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Turchia, una nuova coscienza

di Claudio Monge - C’è chi l’ha definita la “Norimberga dei militari turchi”, ma l’espressione, molto enfatica, ci pare cogliere in modo troppo parziale le realtà dei fatti. Stiamo parlando della tanto attesa sentenza sull’affare Ergenekon, nome tratto dalla mitologia turca e indicante una valle circondata da montagne nella quale un piccolo resto della razza turca originaria si sarebbe preservato per dare origine alla futura nazione turca. Emessa dal tribunale-prigione di Silivri, nei pressi di Istanbul (foto), il 5 agosto scorso, la sentenza condanna 275 persone tra militari e civili di estrazione molto diversa e ha comportato, tra l’altro, la comminazione di 17 ergastoli, alcuni a personaggi di primo piano dell’establishment militare. Basti citare tra gli altri: il capo di stato maggiore dell’esercito turco tra il 2008 e il 2010, i vecchi capi della gendarmeria, della prima armata e della Scuola di Guerra. Per questo motivo, molti ritengono che la data del 5 agosto 2013 rappresenti il colpo definitivo alla lunga parabola kemalista che ha caratterizzato, bene o male, 90 anni di storia repubblicana turca: una repubblica nata sulle ceneri dell’Impero ottomano nel segno di una svolta laicista ed autoritaria.

Ma la storia del processo Ergenekon impone delle riflessioni molto più ampie. Iniziata nell’estate del 2007, viene conosciuta dal grande pubblico solo a partire dal gennaio 2008, dopo una prima ondata di arresti eccellenti volti ad arginare un presunto complotto ordito contro il partito AKP (per la Giustizia e lo Sviluppo) e il governo di ispirazione islamica al potere da alcuni anni. Insomma, una cospirazione fatta di azioni eversive per destabilizzare il governo Erdoğan, comprese alcune efferate esecuzioni, tra le quali quella del giornalista armeno Hrant Dink e del sacerdote romano Andrea Santoro, senza parlare dei tentativi che sarebbero andati a vuoto, come quello di un possibile assassinio del Patriarca Greco-Ortodosso Bartolomeo I.

Inutile dire che la prima reazione governativa, assai mediatizzata, aveva suscitato ampi consensi e non celate speranze. I primi arresti riguardavano degli attivisti ultra nazionalisti, tra cui l’avvocato Kemal Kerinçsiz diventato celebre per aver incolpato di attentato alla turchità degli intellettuali del calibro del nobel della letteratura Orhan Pamuk o dell’altra scrittrice Elif Şafak e del già citato direttore del giornale armeno Agos, Hrant Dink, colpevoli di aver espresso giudizi non proprio in linea con le ragioni di stato su pagine scabrose della storia turco-ottomana come quella, appunto, del dramma armeno.

Con il passare degli anni però l’inchiesta si è fatta molto farraginosa: ai legittimi sospetti iniziali non sono mai seguite delle prove schiaccianti e dichiarazioni clamorose come quella di Kioskal Sengun, il primo giudice dell’affare Ergenekon successivamente allontanato dall’incarico per aver affermato che il processo non è mai riuscito a trovare un collegamento diretto tra gli imputati e i loro capi d’accusa, hanno avvalorato l’impressione di pesanti speculazioni della classe dirigente del Paese e la trasformazione di un’inchiesta giudiziaria in processo a fini politici. Dagli arresti mirati dei primi mesi, si passa, talvolta, a dei veri e propri rastrellamenti. L’obiettivo non sono più degli ultra nazionalisti, ma alcuni pezzi grossi dell’esercito, spesso e volentieri già in pensione, per poi virare su degli avvocati e altre categorie di persone che con l’esercito stesso non hanno più molto a che vedere: studenti universitari e, soprattutto, decine e decine di giornalisti (per la cronaca, 23 di essi sono stati condannati nella sentenza del 5 agosto). In sostanza, un’azione giudiziaria volta a sgominare l’esistenza di un possibile parastato, diventa essa stessa una sorta di macchina politica parastatale impersonata da procuratori e da tribunali speciali che mettono gravemente in discussione l’indipendenza della giustizia, causandone la degradazione in nome del dogma della sicurezza nazionale.

