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Omaggio a Nelson Mandela

di Carlo Degiacomi - L’ambiente è un tema molto ampio, il concetto moderno prende in considerazione non solo la natura, il suo rapporto con l’uomo, ma anche i rapporti tra gli uomini. Per questo metto al centro di questi appunti il termine pacificazione. Molti miti come Che Guevara ed altri sono noti tra i giovani per la parola rivoluzione, per la guerriglia: penso che bisognerebbe spiegare ai giovani che i giganti sono quelli che hanno impedito che nel proprio Paese scattasse ad un certo punto la guerra civile, la vendetta degli uni contro gli altri per il passato. Due giganti sono Vaclav Havel in Europa e Nelson Mandela in Africa. L’occasione per riflettere sul termine pacificazione è data dalle voci di aggravamento delle condizioni di salute di una figura straordinaria per le nuove generazioni: Nelson Mandela; un evento che attira nuovamente l’attenzione sul Sud Africa. Mentre sto scrivendo, da settimane Mandela è in bilico tra la vita e la morte alla veneranda età di 95 anni, compiuti il 18 luglio 2013.

La morte di un personaggio vede i media di tutto il mondo scatenarsi in ricordi, articoli, servizi, coccodrilli (così tecnicamente si chiamano gli articoli di omaggio). Il presidente degli Stati Uniti nel suo viaggio in Africa ha chiesto ai giovani africani di ispirarsi a Mandela, un esempio da seguire: “Pensate ai 27 anni di prigione, alle sofferenze e all’allontanamento dalla famiglia e dagli amici. Ci sono stati dei momenti che hanno messo alla prova la sua fede nell’umanità, ma non ha mai ceduto. Nelle vostre vite ci saranno momenti in cui sarete messi alla prova, ma il futuro è nelle vostre mani e io credo in voi”. Buone parole, ma che non si innalzano rispetto alla media degli articoli comparsi ad oggi su gran parte dei giornali: Nelson Mandela è grande perché ha resistito al regime di apartheid ed è stato in carcere per così tanti anni. È una verità parziale. È stato molto meno ripreso un secondo concetto espresso con chiarezza da Obama. “In molte regioni abbiamo visto e vediamo anche oggi dei conflitti, delle dispute di carattere settario, delle guerre religiose o etniche. Vedere quanto è accaduto in Sudafrica, negli ultimi decenni, l’affermazione del principio della democrazia e della lotta per i diritti, è davvero un faro che illumina tutto il mondo”. Ci avviciniamo al punto.

Facciamo parlare direttamente Nelson Mandela attraverso la sua autobiografia. Nella decima parte dal titolo Dialogare con il nemico, e nell’undicesima dal titolo La libertà, senza dubbio si assume la responsabilità di aver scelto anzitutto una difficile strada di trattativa, mettendo da parte la lotta armata a favore di lotte di massa e di manifestazioni, per arrivare ad un Sudafrica libero e democratico. Scrive così: “Anche se pochi ricorderanno il 3 giugno 1993, questa data è una pietra miliare nella storia del Sudafrica. Quel giorno, dopo mesi di trattative nel Word Trade Centre, la conferenza multipartitica fissò per il 24 aprile 1994 la data delle prime elezioni non razziali e a suffragio universale del Paese.

Per rappacificarsi col nemico è necessario cooperare con lui, fare del nemico il proprio alleato”. Vinte le elezioni e avuto il compito di formare il nuovo governo come African national congress (Anc) scrive Mandela: “La mia missione fu quella di predicare la riconciliazione, di medicare le ferite del Paese, di stimolare la fiducia e la confidenza reciproche. Sapevo che le minoranze, soprattutto quelle bianche, meticce e indiane, erano preoccupate per il futuro, e volevo rassicurarle. Non mi stancai di ricordare alla gente che la lotta di liberazione non era stata una battaglia contro un gruppo o una razza, ma contro un sistema di oppressione. Colsi ogni occasione per ripetere che ora i sudafricani dovevano prendersi per mano e dire tutti insieme: siamo una sola nazione, un solo Paese, un solo popolo che marcia verso il futuro”.

A me piace anche segnalare ai giovani di oggi che Mandela rappresenta una bandiera di un valore fondamentale su cui non si possono dare mediazioni: la libertà. La libertà è, al mondo, uno dei valori più alti, più nobili, più importanti, e “non vi è alcuna strada facile per la libertà“. Non è cosa da poco perché anche molti che si dicono pacifisti, che auspicano grandi trasformazioni, spesso si dimenticano del valore libertà. Sono sempre parole di Nelson Mandela alla fine della sua autobiografia: la libertà non è spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libertà degli altri. Ed in sostanza dice che è un cammino lungo che non arriva mai alla fine. In questi punti (pacificazione e libertà) sta la bellezza del personaggio Mandela, un insegnamento che rimane, qualcosa da introiettare e non perdere. Parole simbolo che servono anche a ragionare su decine e decine di situazioni nel mondo. E alla luce di questo faro è importante capire che cosa succede oggi nel Sudafrica. È difficile scavare sulle cause di un eccidio come quello che in Sudafrica recentemente ha lasciato 34 morti e 78 feriti sul terreno davanti ai pozzi della Lonmin, terza impresa produttrice al mondo di platino, e lasciato uno strascico di 259 arresti. Molte cose sono cambiate dall’eccidio del 1960 a Sharpeville, la township nera dove incominciò la lotta all’apartheid. Probabilmente non è il razzismo la chiave per capire l’ultima tragedia, quanto la mancata maturazione di una leadership politica e del lungo cammino per una coscienza nazionale in grado di affrontare gli enormi problemi del Paese. Si continua a correre sui binari tracciati da Mandela, convinto che il Sudafrica sarebbe cambiato con le riforme, ma ci si muove senza convinzione e credibilità, pur essendo un Paese che ambisce a rientrare tra le economie emergenti. Ci sono molte incertezze: ad esempio il presidente sudafricano Jacob Zuma appare disorientato fra l’impopolare continuazione delle riforme dei suoi predecessori e la voglia di populismo, forte nella base del partito Anc. Ha assicurato più volte che le miniere non saranno nazionalizzate ma è stato poi smentito dall’Anc. Incertezze che disorientano i mercati. Alla radice c’è la persistente grande disuguaglianza di reddito tra le classi sociali: la leadership politica non è stata così forte da attenuarle. È il cammino lungo di cui ha sempre parlato Mandela.

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda
è di essere potenti oltre ogni limite.
È la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?”.
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi affinché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente
diamo agli altri la possibilità
di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo
dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

Nelson Mandela

A come ambiente - Rubrica di Nuovo Porgetto Agosto - Settembre 2013