Sermig

Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (2/28)

Il vangelo nostra regola (2/2) - di Giuseppe Pollano - La regola di vita ci comunica Gesù e fa sì che noi impariamo a pregare come pregava lui, ad operare come lui operava, ad avere i suoi stessi sentimenti.

 


Croce in legno su una pagina del vangelo Il vangelo è la nostra regola di vita perché ci comunica Gesù. Impariamo così a pregare come pregava Lui, ad operare come Lui operava, ad avere i suoi stessi sentimenti. Gesù è il Signore della nostra vita e noi cerchiamo di trasformare la nostra vita nella sua.

Siamo in presenza della teologia del come. Ci sono almeno tre gradi del come che noi siamo chiamati gradualmente a percorrere come discepoli.

3)   Come Lui

3.1)   Come = alla maniera di (imitazione)

Prima di tutto come è un avverbio di somiglianza, quindi, nei riguardi di Gesù, vuole dire alla maniera di. È la spiritualità dellimitazione di Cristo: hai fatto così, ti approvo, e cerco di fare alla stessa maniera. Questa affermazione, presa alla lettera, comporta però una debolezza, perché il modello Gesù è divino, non puramente umano, sicché noi ci accorgiamo che non possiamo mai raggiungere Gesù. È un modello irraggiungibile con le nostre sole forze. Mettendo davanti a noi Gesù come modello teorico da imitare, capiamo ben presto che non ce la facciamo, con la inevitabile conseguenza della delusione nei confronti di noi stessi e dello scoraggiamento. Imitazione allora è da intendere non nel fare ed essere come Gesù ma nel ritenere che il modello umano di Gesù è quello giusto e mette fuori gioco tutti gli altri modelli umani. Limitazione comporta un discernimento chiaro, un giudizio critico profondo. Gianni Bordin, Francesco e GesùNon si imita Gesù per affetto, ma intelligentemente, persuasi che è lui luomo mio modello e che è lui la salvezza delluomo.

3.2)   Come = con le risorse di (partecipazione, discepolato in attuazione)

Quando incomincio a inquadrare bene il mio modello, a contemplarlo, ammirarlo, allora posso fare un passo avanti: partecipare alla vita di Gesù con le risorse che Gesù stesso mi dà, cioè la grazia. Tale partecipazione ci mette a livello della persona. È quello che ha fatto Gesù dandoci la sua grazia, per cui noi viviamo di quella forza e di quellenergia in più che Dio molto generosamente ci mette nel cuore. Sicché noi non siamo più condannati a guardare da questa sponda lui che è sullaltra sponda e solo ammirarlo e contemplarlo, ma abbiamo guadato il fiume: siamo nella grazia.
Questo non va dimenticato soprattutto per due ragioni.
Primo: istintivamente nel cristianesimo puntiamo sempre sulla sola nostra forza, e il volo che prendiamo rimane corto e ci scoraggiamo. Ce la metto tutta. È vero, uno ce la mette tutta, ma con un metodo errato, perché mette se stesso, la sua natura, e questo non basta. Bisogna partire con Gesù, non senza di lui. Quindi non fidarsi delle sole proprie forze.
Secondo. Gesù ha detto che dove abbonda il mio peccato, sovrabbonda la sua grazia. Se sono persuaso che Cristo condivide con me le sue risorse, allora cè una enorme speranza che non ci fa perdere danimo e ci fa ascoltare Gesù che ci incoraggia. Avere Dio come socio permette di ricominciare dopo ogni fallimento! Diventa quindi molto importante il come pregava lui, il come lui operava se lo appoggiamo alla sua onnipotenza presente in noi.

3.3)   Come = nella personalità di (identificazione)

Ma si va ancora oltre, perché un terzo senso del come vuol addirittura dire che mi identifico con Gesù. Umanamente questo non è possibile, con Dio sì. Il sacerdote che dice Questo è il mio Corpo si identifica talmente nella persona di Cristo, è Cristo stesso che lo dice. Quando dico Padre nostro mi identifico. È Gesù che in me dice abbà e il Padre mi ascolta come se io fossi Cristo. Quando diciamo che siamo figli nel Figlio, non raccontiamo una metafora, perché è proprio vero. Daltra parte quando io soffrendo metto la mia sofferenza nella sua, realizzo un altro fenomeno di identificazione e ho il diritto di dire Padre ti offro le stigmate di Cristo, perché sono tuo figlio Cristo che soffre. Non è una esagerazione devota, perché sto completando quello che manca alla passione di Cristo (Col 1,24).
Tutto ciò è talmente grande che deve continuare a meravigliarmi, a educarmi, a consolarmi, perché, se è così, siamo davvero, in questa nostra povera storia, potenti come il Signore in fatto di salvezza.