Persone arrestate per ragioni sempre più diverse, vedono, tuttavia, i loro dossier giudiziari integrati nell’affare Ergenekon con l’accusa di aver tentato di rovesciare il governo. In altre parole, si trasforma un’inchiesta giudiziaria in una sorta di calderone nel quale finiscono probabilmente pochi veri, ma sempre più numerosi presunti ,putschisti: persone in realtà colpevoli di essere oppositori politici indesiderati. Il risultato di tutto ciò è che, dopo la sentenza del 5 agosto, non si può dire che il rischio di colpo di stato sia ormai definitivamente alle spalle e non sono stati individuati i veri mandanti dei passati crimini politici o presunti tali. Come se non bastasse, lo stesso esercito non è ancora formalmente stato ricondotto sotto il naturale controllo del Ministero della Difesa e, in particolare, il suo budget continua ad essere poco trasparente e pertanto perfettamente in linea con una buona parte dei grandi affari ed appalti gestiti da lobby di interesse in qualche modo direttamente riconducibili al clan familiare del Primo Ministro. Insomma, il sospetto è che, se qualche vecchio generale non allineato rischia di finire i suoi giorni in gattabuia, un numero più importante di alti ufficiali ancora operativi abbia invece trovato buoni argomenti di intesa con il partito di governo, a costo di risultare un po’ più distratto nella vigilanza sul rispetto della fedeltà ai vecchi dogmi della laicità alla turca.

Certo, chi credeva che il ridimensionamento del peso politico dell’esercito in Turchia costituisse la fine di una concezione autoritaria e paternalistica del potere, è stato per il momento molto deluso.

La sentenza di Silivri, non casualmente, giunge all’acme del sogno neo-ottomano implicitamente racchiuso nella parabola autoritaria del primo Ministro turco Tayyip Erdoğan e della sua politica che associa conservatorismo politico-sociale e neoliberalismo economico sfrenato. Ma la Turchia sta anche irreversibilmente cambiando e con modalità che fortunatamente non hanno nulla a che vedere con gli eccessi violenti, spesso drammatici, che interessano una buona parte dei Paesi confinanti. Il movimento civile, nato dalla mobilitazione in difesa del Parco Gezi di Istanbul, è in pieno fermento anche e soprattutto ora che non gode più della copertura mediatica dei giorni della repressione poliziesca di fine maggio ed inizio giugno scorsi. Anche se non si può ancora parlare di una vera e propria opposizione politica strutturata, l’aspetto rivoluzionario del movimento Occupy Gezi, che si esprime in questi mesi in decine e decine di forum cittadini, che si tengono in altrettanti parchi di Istanbul e di alcune tra le maggiori città della Turchia, è il suo essere palestra di apprendimento del pluralismo e della tolleranza delle differenze, da intendersi non come un limite ma come un fattore di ricchezza. In secondo luogo il movimento civile turco sta allenando una nuova cultura critica, storicamente assente dalla tradizione politica turca abituata a brandire il possesso del monopolio della verità, come messaggio rassicurante, espressione di un potere paternalistico che si rivolge a dei sudditi e non a dei cittadini. Ancora una volta è bene far notare che si tratta di una lenta rivoluzione che va al di là dell’opposizione classica tra una visione religiosa, più precisamente islamica, e una visione laica della società e dei costumi. Del resto questa opposizione, che gode ancora di molto seguito nell’interpretazione occidentale delle rivoluzioni mediorientali, in Turchia è stata invalidata dall’estrema eterogeneità del Movimento del Gezi Parkı stesso.

In Turchia, così come, in modo più drammatico, nell’intero Medioriente, è urgente superare una visione politica illiberale (non assente neppure in Occidente) che riduce la democrazia a mero maggioritarismo democratico: una democrazia, in sostanza, che invece di iniziare, finisce con il voto, considerato come una sorta di mandato illimitato e senza possibilità di controllo a chi riporta il successo alle urne.

Basta un movimento di piazza per una simile rivoluzione democratica? No di certo! Ma in Turchia le prime crepe che sembrano manifestarsi all’interno dello stesso partito di Governo AKP sul modo di concepire la leadership del suo padre e padrone, Tayyip Erdoğan, testimoniano una coscienza nuova, non necessariamente sotterranea e cospiratrice, tesa a prevenire il rischio di una deriva del potere in senso satrapico. C’è probabilmente più gente di quanto si creda che sta cercando di far tesoro delle lezioni che si possono trarre anche dal drammatico caos delle rivoluzioni (talvolta più simili a delle involuzioni) mediorientali.

Claudio Monge è un frate domenicano di Piasco (Cn), superiore della comunità dei frati predicatori di Istanbul, da 10 anni in Turchia ma da oltre 16 anni frequentatore di queste terre e del Medio Oriente. Insegna islamologia e teologia delle religioni all’Università di Friburgo in Svizzera. Il suo ultimo libro si intitola Stranieri con Dio. L’ospitalità nelle tradizioni dei tre monoteismi abramitici. Claudio Monge sarà il primo ospite della sessione 2013-2014 dell’Università del Dialogo del Sermig. Appuntamento all’Arsenale della Pace, venerdì 4 ottobre alle 18,45.

In evidenza - rubrica di NP ago-set 2013