Chi scaglia la prima pietra

di Ernesto Olivero - Il giudizio è come una condanna a morte. Eppure, qualunque errore, qualunque limite, qualunque dubbio possono trovare una chiave di misericordia.

La cosa peggiore che può capitare ad un uomo è dare un giudizio definitivo su qualsiasi cosa, su qualsiasi persona. Un giudizio è come una condanna a morte, non riconosce la possibilità di cambiare, rinnega la resurrezione, dimentica che chi ha sbagliato può diventare maestro, una bellezza per Dio unica e irripetibile. L’ho visto con i miei occhi: se ha terreno fertile intorno, ogni persona può cambiare, può risorgere, può arrivare a dei livelli che nemmeno immaginava.
Quante volte noi condanniamo a morte. Quante volte impediamo ad una persona che sbaglia di tornare a nuova vita! Gli neghiamo la possibilità di redimersi, semplicemente di scusarsi e di ammettere le proprie colpe. La condanna a morte che entra nella testa di tanti cristiani è un giudizio inappellabile. Un moralismo che è il massimo del paganesimo perché Gesù era l’opposto. Lui è il massimo della misericordia, la misericordia fatta persona. Quando gli scribi e i farisei portarono a Gesù la donna adultera, si aspettavano una posizione netta, una condanna senza appello. Lo misero alle strette, ma Gesù continuava a scrivere per terra. Secondo me, si chiedeva se dare una risposta seria o ironica. Il punto era far capire che la misericordia deve essere sempre più grande di ogni evidenza. Dalla bocca di Gesù uscirono quelle parole meravigliose: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Una risposta ironica, ma di una serietà assoluta.

Cosa insegnano oggi quelle parole? A me sembra che molte volte leggiamo il Vangelo come una storia che, in fondo, non ci riguarda. Eppure, quella storia ci tocca, parla a te, a me, a noi. Nella mia esperienza ho incontrato assassini che, quando hanno capito di non essere giudicati, hanno avuto il coraggio di ricominciare. Ricordo benissimo uno dei miei primi incontri in carcere. Avevo davanti una ragazzina di 18 anni che aveva ucciso. Non la giudicai, la abbracciai per comunicarle tutta la mia disponibilità. Lei mi raccontò la sua storia e alla fine mi chiese con un filo di speranza: “Potrò mai diventare come i tuoi ragazzi?”. Quell’incontro mi fece capire che non bisogna mai negare una possibilità.

Nel nostro mondo, non è necessario uccidere per essere condannati a morte. Mi viene in mente la storia di una donna che scoprì di avere un figlio terrorista.
Erano gli anni ‘70, le brigate rosse avevano scelto la strada della clandestinità. Tanti giovani insospettabili scelsero la cosiddetta lotta armata. Padri e madri da un giorno all’altro vedevano sparire i figli. Mai avrebbero immaginato la verità. In tanti mi venivano a parlare. “Ernesto, dove sarà andato mio figlio?”. Io soffrivo con loro. Capitava poi che la verità piombasse come un macigno nella vita tranquilla di queste persone. Ricordo una povera mamma, famiglia bene che viveva sulla collina torinese. Una mattina, ascoltando la radio, sentì di un’operazione antiterrorismo con diversi arresti. In prigione era finito anche il figlio. Momenti di disperazione. Quella donna non sapeva a chi rivolgersi. Il gesto fu istintivo: si preparò in fretta, prese la macchina e, sconvolta, andò in chiesa per avere conforto. Fu una doccia fredda. C’era la messa e il celebrante dedicò tutta l’omelia a quella vicenda. “Che vergogna, un terrorista tra noi! È uno scandalo per il nostro paese!”. Quella donna svenne davanti a tutti. Non mise più piede in chiesa. Qualche anno dopo ne parlammo insieme all’Arsenale e, forse, è proprio grazie a noi che riuscì a tornare riconciliata nella storia di Dio. Nessuno aveva giudicato la sua storia.