4)   I suoi stessi

Opportunamente la regola riporta come riferimento della Scrittura Fil 2,5 Stephen B. Whatley, Magnetism of ChristAvere i suoi stessi sentimenti: ogni volta che si è cristiani si hanno i suoi e non più i nostri sentimenti. Uno dei discernimenti più facili che tutti iniziano a fare quando sono cristiani è capire la differenza che cè tra i sentimenti di Cristo e i nostri. Chi di noi non è passato da uno stato di tristezza a uno di misteriosa speranza; oppure da uno stato di ostinazione polemica, di ostilità a un misterioso stato di superamento di questi sentimenti, di bontà, di compassione, di perdono? È una delle esperienze più consolanti, perché ci fa dire che Gesù opera in noi.
Non siamo condannati ad essere dei meschini, gente che continuamente si batte il petto perché si sente cattiva. La più bella umiltà è accettare che siamo figli di Dio, non che siamo fango. Non è mai giusto che un cristiano concluda che lui è una persona indegna, perché siamo nel positivo della vita, siamo malati ma cè il medico, siamo morti ma cè Colui che ci fa risorgere. Se uno si sente ultimo è lui quello su cui Gesù sta puntando lo sguardo, è lui quello che cerca (Mt 18,12).
Questo è cristianesimo, ed è utile ricordarlo perché lo stesso demonio alimenta in noi il senso pessimistico della colpa, della inaccostabilità a Dio, che è proprio il contrario dellincarnazione.

5)   Cerchiamo .... nostra/sua

Nella frase della regola il verbo cercare è utilizzato nel senso di tendere, lavorarci sopra, sforzarsi, non nel senso di trovare. Il cristiano si sforza perché la sua vita e i suoi livelli non sono quelli di Gesù, e dunque non si meraviglia e non si scandalizza se non cè una identificazione immediata ed automatica. Sa che senza Gesù (Gv 15,4 la vera vite) non può fare nulla, ma con Gesù può tutto. Però deve accettare lo sforzo.
Quando si compie uno sforzo è naturale avere dei tentennamenti. Daltronde anche Gesù, vero uomo, ha avuto i suoi sospiri, i suoi rifiuti, però è poi andato avanti. Noi non dobbiamo stupirci dello sforzo, ma accettarlo con umiltà riconoscendo di avere dei difetti che devo superare. Se allora voglio la vita di Gesù, conseguenza diretta è accettare lo sforzo e la fatica per arrivarci.
Questi sacrifici fatti con gioia sono uno dei segreti dei santi, tenendo presente che ogni sforzo è proporzionato a noi, perché Dio è buono, il più lo fa lui, anzi lo ha fatto Gesù sulla croce.
Un cristianesimo che non costa niente non è dignitoso, vale poco.
Nel mondo capitano tanti eventi e si vivono tanti dolori che provocano la nostra fede sulla bontà e sulla potenza di Dio. Non dobbiamo meravigliarcene, perché la nostra intelligenza ha laspirazione a tutto sapere, a tutto capire, a vedere la logica delle cose, ma non ce la fa perché è limitata. Una volta accettata umilmente la nostra limitatezza, dobbiamo compiere lo sforzo di credere di più, di abbandonarsi ad una sapienza che ci trascende ma non ci tradisce: io non so Signore, tu sai. Nel finale del libro di Giobbe (Gb 42,1-6) troviamo questo uomo, che ha vissuto tutta la fatica critica di credere e che vive immerso in una profonda ribellione, riconoscere che Dio è Dio e non lui. Ci vuole però sforzo, fatica. Cercare di trasformare la nostra vita è laspetto dinamico più impegnativo, però abbiamo la grazia di Dio.

6)   Conclusione

Nel cristianesimo laspirazione è la quota alta: pensiamoci grandi nel cristianesimo con ottimismo, fiducia e sereno ringraziamento, tralasciamo le false umiltà. Poi faremo quello che si potrà fare.
Bandiere nel cortile dell'Arsenale della Pace, TorinoCome appartenenti al Sermig, poter avere queste righe della regola davanti agli occhi e poter dire che mi riguardano di persona, è un dono di Dio inestimabile che responsabilizza: ognuno che accetta questa regola è infatti soggetto che vive la regola, e se io sono così nel mio piccolo qualcun altro può esserlo. Il Signore conta molto sulla testimonianza.
Allora di questa pagina della regola facciamo oggetto, prima di tutto, di gratitudine, poi di una grande fede: Ci credo, Signore, con te posso tutto. E allora diventa missione far un po di luce e qualcosa di bello attorno a noi.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro allArsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore