Sermig

Fiumi di parole

di Renato Bonomo - “Il nichilismo. Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia” (Martin Heidegger).

Spesso per fare addormentare i bambini ci vuole una favola. Anche mio figlio Pietro, quasi tre anni, non sfugge alla regola. Quando tocca a me, Pietro mi chiede sempre la stessa storia, quella della torre, che altro non è se non la torre di Babele. È una nostra convinzione genitoriale che la Bibbia sia, tra le altre cose, un repertorio unico di storie, molte di queste buone per qualsiasi età. Siccome non posso raccontargli le vicende di Babele riferendomi solo al testo biblico, essendo solo 9 i versetti che riguardano l’imponente costruzione, ho dovuto arricchire la trama di nuovi e colorati dettagli senza tuttavia mutarne il significato profondo. Ne è nata così una personale rilettura ad uso e consumo di Pietro. Si parte dal buio, tipico della stanza dei bimbi, per dire che Dio, stufo di quell’oscurità, ha creato la luce. Ma la luce appena creata che cosa illuminava? Niente, ed ecco Dio creare il cielo e la terra. Peccato che non c’era nessuno ad abitare quelle meraviglie. Allora Dio diede origine a tutte le specie vegetali e animali. Gli uccellini cominciarono a solcare il cielo e i pesciolini a nuotare nel mare per far compagnia a Dio. Dio era davvero soddisfatto, anche se in verità, alla fine della giornata non aveva nessuno con cui parlare e confidarsi. Allora Dio, proprio per poter parlare e comunicare, creò qualcuno che fosse a sua immagine e somiglianza: gli uomini. Per questo motivo all’inizio dei tempi Dio e gli uomini parlavano la stessa lingua. Tutto andò bene fino a quando gli uomini decisero di costruire una torre per dimostrare a Dio di essere capaci di cavarsela da soli. Il resto della storia lo sappiamo tutti. La confusione delle lingue ha impedito la comunicazione corretta tra gli uomini e Dio, e tra uomo e uomo.

Non so per quale motivo Pietro ami particolarmente questa storia. Forse perché si parla di una torre capace di arrivare a toccare le stelle del cielo. Continua però a stupirmi il fatto che si sia affezionato proprio a questo racconto e non ad altri. Che i più piccoli abbiano una sensibilità particolare è cosa nota, che sappiano percepire anche il mondo che li circonda è un dato affascinante ma da dimostrare. Forse è solo suggestione, ma mi sembra che vi sia una curiosa relazione tra il fatto che questa storia gli piaccia e la confusione che noi suoi genitori stiamo vivendo in questo mondo e che inevitabilmente gli trasmettiamo. D’altronde non è forse frequente sentire che questi tempi assomigliano ad una vera e propria babele?

Sentiamo flussi interminabili di parole così rapidi ed impetuosi che siamo incapaci di trattenere qualche contenuto significativo. Volano parole vuote che sembrano buone per ogni occasione, promesse che non vogliono dire speranza, ma solo illusione. Si susseguono leggi e leggine che sembrano essere redatte apposta per non essere rispettate. Si generano una pluralità di valori e interpretazioni che inevitabilmente portano al qualunquismo. Tutto diventa normale perché siamo congestionati da immagini e voci che ci stanno rendendo indifferenti. Viviamo possibilità di comunicazione senza precedenti eppure reagiamo con una sostanziale incomunicabilità emotiva e relazionale. Ripetiamo frasi stereotipate con cui esprimiamo le nostre opinioni, illudendoci che siano farina del nostro sacco: in realtà non ci accorgiamo di averle prese in prestito da qualche programma televisivo. Questa situazione così desolante è dovuta al fatto che oggi la parola è vuota, sganciata da ogni significato, spersonalizzata. Filosoficamente parlando è una conseguenza della definitiva affermazione del nichilismo profetizzato nel XIX secolo da Nietzsche che lo definiva come un’epoca in cui i valori supremi si svalorizzano. Il nichilismo coincide con la distruzione di ogni valore universale, con l’impossibilità di trovare la verità e di creare significati condivisi. Le parole diventano così come vagoni vuoti che viaggiano da stazione a stazione senza lasciare o caricare alcun tipo di merce. Il nichilismo ha costretto il soggetto a responsabilità inaudite: non essendoci valori universali, verità assolute, bene e male, ha lasciato che ciascuno desse un proprio contenuto alle parole, rendendoci al contempo chiusi in noi stessi, incapaci di comunicare e immersi in una sorta di giungla in cui gli uomini diventano lupi per gli altri uomini.

La filosofia dell’ultimo secolo ha contribuito notevolmente alla distruzione dei contenuti comuni. La sua funzione critica rispetto alla tradizione ha prevalso sull’altra sua essenziale vocazione che è quella di costruire nuovi saperi. Adesso la nostra cultura sta vagando tra le rovine senza troppa speranza di ricostruzione; gli stessi tecnici che dovrebbero porsi questo compito sono scettici sulla riuscita del loro lavoro: “Perché ricostruire quando la nostra costruzione è destinata ad un nuovo e repentino crollo?”. Pensando così non contribuiamo certo a ricostruire legami e a superare la confusione. Anzi la accettiamo e la radicalizziamo auto-convincendoci che un suo superamento è impossibile.

Certo non si può pensare di tornare indietro a quando la filosofia si poneva come il sapere innegabile per eccellenza, e di conseguenza le parole con cui si esprimeva erano forti e solide quanto il contenuto che portavano. Ma non possiamo neanche rimanere impantanati nella situazione attuale, dove le stesse parole assumono miriadi di significati diversi. Una possibile strada da percorrere è quella che cerca di sintetizzare l’individualità propria di ogni soggetto e la dimensione universale e comunitaria a cui esso appartiene aspirando a salvaguardare i lati positivi dei due opposti atteggiamenti sopra descritti ed eliminandone gli aspetti che risultano inconciliabili.

È possibile un linguaggio nuovo e condiviso se superiamo da una parte il primato assoluto della parola (il quale ci obbliga – pensiamo ai casi delle ideologie totalitarie – a sottometterci ad un unico significato, spesso calato dall’alto, impersonale e omologante) e dall’altra del soggetto (primato che porta con sé confusione perché ognuno pensa e legifera per sé). Occorre piuttosto fondarsi sul primato dell’Altro, ossia di chi mi sta davanti. Mettere tu/lui/lei/noi/Dio al primo posto significa costruire un discorso capace di comunicare veramente perché mi pongo dal punto di vista del mio interlocutore: che cosa devo dire a te/lui/lei? Che cosa posso dire per te/lui/lei? Diventa necessario conoscere chi mi sta davanti per trovare la chiave d’accesso per entrare in relazione. L’attenzione verso chi riceve il messaggio mi permette di costruire il linguaggio adeguato, modulando le parole in maniera da essere compreso e per rendere il messaggio intellegibile da entrambi. Paradossalmente parlare diventa così un modo nuovo per ascoltare l’altro. Sicuramente sarà un linguaggio che non si caratterizzerà tanto per le regole grammaticali quanto per le sue regole emotive e relazionali, dove l’errore ortografico sarà facilmente perdonato perché non crea fratture. D’altronde, meglio un discorso sgrammaticato ma umano che uno impeccabile dal punto di vista formale ma sterile dal punto di vista relazionale. Infine è probabile che si generi un circolo virtuoso perché se il mio interlocutore è ben accolto, a sua volta potrà rivolgermi lo stesso atteggiamento che io ho rivolto a lui. Se accordiamo l’intelligenza e il cuore, può funzionare.

Speciale - Oltre Babele - 5/6 - NP di Agosto/settembre 2012

Confusione, incapacità di ascolto, di comunicazione, assenza di ideali e valori: una faccia della babele dei nostri tempi. A pagare sono soprattutto le nuove generazioni, i loro sogni, il loro futuro. Per superarla serve una rivoluzione di speranza: giovani e adulti che si educano al bene, coltivano un pensiero forte, vivono la responsabilità. Rientrano in se stessi per aprirsi agli altri.