Non è un gioco come un altro

di Corrado Avagnina - La crisi non demorde, per adesso. Ma intanto sembra che, su alcuni fronti, ci si faccia male da soli. Prendendo strade per lo meno discutibili. Ad esempio, sulla liberalizzazione dei negozi, prevista nel decreto Salva Italia, ci si sta interrogando se non si sia mancata la posta in gioco. Da associazioni di categoria arriva una raggelante annotazione: “Non ha portato alcun vantaggio, visto che le vendite al dettaglio sono scese del 25% nel 2012 ed ancora del 6% nei primi mesi del 2013”. Senza contare le piccole aziende che hanno chiuso i battenti nel 2012, cioè 135mila, mentre già nei primi mesi del 2013 altre 23mila hanno alzato bandiera bianca. Il problema a monte è quello che vede gli italiani nel 2012 in affanno per la spesa: difatti hanno spuntato un segno meno pari a 40 miliardi per acquisti non più effettuati. Insomma non è la domenica impiegata per lo shopping a risolvere i guai del settore commerciale. E, poi, di mezzo ci sta un alto costo pagato dagli operatori, quello della domenica compromessa per tener su le saracinesche. È un prezzo in umanità, in relazioni familiari, in tempo sottratto ai propri cari ed alle proprie convinzioni religiose. La legge del mercato, oltre a non poter essere quella che domina tutto, talora sembrerebbe pure… inefficace.

Intanto però c’è chi non ci sta. E così si è già mobilitato il popolo associativo, dietro l’iniziativa promossa da Confesercenti e Federstrade intitolata Libera la domenica, con l’intento di proporre una legge a base popolare, che restituisca alle Regioni il potere di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali, adattandoli alle esigenze del territorio, e dosando l’apertura domenicale secondo criteri di vere necessità. In parlamento, si sono depositate ben 150mila firme poste in calce a questa proposta di legge, a cui hanno contribuito molte associazioni del mondo cattolico.

Lo spunto è quindi di valore, in una società che sta cedendo sempre più alla logica delle cose e del business, anche e soprattutto quando troppo va male. La crisi non può farci ripiegare in basso. E la domenica è solo una delle occasioni in cui riuscire a rialzare il capo ed a scegliere ciò che vale e non ha prezzo. Come appunto gli affetti familiari, le ore dedicate ai figli ed al coniuge, la sosta accanto a chi in casa è anziano o malato, il momento della fede condivisa nella comunità attorno all’eucaristia, la pausa salutare staccando la spina insieme non ognuno per proprio conto (in giorni magari sfasati), la positività di rilassarsi dentro appuntamenti comunitari, festosi, sportivi, rionali… C’è l’umanità che reclama i suoi ritmi. C’è una fede che esige il suo respiro giusto. La festa non è un optional, è una esigenza.

Chissà che non si possa mettere in discussione, con calma e sangue freddo, la smania delle deregulation, come se non riuscissimo più a comprenderci nelle nostre aspirazioni umane e cristiane? Infatti non è detto che – ed i dati un po’ lo dimostrano – ci sia da guadagnare nel non avere più paletti ragionevoli agli affari che si dovrebbero fare ad ogni costo. C’è un’alleanza possibile tra esercente e cliente che va basata sulla comune esperienza umana, familiare, religiosa… trovando il tempo opportuno, per tutto e per tutti. Certo è un discorso articolato e forse difficile (almeno nell’avviarlo), ma è un passaggio prezioso ed importante per una società che prenda un po’ in mano le redini del suo essere e non solo del suo fare.

Ovvio che dentro questa partita vanno portati anche i rapporti tra piccoli negozi e grandi centri commerciali. La domenica è in gioco per tutti. Anzi richiede proprio uno sforzo di ripensamento globale, che inserisca il business dentro coordinate di umanità indispensabili su ogni fronte, sia per chi va a comprare sia per chi fa il venditore. Già, se una mamma che fa shopping di domenica si mettesse nei panni dell’altra mamma che le fa lo scontrino, forse potrebbero entrambe concordare su tempi ed abitudini da rivedere. Però se il punto centrale è la merce allora saltano tutte le altre priorità. Ma è un passo avanti?

Si obietterà che i tempi cambiano. Ma si possono governare nel cambiamento, senza subire soltanto regie che stanno dietro le quinte.

Quarta pagina - rubrica di NP

 

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