Ricordo ancora un ragazzo omosessuale che rimase colpito dal nostro stile di vita. Un giorno mi disse: “Ernesto, ma io sono tagliato fuori da una scelta di vita come la vostra? Io so chi sono, ma per me c’è spazio?”. Lo ascoltai con profondo rispetto. Ascoltavo e pregavo. La spiritualità della Presenza mi aiuta da sempre ad entrare in una dimensione più umana. Risposi con franchezza: “Secondo me, Gesù non conosce queste divisioni. Gesù ha dato un messaggio per tutti e il cuore della sua vita sono le beatitudini: beati i puri di cuore, beati i misericordiosi, beati i miti. È una strada in salita per tutti, ma incontriamo Dio solo se ci sforziamo di percorrerla”.

E ancora: “Chi vuole donarsi a Dio può avere orientamenti diversi, ma la sua scelta è più grande. Bisogna dire dei no, ma senza frustrazione. Il no che diciamo è perché abbiamo trovato un amore più grande, un ideale più grande”. Quel giovane non si sentì giudicato e per un tempo visse con noi all’Arsenale. Poi capì che la strada della consacrazione non era la sua, ma ancora oggi sa che la porta dell’Arsenale è sempre aperta.

Avrei decine di altre storie come queste da raccontare. Tutte insegnano uno stile per avvicinare le persone. Ogni chiesa dovrebbe avere un cartello semplice sopra la porta: “Non bussate, c’è posto, è qui la misericordia che cercate. È qui il senso di tutto”. Quando riusciremo a fare nostro questo ideale di Gesù, entreremo nella trascendenza e accoglieremo pienamente la chiamata ad essere buona notizia per tutte le persone che bussano: peccatori, uomini e donne lontane dalla fede, con sofferenze indicibili. Una Chiesa che si china, che ascolta, che comprende, che non mette fuori. Una Chiesa che indica dei no e dei sì, consapevole che attraverso un no detto senza frustrazione è possibile scoprire doni immensi. La Chiesa dovrebbe essere un ponte continuo: qualunque errore, qualunque limite, qualunque dubbio possono trovare una chiave di misericordia.

Ma come si fa a non giudicare? Si comincia da se stessi, imparando ad usare misericordia. La fatica più grande per ogni uomo è cadere e ricominciare. Le spine nel fianco ci saranno sempre, ma possono diventare una grazia per capire chi non ce la fa, per mettersi nei panni degli altri. Penso alla mia carriera scolastica: sono stato rimandato e bocciato una decina di volte. La vivevo malissimo, non riuscivo a farmene una ragione: “Come è possibile? Perché?”. Ero piccolo, ma cercavo già le mie risposte. Con il tempo sono arrivate. Ho capito che quei limiti erano un’opportunità incredibile per capire gli ultimi. Come avrei fatto, se fossi stato sempre il primo? Se nella vita fossi stato sempre il puro, il mite, il santo, avrei capito tragedie più grandi?

Non dobbiamo far passare il male per il bene. Non cresceremmo. Ma posso dire che le persone più belle che ho conosciuto hanno fatto tutte una fatica dell’accidenti. Hanno accettato di contrastare in qualche modo il proprio io, senza però condannarsi. Ho incontrato ragazze meravigliose desiderose di diventare madri che si sono offerte per un ideale più grande. Hanno fatto fatica, continuano a farla, ma la fatica è anche il destino serio dell’uomo che accetta la serietà. Nella vita contano solo la direzione e le motivazioni che ti dai. I no da dire? Da tanto tempo per me e i miei amici sono solo dei sì alla rovescia.

Speciale – Vicino all'uomo, vicino a Dio 2 / 7
L’uomo di oggi ha ancora bisogno di Dio? È la frattura più profonda del nostro tempo. Solo l’esempio e la credibilità delle scelte possono ricomporla. La chiave per incontrare Dio e rimanere in comunione con lui è stata per noi l’incontro con l’uomo affamato, assetato, nudo, carcerato, malato, senza speranza, senza appigli solidi a cui ancorare la propria ricerca di senso della vita.

 

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