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La nuova era - Antropocene

di Sandro Calvani - Per la prima volta nella storia, l’umanità è in grado di distruggere o salvare il suo futuro. L’Asia potrà avere un ruolo da capofila nello sviluppo sostenibile.

Qualche settimana fa ho chiesto ai miei studenti in quale era geologica ci troviamo. La prima risposta era sbagliata ma stimolante: “Professore siamo in un master di relazioni internazionali e in un corso di affari umanitari. Non so in che era geologica siamo, ma è certo irrilevante per il tema di oggi che è: Nuovi conflitti nel Mare della Cina”. La seconda risposta era quella giusta: “Siamo nell’era geologica dell’Olocene iniziata circa 11.500 anni fa dopo l’era glaciale del Pleistocene”. Per fortuna ci sono degli studenti di Relazioni Internazionali - ma sono davvero pochissimi - che sanno in che era cronologica e geologica del pianeta Terra ci troviamo.

Il che non deve sorprendere più di tanto, visto che, nelle riunioni del G8, dell’ASEAN e dell’APEC alle quali ho partecipato, mi sono accorto che ci sono parecchi capi di governo che non hanno idea dell’era geologica in cui viviamo. L’errore del primo studente è diffusissimo: vivere e fare scelte politiche globali come se il pianeta Terra fosse infinito in termini di tempo, spazio e risorse. Recentemente però molti studiosi dell’ambiente hanno ipotizzato che in realtà non siamo più nell’era dell’Olocene ma siamo entrati invece nell’era dell’Antropocene, quell’era geologica in cui le scelte di vita, di produzioni, di consumi, di utilizzazione delle risorse globali da parte dell’umanità sono diventate più importanti di qualunque altra variabile che definisce l’era geologica.

Nel 2013 il fatto che l’umanità è entrata nell’Antropocene viene ormai accettato da tutta la comunità scientifica mondiale. La definizione è anche riconosciuta dalle Nazioni Unite che ne hanno fatto un punto di partenza di vari dibattiti internazionali sullo sviluppo sostenibile. C’è però un’ampia diversità di opinione sul quando sarebbe cominciata quest’era geologica: secondo alcuni otomila anni fa, secondo altri circa duemila anni fa e, secondo altri ancora, l’era sarebbe iniziata soltanto con l’arrivo della rivoluzione industriale. È certo che viviamo per la prima volta un sistema planetario di relazioni tra umanità e Natura in cui l’umanità controlla tutte le altre variabili ed è responsabile di tutte le conseguenze. Il genere umano è in grado per la prima volta di distruggere o salvare il suo futuro.

Tutto il processo di trasformazione della qualità di vita sulla Terra viene definito con molte variazioni del concetto di sviluppo sostenibile, tra cui si usano spesso le denominazioni di crescita, progresso, arricchimento, successo. Sono in continua moltiplicazione gli indicatori di sviluppo, visto che, dopo l’affermazione degli Obbiettivi di Sviluppo del Millennio da parte delle Nazioni Unite nel 2000, è chiaro che i soli vecchi indici di prodotto nazionale lordo e reddito pro-capite non bastano più a capire come si sviluppano i popoli. Tra gli indici emergenti più promettenti, si studiano gli indici di felicità, quelli di uguaglianza, e quelli di diritti, giustizia e libertà. Ma come tutte le parole altisonanti possono essere piene di significati diversi ed interpretate a piacimento. Ancora più variabili sono le implicazioni delle diverse classifiche tra i Paesi del mondo.

Quando negli anni ’80 l’Asia cominciava a crescere in modo diverso degli altri continenti, molti hanno pensato che si trattava di una normale accelerazione dello stesso modello di sviluppo già realizzato da Europa ed America nei decenni precedenti. Non era così: l’Asia ha avviato un processo di ridefinizione dei fondamenti economici, sociali e culturali dello sviluppo sostenibile, che le ha permesso all’inizio del nuovo secolo di assumere un ruolo di guida dello sviluppo del mondo intero.

Che cosa rende così speciale l’Asia quando si tratta di ridefinire le speranze di un futuro più sostenibile?

Il primo punto è che l’Asia ha quasi la metà della popolazione mondiale e mantiene una buona crescita della popolazione. Bisogna mettere insieme gli altri tre grandi continenti Europa, Americhe e Africa per trovare un mercato di produzioni e consumi essenziali comparabile a quello asiatico, ma in Europa e in America la crescita della popolazione è scarsa e i consumi e l’occupazione crescono lentissimamente.

Il secondo punto è che le risorse naturali dell’Asia sono abbondanti, ma la forte densità della popolazione obbliga a fare scelte di uso sostenibile delle risorse. Infine il fatto di arrivare dopo l’Europa e l’America ha permesso all’Asia di saltare alcuni passaggi dello sviluppo risultati obsoleti o dannosi per l’ambiente e di adottare subito alternative più pulite e più avanzate. Un esempio di questo processo accelerato è stata la transizione verso telefoni cellulari in zone rurali, che ha saltato la costruzione di pali telefonici per rete fissa e la rapida introduzione di tablet computer per i bambini nelle scuole elementari senza passare per le TV o i proiettori. Ancora più importante è il fatto che in Asia vive il 70% dei poveri del mondo che rappresenta dunque una priorità indiscussa ed assoluta che obbliga i leader a creare e sperimentare politiche efficaci di occupazione e crescita economica.

Nel ristrutturare i suoi processi di sviluppo e consumi sostenibili l’Asia adotta anche una strategia di riduzione delle emissioni di carbonio ed altri gas che provocano il riscaldamento globale e il cambio climatico, in tutti i settori, dagli usi casalinghi ed industriali ai trasporti di massa e privati. I leader asiatici sanno bene che sarebbe disastroso ripetere nel loro continente gli errori ambientali, socio-economici e della finanza pubblica visti in Europa e in America. Sono dunque molto attenti a scegliere le tecnologie più appropriate e le forme migliori di partecipazione nelle scelte finanziarie, potenziando il business a fini sociali, il micro-credito rurale e mettendo dei limiti molto severi all’indebitamento pubblico tutte strategie politiche che i popoli asiatici accettano facilmente, essendo abituati culturalmente a porre l’interesse pubblico prima di quello privato. Secondo il rapporto delle Nazioni Unite del 2013 sullo sviluppo umano sono in Asia i Paesi che hanno fatto i migliori salti in avanti nell’educazione primaria, secondaria e universitaria e nell’accesso di tutti a servizi di salute pubblica.

Manterrà l’Asia il ruolo di capofila dello sviluppo sostenibile del mondo che ha appena conquistato? Non possiamo esserne sicuri, ma le statistiche suggeriscono che è possibile. Un recente rapporto dell’Unione Europea sul tema Il mondo nel 2025 prevede che l’Asia avrà tra dodici anni il 61% della popolazione mondiale e rappresenterà dunque la più grande area economica del mondo, ancora più di oggi. L’era geologica dell’Antropocene diverrà dunque una culla di una nuova umanità più attenta alla propria sopravvivenza nello stesso momento in cui, nell’era economica dell’Oriente, il mondo intero guarderà all’Asia come la nuova sorella maggiore da ascoltare ed imitare.

Foto: Max Ferrero / SYNC