Fare di più

di Gian Mario Ricciardi - Mai così poco, mai così male. E allora si vende. Entro in uno dei troppi Compro Oro. Mi vergogno un pò. È mattina. Per strada ci sono i pensionati che rientrano col sacchetto del pane. giornata finita per loro. Il resto per molti è televisione o star dietro la finestra a guardare.

In tasca ho tre pezzetti d’oro. Voglio provare l’effetto che fa. Suono il campanello, entro con gli occhi bassi. Non sono mai stato in un monte dei pegni. Sui manifesti c’è scritta una cifra al grammo, qui pagano molto meno (è quasi sempre così). Faccio vedere, il commerciante pesa, calcola, paga: cash. Come negli anni del dopoguerra.

“È la crisi”, mi ripeto. Che malinconia. I nostri nonni hanno consumato la vita per portare in banca i risparmi, molti di noi vendono i gioielli di famiglia.

È vero, la recessione sta alzando il solco tra chi ha ed è garantito e chi non ha nulla. E chi crede non può stare a guardare, ma c’è una classe di mezzo che sta male. È quella che prima, ogni tanto, saliva in montagna, scendeva al mare, faceva la vacanza, ora va dai Compro Oro.

Chi sono? Nove su dieci dei single o coppie senza figli o al massimo un figlio, dodici su cento con più figli o malati e anziani a carico. Gente che oscilla sui mille euro ma anche chi arriva a duemila, gente di mezzo, appunto.

Viene in mente l’oro per il duce. Ora serve per sopravvivere.

La crisi sta mutando tutti gli strati della società
. I ricchi sono sempre più ricchi: solo le auto di lusso, le giacche da mille euro, le scarpe da trecento e via folleggiando non conoscono stop. Tutto il resto sì. Meno auto, benzina, viaggi. I consumi precipitati a meno 15 per cento dicono che l’austerità sta toccando il punto di non ritorno.

Carne, pesce e frutta vengono sostituite con pasta e uova. I mercati e i market a fine 2012 ed inizio 2013 (li ho girati) erano semivuoti e intrisi di un’atmosfera triste, priva di speranza. L’impatto di chi gira tra le bancarelle o in mezzo agli scaffali è pesantissimo. Certo si coniuga (e in parte determina) con il lento mutare della società, ma è allarmante per la sua mancanza di prospettive. Nel dopoguerra c’era la miseria nera ma nonostante tutto si rideva, si sperava, si sognava. Oggi no.

Nel 1946 bastavano un’acciuga e un bicchiere di vino per fare allegria, ora è più difficile.

Ma nessuno può immaginare che si possa uscire dalla depressione economica e mentale senza riscoprire la speranza e la fiducia. Il processo sarà lento, ma inevitabile. Gli economisti dovranno scovare qualche notizia buona in più, il governo (qualunque sia) allentare la tassazione ora a livelli moralmente inaccettabili, i grandi industriali investire in casa e non fuori, gli speculatori finanziari lucrare un po’ meno, ma anche noi dovremo fare di più. Non molto di più. Semplicemente qualche sorriso in più per riscoprire quel rischioso ottimismo dell’Italia che ce la fa.

Dalla rubrica di NP TODAY

 

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