Facciamo sorridere Dio

di Guido Morganti - In una cultura che vuole fare a meno di Dio, è necessario ricostruire l’obiettivo dell’uomo: l’incontro con Lui, nel quale immergersi con l’amore. Pensiamo all’usuale sgabello a tre gambe: è stabile, perché poggia su tre punti che individuano un piano. Diamo ad ognuna delle gambe un nome: preghiera, cioè relazionarsi con Dio; formazione permanente, cioè addentrarsi sempre più a fondo nel modo di essere e di fare; partecipazione, cioè agire nella realtà. Ebbene, il Sermig in quasi cinquant’anni di vita ha verificato che queste tre gambe non possono stare in piedi se prese separatamente. E neanche a coppia.

La preghiera da sola si trasformerebbe in fuga; l’azione in filantropia, la cultura in narcisismo. Sono riferimenti che vanno uniti insieme, sono come tre lampadine inserite in serie in un circuito elettrico. Quando se ne svita una o si spegne l’interruttore, il circuito smette di funzionare. Ognuno può accendere o spegnere l’interruttore. Chi ha incontrato l’amore di Dio, ne diventa strumento per trafficarlo nella realtà. Chi si commuove nel profondo, come il samaritano della parabola che ci racconta Gesù, si ferma davanti all’uomo abbandonato per strada e ferito nella sua dignità e non ha paura di essere assalito dai banditi, va incontro all’uomo che non conosce ma che sta soffrendo per le ingiustizie e violenze subite. Un’azione che fa entrare nella giustizia, nell’amore, nella misericordia.

E chi crede nel Dio che si è incarnato sa che queste caratteristiche fanno parte del suo Dio. In questo senso chi si fa prossimo all’uomo ha la possibilità di incontrare Dio. Ma quell’interruttore si può anche spegnere. Le dispute di Gesù con i farisei erano incentrate su un aspetto fondamentale: non puoi dire o fare quello in cui non credi. Non si può parlare di Dio e non essere radicati nella spiritualità della presenza di Dio, vivere ogni momento alla sua presenza, fare di ogni momento un legame con lui, farne preghiera. Un altro modo di spegnere l’interruttore è lasciarsi prendere dall’abitudine. Continuando a servire il fratello, senza però essere animati dalla commozione, si cade in un tran tran che comunica un non radicamento in passioni e valori forti. E un altro modo ancora è non ricercare novità, un essere e un fare che siano sempre nuovi e ben sperimentati nella fatica della ricerca, dell’approfondimento, del radicamento nei valori. Le settimane e i week end di formazione per i giovani, Nuovo Progetto, l’Università del Dialogo… hanno l’ambizione di supportare questo aspetto. Come incamminarci nel cammino verso Dio?

Il Sermig, nel libro Sogno che fra cent’anni, riporta la sua esperienza: “La nostra vita ha preso la strada del Signore quando abbiamo incontrato la preghiera e per prima cosa abbiamo capito che non sapevamo pregare. Da quel momento abbiamo desiderato con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente, con tutte le nostre forze, imparare a pregare e la bontà del Signore ci è venuta incontro. Pregare è restituire il tempo a Dio, desiderare che lui abiti nel nostro cuore, pensare e volere ciò che a lui piace”.

È ricomporre la frattura tra uomo e Dio, perché è il progetto di Dio che prende il sopravvento sui nostri progetti, sul nostro egoismo, sul non voler dipendere da lui sentendosi autosufficienti; è riconoscere che non siamo onnipotenti. La preghiera fa riscoprire la bellezza e la gioia di ringraziare Dio e di rispondere al suo amore. “Amati, amiamo. Ci inginocchiamo davanti all’uomo solo, povero, sofferente, oppresso, per amarlo con il cuore paterno e materno di Dio, per accompagnarlo, se lo desidera, verso l’incontro con il suo amore”. Ed ancora: “Perdonati perdoniamo, compresi comprendiamo, consolati consoliamo, perché la tenerezza di Dio è in noi. Con la stessa tenerezza di cui Dio ci avvolge noi avvolgiamo i nostri fratelli, per aiutarli a incontrare Dio, cosicché nessuno, avvicinandoci, si senta perso”. Ricomporre la frattura è l’impegno che passa attraverso il farsi credibilmente e appassionatamente prossimi. Non possiamo abituarci ai dati freddi e drammatici che continuano a parlare di una moltitudine immensa che muore ogni giorno per cause dovute a scelte degli uomini. Non è giusto. Non si può accettare.

L’uomo vive per amare ed essere amato. Questa sua dignità non può essere dimenticata, perché è l’amore che dà il senso alla vita. “L’oggi con tutte le sue violenze – ci ricorda Ernesto Olivero – impedisce al domani di essere radioso, di essere un bel domani. Ma il nostro oggi è ancora nelle nostre mani. Se la saggezza insiste, la testardaggine infine si scioglie in un sorriso, lo stesso che farà sorridere Dio”.

Speciale – Vicino all'uomo, vicino a Dio 1 / 7
L’uomo di oggi ha ancora bisogno di Dio? È la frattura più profonda del nostro tempo. Solo l’esempio e la credibilità delle scelte possono ricomporla. La chiave per incontrare Dio e rimanere in comunione con lui è stata per noi l’incontro con l’uomo affamato, assetato, nudo, carcerato, malato, senza speranza, senza appigli solidi a cui ancorare la propria ricerca di senso della vita.

 


 

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