Sermig

Allunghiamo la cultura della vita

di Corrado Avagnina - Duecento interruzioni di gravidanza ogni mille nati vivi. Non stanchiamoci di ripetere l'appello alla vita.

Resta una frontiera delicata e cruciale, su cui talora si ha l’impressione che cali una sorta di silenzio o di disagio a parlarne. Nell’opinione pubblica, per un verso, si pensa che siano altre le questioni che scottano e, per altro verso, si immagina che sia un problema che sta alle spalle, non riapribile ma da lasciare al suo destino. Invece questo clima va un po’ bypassato, perché la posta in gioco è enorme, in ogni caso. Si tratta dell’interruzione di gravidanza oggi nel nostro Paese, in ragione della ultratrentennale legge 194 che la consente a determinate condizioni.

Ogni anno, come da normativa, si rendono noti i dati che il Ministero della Salute deve raccogliere al riguardo. Ed ecco i numeri, che comunque non possono non impressionare. Gli aborti nel 2011 sono stati 109.538 (in calo del 5,6% rispetto all’anno precedente). L’abortività legale si attesta su 202 interruzioni di gravidanza ogni mille nati vivi. La via chimica all’aborto tramite la Ru486 raggiunge il 6% degli interventi. Diminuiscono in minima misura i medici che praticano l’obiezione di coscienza. Sono il 34,2% le donne straniere che fanno ricorso all’aborto.

Ogni anno – a dirla facendo ricorso ad un’immagine efficace – con i non nati, in ragione dell’interruzione della gravidanza, si potrebbe disegnare una città pari a Lecce, Arezzo o Bolzano che viene meno. Certo, sempre con i numeri, si può fare un raffronto significativo con trent’anni fa, quando nel 1982 gli aborti erano più del doppio (esattamente 234.801). Ma qui le cifre sono un dato sensibilissimo, perché dietro ognuna di esse sta una vita non venuta alla luce, sta forse il dramma di una mamma mancata. Insomma si è su un terreno che dovrebbe interpellare, senza scampo.

Al di là della normativa, su cui meriterebbe riaprire comunque qualche riflessione chiedendo a chi di dovere di provarci almeno, ciò che preme forse oggi è un impegno allargato e trasversale perché ci si faccia umanamente attenti rispetto all'opzione che conduce all’aborto. Ciò che inquieta la nostra coscienza è il rischio di assuefazione, quasi un abbassamento di consapevolezza, magari un cedimento al dato di fatto che poi può farsi scontato. Pare urgente rimettere in pista ciò che scontato non dovrebbe mai essere. L’aborto resta, sia pure consentito dalla legge, un no ad una vita che non potrà continuare a vivere.

E tornano alla mente le parole sagge e forti dei nostri vescovi da oltre trent’anni: “Nessuna legge libererà mai le nostre coscienze”. Poi rimane una ferita nell’animo della donna. È su questo dramma che occorre ritornare, per ascoltare le situazioni difficili, complicate, fragili e per aiutare a trovare il bandolo della vita, nonostante tutto. La donna non può essere lasciata sola né deve sentirsi tale, quando la gravidanza diventa un problema. C’è una corresponsabilità di coppia da ri-assumere e da condividere, come c’è una rete di sostegni, di affiancamenti, di solidarietà… da attivare e rendere efficace. C’è una cultura della vita che si deve allargare ad un’educazione sulla sessualità e sull’affettività, avendo il coraggio di riparlare ai giovani di queste dimensioni coinvolgenti dell’esistenza, da non banalizzare mai.

Sì, forse sono appelli – questi – che abbiamo già fatto. Non ci stanchiamo di ripeterli. Non vorremmo infatti essere distratti o depistati altrove, trascurando ciò che rimane decisivo. Anzi, non vorremmo sentirci rimproverare per non avere più detto nulla in proposito. La vita che non viene al mondo angoscia sempre. Non scordiamolo.