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Vipernit

di Carlo Degiacomi - Un metodo per affrontare i rischi negli ambienti quotidiani, ma non solo…

Nell’ottobre 2011 è scomparso un 88enne: il medico Ivar Oddone. Una curiosità: l’editore Einaudi nella collana I Gettoni pubblicò il primo scritto di Italo Calvino I sentieri dei nidi di ragno che ha come protagonista il comandante partigiano Kim, ispirato alla storia di Ivar Oddone.
Voglio ricordarlo in questo articolo per un altro motivo: è stato autore (in collegamento con il sindacato) della Dispensa sull’Ambiente di Lavoro. La dispensa, ma soprattutto il metodo che suggeriva, è stato uno strumento di lavoro e d’inchiesta nei luoghi di lavoro molto importante per i delegati del sindacato dell’esperienza unitaria Cgil Cisl Uil negli anni settanta e ottanta. Si sviluppò una intensa formazione per trattare in fabbrica la modifica delle condizioni di nocività.

Come si poteva fare un’attenta analisi dei fattori di rischio e delle nocività in ogni ambiente di lavoro? Il concetto fondamentale proposto era la non delega intesa come l’assunzione fino in fondo, da parte dei lavoratori, della responsabilità della propria salute e della sua salvaguardia. La cultura della prevenzione per arrivare a ridurre o eliminare i rischi diventa un elemento essenziale. A ben vedere la grande attualità oggi sta anche nel modo di affrontare i temi ambientali in ogni situazione, non solo sul posto di lavoro.
Cercando altri metodi e atteggiamenti culturali simili si può partire, tornando indietro ancora nel tempo, addirittura dagli anni ’40 del secolo scorso, con la ricerca-azione finalizzata al cambiamento dei comportamenti.


La ricerca-azione è stata inventata e sviluppata come metodologia da Kurt Lewin (studioso di scienze sociali) il quale era interessato a migliorare le condizioni di vita di gruppi di persone e di minoranze, credeva nelle pratiche democratiche e nell’uso dei problemi pratici come fonte di idee e conoscenza per risolverli. Senza negare l’importanza di esperti esterni, tuttavia, per risolvere controversie in un gruppo o per sviluppare la ricerca di soluzioni a problemi, Lewin proponeva di esprimere con chiarezza la propria situazione, di discutere, di valutare i vari aspetti e infine di agire per affrontare il problema specifico. Attraverso l’analisi, la concettualizzazione, l’individuazione dei fatti, la pianificazione, l’esecuzione, la valutazione e poi la ripetizione dell’intero ciclo di attività, i partecipanti sono coinvolti in un processo a spirale di strategie risolutive contrassegnate da riflessione critica e azione.

Ad esempio questa serie di passi ripetuti sono praticati quando gli appartenenti ad un gruppo, insegnanti e allievi di una classe, decidono di studiare alcuni problemi della vita quotidiana che li coinvolgono da vicino individuando le possibili soluzioni, analizzando l’opportunità di intraprendere azioni, identificando i possibili ostacoli, valutando l’efficacia di azioni messe in campo. A partire dalla propria sicurezza fino ad aspetti ambientali, la valutazione di un piano porta in genere allo sviluppo di un altro piano e così via. L’immagine grafica della spirale è quindi efficace per descrivere questo metodo.
Il ricordo di Ivar Oddone è anche l’occasione per richiamare un aspetto fondamentale dell’ambiente: il caso dell’amianto dell’Eternit di Casale.

Credo che Umberto Veronesi (in un articolo su La Stampa del 15 febbraio 2012, che di seguito riporto) riassuma in modo molto efficace la grande lezione della vicenda Eternit e dell’amianto che ha occupato negli ultimi mesi la cronaca giudiziaria. Veronesi afferma senza dubbi che non si capisce perché i governi abbiano aspettato più di trent’anni prima di mettere fuori legge una sostanza che la scienza aveva pubblicamente denunciato come cancerogena. “Che l’amianto fosse causa di mesotelioma, una forma di tumore della pleura molto aggressiva, si sapeva già dagli anni ’50. Addirittura negli anni ‘60 l’International Agency for Cancer Research (Iarc) organizzò una conferenza internazionale sul rischio amianto e nel 1964 il New York Times pubblicò una pagina sul caso Eternit, informando direttamente anche la popolazione. Eppure una legge che vieta l’uso dell’amianto arriva soltanto nel 1992 – dopo che l’azienda, inaugurata nel 1906, aveva chiuso per autofallimento nel 1987 – quando il materiale cancerogeno per 80 anni aveva già invaso il mondo. Ora è difficile andare a reperire tutti i siti contaminati. L’amianto, come materiale ignifugo, è stato ampiamente utilizzato nell’edilizia sia civile che industriale, per costruire navi, scuole, case, uffici, tettoie, magazzini etc. Con l’amianto erano fabbricate le pastiglie dei freni delle automobili e quindi ogni frenata provocava un’emissione nociva nell’aria.

Che fare ora? Il problema della bonifica ha ormai proporzioni gigantesche. È necessaria un’analisi per capire con esattezza dove ci conviene rimuovere (con il rischio di diffusione delle polveri) e smaltire e dove isolare e sigillare il materiale perché non possa venire in contatto con le persone. La tragedia dell’amianto ci deve inoltre far riflettere sul fatto che è ora di riprendere gli studi sulla cancerogenesi ambientale. Il principio dell’origine ambientale del cancro nasce nel ’700 quando un chirurgo inglese, Percival Pott, descrisse carcinomi cutanei negli spazzacamini. Nel 1896, a Francoforte, un chirurgo, Ludwig Rehn, scoprì che il cancro della vescica era molto più frequente nei lavoratori dell’industria delle amine aromatiche (anilina) e nello stesso periodo il cancro del polmone veniva riscontrato con frequenza nei lavoratori in miniere con forti emissioni radioattive; nel mentre apparivano le prime osservazioni del rischio di tumore polmonare per inalazione di cromati, composti ferrosi e, appunto, amianto. Abbiamo così scoperto via via una serie di sostanze che sono causa di tumore e che sono recensite dal già citato Iarc: sostanze utilizzate sui luoghi di lavoro come appunto le amine aromatiche (per i coloranti), o che compongono alcuni materiali, come il nichel, o presenti nell’aria, come il benzene, o come i prodotti della combustione, oppure ancora i raggi ionizzanti di origine terrestre o prodotti dall’uomo, e infine alcuni virus. Nel nuovo millennio tuttavia l’epidemiologia (vale dire lo studio delle cause della malattia in relazione a come si presenta e si distribuisce nelle popolazioni) è stata leggermente trascurata, a favore degli studi costituzionali, incoraggiati dalla decodifica del genoma umano: la conoscenza dei geni dell’uomo ci ha informati che il cancro è legato a un danno al dna cellulare che programma la cellula, che inizia a comportarsi in modo anomalo rispetto alla sincronia armonica dell’organismo. Tuttavia non dobbiamo cadere in equivoco: il fatto che la conoscenza del dna sia diventata un elemento primario nella lotta al tumore, significa che il dna è il primo ad essere danneggiato. Ma la causa del danno rimane esterna. Dunque la ricerca sui fattori ambientali rimane una delle vie principali per la sconfitta della malattia. A patto che la sua voce venga ascoltata”.

A come Ambiente – Rubrica di Nuovo Progetto