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L'autunno della UE

di Guido Bodrato - La crisi finanziaria esplosa quattro anni or sono negli Stati Uniti ha messo in evidenza la debolezza della moneta unica europea nei confronti di manovre speculative rese più violente dalla mondializzazione dei mercati. In realtà stiamo parlando di una crisi che è la manifestazione finale della deregulation finanziaria, di un sistema che ha esaltato la mobilità dei capitali e le bolle speculative immobiliari ed ha fatto cadere nella povertà milioni di americani. Quale è, in questa situazione, il male oscuro che minaccia, attraverso la moneta unica, la stessa sopravvivenza dell’Unione europea? C’è indubbiamente una questione di leadership: non è necessario risalire alla primavera della Comunità europea, guidata negli anni ‘50 da Adenauer, Schuman e De Gasperi. Allora l’Europa si lasciava alle spalle un secolo di guerre civili europee e la tragedia del nazismo. Allora con l’Alleanza atlantica la Comunità dei sei (Repubblica Federale Tedesca, Francia, Italia, Olanda, Belgio, Lussemburgo) resisteva alla minaccia dell’Unione Sovietica e si allargava alla Gran Bretagna, alla Danimarca, alla Svezia, all’insegna del mercato unico e del welfare europeo. A metà degli anni ’70, la Comunità europea ha deciso per l’elezione diretta del parlamento di Strasburgo ed è diventata l’approdo alla democrazia per la Spagna, il Portogallo e la Grecia. A piccoli passi la Comunità dei sei è diventata una Unione di quindici Paesi, con il sogno dell’Europa politica. L’allargamento dei confini si è accompagnato ad una crescita delle competenze comunitarie. Ma questa crescita straordinaria si è intrecciata con una contraddizione, con l’indebolimento della spinta propulsiva federalista e il diffondersi dell’euroscetticismo di matrice britannica. È prevalso l’interesse economico proprio negli anni in cui crollava il Muro di Berlino e si affermava la globalizzazione, mentre sarebbe stato ancora più importante portare a compimento il progetto dell’Europa politica.

All’inizio del nuovo secolo, si stava svolgendo un decisivo confronto tra i sostenitori del modello federalista – i quali consideravano la moneta unica il punto di forza del mercato unico –, l’avanguardia di un processo storico che avrebbe portato all’unione politica, ed i difensori della sovranità nazionale, un mito ormai logorato dalla globalizzazione, che riducevano l’europeismo ad un mercato più allargato. In quella fase l’urgenza dell’allargamento dell’Unione europea ai Paesi dell’ex Patto di Varsavia, molti dei quali avevano già aderito alla Nato, ha spinto il Vertice di Nizza (2000) a frenare sulla costituzione europea, e ad accelerare sull’allargamento della Ue. Ora è chiaro che è stato commesso un errore strategico. L’allargamento dell’Unione a Paesi dell’Est, che avevano riconquistato da poco l’indipendenza da Mosca, ha infatti rafforzato le tendenze sovraniste di governi nazionali che – aderendo all’Unione europea – avrebbero dovuto trasferire a Bruxelles parte della sovranità appena riconquistata. L’allargamento dei confini ha così rafforzato le tendenze euroscettiche, che hanno il punto di forza nella Gran Bretagna; ed infine ha rafforzato – attraverso sotterranee correnti populiste, consolidate dal generale diffondersi delle spinte all’immigrazione di massa, dal sud del mondo verso i Paesi più ricchi – le stesse nostalgie nazionaliste nascoste nelle viscere della vecchia Europa.

