i miei figli, i miei nipoti cosa diranno di me? Io vorrei trasmettere loro la voglia di lottare per un mondo migliore. Da sempre dico ai giovani: entrate in politica, in qualsiasi partito, in economia, in tutti gli altri ambiti di responsabilità e portate i vostri sogni, la voglia di cambiare, un pensiero forte, etica e onestà. C’è bisogno di statisti che siano anche uomini di coscienza. Ma c’è anche bisogno di comuni cittadini che si fermino al semaforo rosso, diano la precedenza a chi ce l’ha, paghino le tasse, pensino che rubare è sbagliato, che parlar male degli altri è sbagliato.

Qualcuno potrebbe obiettare che non si tratta di idee rivoluzionarie. Ma non è di una rivoluzione che abbiamo bisogno. Questa sovente toglie solo il potere a qualcuno per darlo ad altri che lo vogliono per sé, per la propria famiglia, per arricchirsi, rubare, ingannare, corrompere. Io, invece, voglio un mondo migliore!

Ernesto Olivero
Nuovo Progetto agosto-settembre 2009


Vedi anche:


IMMIGRATO A CHI?
Polentoni e macaronì
Vogliamo poter convivere
Un compito per la vecchia Europa (Dal documento del 1° Appuntamento Mondiale)