L'educazione contro la miseria

di Sandro Calvani - Bangladesh: la scuola di base per tutti come unica risposta a contraddizioni, ingiustizie e violenze.

La prima settimana di maggio mi trovavo a Dhaka durante una delle più grandi manifestazioni popolari organizzate dalle opposizioni islamiste contro il governo di centro-sinistra del primo ministro signora Sheikh Hasina. Oltre alle manifestazioni di piazza, numerosi blocchi stradali e diversi scioperi generali hanno messo in difficoltà tutti i commerci e le industrie del Paese che già normalmente operano in una situazione di forte vulnerabilità ed insicurezza degli investimenti.

L’altissima densità della popolazione del Bangladesh – oltre 150 milioni di persone in un territorio più piccolo della metà dell’Italia – fa sì che tutto succede in un ambiente sovraffollato. Così mi sono bastati pochi passi a piedi per passare da una consultazione ufficiale sui diritti delle donne con il ministro degli esteri signora Dipu Moni al cuore della manifestazione di protesta che ha messo a ferro a fuoco l’intero quartiere. Ci sono molte ragioni di forti tensioni tra le masse di persone con scarsa educazione e tanta miseria e il resto del Paese, con le sue imprese manifatturiere, le sue classi dirigenti, comprese la polizia e l’onnipresente esercito nazionale.

Anche se i tassi di sviluppo accelerato del Paese sono alti secondo quasi tutti i metodi di misurazione, la disuguaglianza è impressionante e l’alta densità della popolazione ogni minuto crea istantanee scioccanti sotto gli occhi di tutti. Tante immagini di stridente ingiustizia si possono vedere ovunque per la strada: dozzine di bambini poverissimi che chiedono l’elemosina a centinaia di persone che passano sulla loro fiammante BMW o Porsche Cheyenne, il cui valore è molto più alto di quanto ognuno di quei bambini guadagnerà in tutta la vita; migliaia di mercati popolari che vendono ogni cosa e soprattutto semplici articoli di abbigliamento come pantaloni e magliette al prezzo di 3 o 4 euro, prodotti nelle migliaia di fabbriche tessili del Paese dove i lavoratori sono pagati 60 euro al mese. Non si vedono però espressioni di odio o invidia dei troppi poveri verso il resto della società e certamente non verso gli stranieri, facilmente riconoscibili dalla loro faccia o dal fatto che hanno le scarpe.

Ma è forse il crogiolo di troppe contraddizioni ed ingiustizie incomprensibili che genera alla fine gravi esplosioni di violenza, a volte davvero incontrollabili. Così ho visto varie giornate di scontri per la strada con oltre 40 vittime, centinaia di feriti ed enormi danni alle infrastrutture pubbliche e private incendiate. L’angoscia e la protesta per gli oltre mille lavoratori e lavoratrici che il 24 aprile, vicino a Dhaka, hanno perso la vita nel crollo di un palazzo mal costruito che ospitava cinque fabbriche di abbigliamento, non bastano per far cambiare radicalmente le condizioni di lavoro dell’industria tessile, che è molto influente perché produce ed esporta prodotti per 20 miliardi di dollari all’anno. Così le tensioni sindacali si sono sommate a quasi centomila manifestanti islamici che marciavano minacciosi per chiedere una legge dura, chiamata anti blasfemia, contro ogni forma di espressione culturale non integralmente islamica. Radicalismo religioso, ignoranza e disuguaglianze gravi diventano ossessioni difficili da sopportare ogni giorno. Sono angosce che hanno fatto perdere a molti il senso della misura, tanto che insieme ai negozi di lusso hanno bruciato anche poverissimi mercatini di verdura e negozi che vendono il Corano ed altri libri sacri islamici, nei pressi della moschea principale della città. Più che le minacce della polizia e dell’esercito, una fortissima pioggia torrenziale, tipica di questa stagione, ha poi calmato gli animi e gli incendi e incoraggiato tutti a tornare a casa dopo due giorni di conflitto civile.

Dopo la guerra per le strade è arrivata una guerra ugualmente senza regole di parole, di polemiche, tra i leader di fazioni di milioni di cittadini che non hanno ancora trovato un’unità nazionale per affrontare le grandi sfide di crescita e di giustizia. Nei giorni precedenti i conflitti politici e religiosi erano stati esacerbati anche dalla condanna a morte e all’ergastolo di tre politici islamici arrestati per gravi genocidi accaduti durante la guerra di indipendenza nel 1971.

Le autorità hanno poi chiuso due canali televisivi dell’opposizione islamista e vietato altre forme di protesta e informazione politica come il quotidiano Amad Desh, il cui direttore ed editore Mahmudur Rahman è stato arrestato per presunta attività di sedizione. È evidente che la popolazione, dopo 42 anni dall’indipendenza, non ha ancora potuto o saputo rimarginare le ferite della guerra con la quale ha guadagnato la separazione dal Pakistan, una profonda divisione che già allora in gran parte rifletteva le stesse contrapposizioni di oggi tra la Jamaat-e-Islami, il più grande partito islamico del Paese, e la maggioranza rappresentata dalla Lega Awami, il partito fondato da Sheikh Mujibur Rahman, leader dell’indipendenza nel 1971.

Ero a Dhaka anche per tenere un discorso sugli obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite alla Conferenza Globale dell’Accademia Islamica delle Scienze, dedicata all’analisi del contributo specifico che la ricerca scientifica può dare allo sviluppo sostenibile dei Paesi più poveri. I ministri bengalesi che ho incontrato hanno presentato in modo convincente le scelte coraggiose del Paese per garantire a tutti i cittadini del Bangladesh l’accesso all’educazione di base e all’istruzione superiore compresa quella universitaria; sono politiche di sviluppo costose che daranno frutti importanti nel medio termine e che fanno ritenere agli analisti della Banca Mondiale che il Bangladesh – che è ottavo nella classifica dei Paesi più popolati al mondo – sarà una delle nuove undici economie che si aggiungeranno entro il 2020 al gruppo delle venti nazioni economicamente più importanti al mondo.

I giornali infatti sono pieni di foto e notizie sugli studenti migliori in varie discipline, sulle classi e gli istituti scolastici che hanno raggiunto gli obiettivi di punteggi di eccellenza stabiliti dal governo, e perfino le imprese nelle varie provincie si mobilitano per aiutare con ripetizioni e appoggio agli studi, quegli studenti che peggiorano le medie delle classe perché non raggiungono i livelli richiesti di punteggio agli esami. La gara per l’eccellenza negli studi è divenuta una passione nazionale e tema di appassionanti competizioni tra quartieri delle città e tra le provincie, un po’ come quelle tra le squadre di calcio o di cricket. Anche la pace e la giustizia potranno guadagnare molto da questo sforzo educativo, in quanto porteranno via alle madrasse, cioè le scuole islamiche integraliste, milioni di ragazzi che le famiglie più povere affidano loro per disperazione, dove le scuole ordinarie non hanno abbastanza posti per tutti i ragazzi della zona.

Come mi ha confidato un giovane impresario di un’industria farmaceutica locale: “Il Bangladesh può curare tutti i suoi problemi con l’educazione ancor meglio che con le medicine a basso costo che produciamo.

E tanta gente istruita rappresenta un ottimo vaccino universale per prevenire tutti i guai che capitano in un Paese in via di sviluppo”.

Orientarsi - rubrica di NP

 

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