Così il progetto di Trattato costituente dell’Europa unita nelle diversità, che proponeva di trasferire una quota di sovranità dagli Stati nazionali alle istituzioni comunitarie, cioè al Parlamento di Strasburgo ed alla Commissione europea, prima è stato rallentato e poi è stato affossato dai referendum francese ed olandese (2005), caratterizzati entrambi dalla convergenza nel voto contro il trattato costituente delle sinistre estreme, che chiedevano un’Europa più sociale, e delle destre euroscettiche e populiste, contrarie comunque all’integrazione europea ed all’Unione politica. In quella stagione, a conclusione della mia esperienza di parlamentare europeo, ho cercato di mettere in evidenza in un libro di memorie (L’Europa impossibile) le ragioni del declino dell’idea federalista che ha le sue radici nella resistenza europea, e dell’emergere di una generazione non più appassionata all’idea cui si sono ispirate per mezzo secolo il modello di democrazia, di solidarietà e di pace delle grandi famiglie politiche europee democristiane, liberali e socialdemocratiche. Quando, con il Trattato di Lisbona, è stato rilanciato il dibattito sulla costituzione europea, il baricentro di questo modello di Unione è stato spostato a favore dei vertici intergovernativi, cioè del Consiglio europeo, mentre è stato indebolito il ruolo delle istituzioni comunitarie. Una vittoria dei conservatori britannici, degli euroscettici, dei sovranisti, che ha inevitabilmente rafforzato il ruolo dei governi nazionali, e tra questi della Germania. È sempre più evidente ormai che, in occasione dei vertici tra i rappresentanti dei governi europei, le tensioni interne ad ogni Paese, cioè la dimensione nazionale delle questioni politiche, contano più delle questioni comunitarie. L’idea dell’Unione politica ha fatto i conti con questo indebolimento dell’idea comunitaria, dell’Europa dei popoli. L’Unione europea appare ormai prigioniera dell’Europa delle nazioni. E di questa contraddizione è prigioniera anche il cancelliere della Repubblica federale. Angela Merkel rivendica la guida del progetto federalista, pone cioè al primo posto – prima dell’obiettivo della solidarietà – quello dell’unione politica. Ma nello stesso momento si oppone alle proposte di Mario Monti e di François Hollande di camminare subito in direzione dell’Europa politica con il fondo salva Stati ed il meccanismo economico di stabilità, di difendere cioè l’euro dagli attacchi della speculazione internazionale. Eppure la Germania non ignora che difendendo l’euro e difendendo i Paesi mediterranei più esposti alla crisi, difende anche se stessa, la sua economia e la sua centralità in un’Europa che conta meno dell’8 per cento della popolazione del mondo.

In realtà, come ha sottolineato Amartya Sen, “l’aspetto forse più inquietante del malessere europeo è il fatto che l’impegno democratico è soppiantato dai dictat finanziari imposti non solo dai leader dell’Ue e dalla Banca Centrale Europea, ma indirettamente anche dalle agenzie di rating, i cui giudizi sono stati notoriamente fallaci”. Così una politica di austerity, tutta concentrata sui bilanci nazionali, sui tagli alla spesa pubblica, prevale su una politica che punti sulla crescita e sull’occupazione e si preoccupi della solidarietà tra i Paesi dell’Ue, salvando così l’Europa dal riflusso nazionalistico.

La dissoluzione delle famiglie europeiste (il Partito Popolare Europeo non è che l’ombra della Dc europea del ‘900) e l’assenza di leadership confrontabili con quelle dei padri fondatori della Comunità europea, quasi tutti aderenti alla famiglia democristiana, ha molto a che fare con il declino della stessa idea dell’Europa politica. E questo declino ha favorito il riflusso di una parte importante degli elettori, anche in Paesi di antica tradizione europeista, verso le tendenze nazionaliste, proprio nel momento in cui, con la mondializzazione dei mercati, sarebbe più importante la costruzione di un soggetto politico forte, in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti, la Russia, la Cina ed il Brasile.

Siamo all’autunno dell’Unione europea? La crisi che l’Italia sta attraversando e che toglie speranze alle giovani generazioni è la metafora della crisi di valori che minaccia l’Europa: se l’Europa non riscopre la sua anima democratica e non sa fare i conti con la sua storia, che è per molti aspetti storia cristiana, se pensa di competere con il resto del mondo solo in forza della sua economia, non potrà non arrendersi ai diktat dei mercati ed assistere al naufragio del welfare, cioè del modello di società cui si ispira, negli Stati Uniti, lo stesso Barak Obama. E per l’Italia sarebbe un disastro, da cui non la salverebbero certamente il populismo ed il fantasma del nazionalismo.

Speciale - Oltre Babele - 2/6 - NP di Agosto/settembre 2012

Confusione, incapacità di ascolto, di comunicazione, assenza di ideali e valori: una faccia della babele dei nostri tempi. A pagare sono soprattutto le nuove generazioni, i loro sogni, il loro futuro. Per superarla serve una rivoluzione di speranza: giovani e adulti che si educano al bene, coltivano un pensiero forte, vivono la responsabilità. Rientrano in se stessi per aprirsi agli altri.