Sermig

Carmem e Ferem

di Simone Bernardi - Brasile. San Paolo. Arsenale della Speranza. Filo conduttore: solidarietà, farsi vicino.

Sono le 22.30, squilla il telefono. Dall’altra parte una voce preoccupata chiede informazioni precise sui nostri orari di accoglienza: “C’è un ragazzo haitiano che sta dormendo in Praça da República, è senza documenti ed è in città da poco... Posso mandarlo lì?”. L’interlocutore non è un operatore della Croce Rossa, né tantomeno un agente della Polizia Federale, è la voce delicata di Carmem, maestra d’asilo che ci ha scoperti attraverso il bazar del sabato mattina (mercatino dell’Arsenale). Ci siamo conosciuti poco alla volta. Ad ogni parola scambiata si accendeva una luce sulla sua (e sulla nostra) storia, fino ad un incontro del martedì in cui, davanti ad un microfono, ha condiviso un po’ della sua lunga giornata regalandoci alcune pillole della sua filosofia: “Sono convinta che il vero spreco della vita è nell’amore che non diamo, nei doni che non utilizziamo, nella prudenza egoista che non rischia niente e che, evitando il dolore, finisce con l’evitare anche la felicità”.Carmem è una persona felice perché - sono ancora parole sue - non ha mai aspettato di avere una macchina per andare a trovare un ammalato, di vincere alla lotteria per dare del cibo a chi ha fame, di avere una boutique di successo per dare dei vestiti a chi ne ha bisogno o di andare in pensione per preoccuparsi di qualcuno che sta soffrendo. Per lei è logico che chi ha bisogno venga aiutato e da quando ha scoperto che all’Arsenale c’è chi risponde anche alle dieci e mezza di sera, non le sembra vero! Anche a noi non sembra vero di averla conosciuta! Arte-educatrice, specialista in Diritti Umani e mediazione di conflitti, ex volontaria del Programma di Accoglienza della Caritas di San Paolo e dell’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). se veniste all’Arsenale la domenica pomeriggio, la potreste incontrare mentre dà indicazioni, in francese o in inglese, ad un gruppo di nostri ospiti africani per conto dell’Istituto della Diaspora Africana in Brasile, di cui lei è direttrice esecutiva. Potremmo dirvi molto di piú su di lei, ma preferiamo che anche voi la conosciate un po’ alla volta.

Per ora vi mandiamo una sua foto, all’Arsenale, seduta davanti ad un microfono. Già, seduta, perché Carmem non ha mai camminato, ma questo - lo avrete capito - non è decisamente la prima delle sue qualità. Sono le 6.30. Alla porta ci sono una trentina di uomini che stanno aspettando di essere chiamati da Nelson e Imar, i due assistenti sociali che ogni giorno si occupano dei nuovi ingressi. In genere ciò che accomuna i neo arrivati è che sono letteralmente sfiniti e hanno bisogno di un luogo di ristoro. Ognuno con il carico della sua storia. Tra loro c’è un ragazzo alto, robusto, che alla richiesta di presentare un documento risponde timidamente di essere stato derubato al suo arrivo in città. Nel colloquio individuale Ferem - questo il suo nome - inizia a raccontare la storia del suo viaggio, che dall’incantevole spiaggia di Labadee ad Haiti - dove lavorava presso un’agenzia satellite della Royal Caribbean - lo ha portato a dormire su uno dei marciapiedi di Praça da República, a San Paolo. Una lunghissima storia che stiamo ancora conoscendo, ma che - come tutte le storie che passano da questa casa - hanno bisogno, prima di tutto, di ricevere speranza. Ferem ha lasciato Haiti prima del grande terremoto e da allora non ha più notizie dei suoi parenti.

Sin dai suoi primi giorni di Arsenale ha scoperto la Foresta che Cresce che lo aiuta a far leva sui sentimenti migliori, a stare lontano dalla solitudine e a fare il bene. In questi giorni di grandi piogge tropicali lui è uno di quelli che una volta la settimana partecipa al gruppo che aiuta la Protezione Civile di San Paolo ad organizzare i viveri destinati alle famiglie colpite dalle alluvioni. Il fatto di non poter aiutare il suo popolo lontano non gli impedisce di appoggiare chi è vicino. Carmem, che gli aveva indicato l’Arsenale, ora lo sta aiutando a riottenere i suoi documenti.


Speciale – Il DNA della SPERANZA 3 / 8
Potremmo chiederci quale significato la nostra cultura dà alla speranza. Sicuramente: sopravvivere alla fame o alle catastrofi, un posto di lavoro, la salute, una vincita, una vittoria politica... Ma anche le riflessioni della filosofia e della teologia, che puntano lo sguardo oltre l’immediato. Le risposte sono tante quante le attese che ci portiamo dentro. Noi abbiamo scelto di parlare della speranza partendo da fatti concreti della vita, da testimonianze che raccontano come si può trasformare il negativo in positivo, come sprigionare le risorse che sono a disposizione dell’uomo. Senza dimenticare che la responsabilità di portare alla luce una situazione imprigionata dal buio è personale. Siamo come delle candele che aspettano di essere accese per essere e fare luce. E lasciarsi consumare attraverso le carità, attraverso la compassione, attraverso l’aiuto agli altri.