Sermig

Abbiamo scritto al Papa

Mercoledì 14 agosto un gruppo di noi si è ritrovato all’Arsenale della Pace, abbiamo letto insieme la Lettera alla coscienza di Ernesto Olivero e ne abbiamo parlato con lui. Lo scopo dell’incontro era quello di tirar fuori nuove idee e nuovi modi per diffondere questa lettera, una volta pubblicata. Durante l’incontro, un ragazzo del nostro gruppo, quasi per provocazione, ha detto: “E se scrivessimo una lettera al Papa?”. Ernesto ci ha incoraggiato a rendere concreta l’idea, con convinzione, senza pensarci due volte. Un’altra ragazza si è messa a scrivere e tutti abbiamo approvato. Ci siamo messi subito al lavoro con entusiasmo e determinazione, senza farci spaventare dalla difficoltà dell’impresa. In mezz’ora abbiamo concluso la lettera. Due giorni dopo, passati i bagordi di ferragosto, ci siamo ritrovati nuovamente all’Arsenale e abbiamo iniziato ad organizzare il lavoro: raccogliere più firme possibili in due mesi.

Da subito ci siamo appassionati e ci siamo uniti attorno a questo progetto, ma non ci siamo fermati qui… Abbiamo deciso di coinvolgere anche i nostri amici in questa avventura, per il legame che ci unisce, ma soprattutto perché ci siamo resi conto che ha senso scrivere questa lettera al Papa solo se impariamo davvero ad avere coscienza gli uni degli altri e a volerci bene.

Nella vita quotidiana spesso ci accorgiamo che il problema maggiore al giorno d’oggi è la mancanza di speranza tra i giovani e in tutti gli ambiti della società. Per questo, nella nostra lettera, scriviamo al Papa: “Noi crediamo nella speranza e vogliamo portarla nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole, nelle nostre città”.

Noi giovani crediamo che la speranza sia un dono destinato a tutti, ma che vada colto in tempo e che sia accompagnato dalla convinzione che è possibile costruire un mondo nuovo partendo anche solo da se stessi. La presenza di Gesù è il cardine per l’esperienza che stiamo vivendo e, come ci insegna la Regola del Sermig: “Il dono particolare che il Signore ci ha fatto, essere speranza per gli uomini del nostro tempo, si radica in noi nella misura in cui ci svuotiamo di noi stessi e ci riempiamo della presenza di Dio”.

Questo è lo spirito con cui sono accolti i tanti giovani che trascorrono un periodo di lavoro e di formazione all’Arsenale della pace di Torino. In particolare, il tema su cui hanno riflettuto quest’estate è la coscienza, la bella addormentata che bisogna tornare ad ascoltare per cambiare la rotta della propria vita e, di conseguenza, della società. Dai laboratori svolti dai giovani in queste settimane sono emerse alcune riflessioni sul significato della parola coscienza. Tra le tante ne riportiamo alcune che ci sono sembrate profonde e significative.

“La coscienza è l’essenza dell’individuo, la parte più profonda di ogni persona che non porta nessuna maschera…”.

“È una vocina dentro di te che ti dice le cose giuste… È una parte di noi che a volte non ascoltiamo… Quello che in fondo tutti sanno ma che pochi seguono”.

“È la voce di Dio che parla attraverso di noi. Possiamo scegliere se seguirla o meno”.

“La coscienza è come una sorella maggiore. Non l’hai scelta ed è sempre lì a suggerirti cosa è bene e cosa è male. Ti fa riflettere e mettere in discussione anche quando non vorresti e se non vuoi starla a sentire non si rassegna, perché la cosa più importante per lei è che tu faccia la cosa giusta e sia felice”.

“La coscienza è la frequenza da cercare per sintonizzarsi con il cuore di Dio e il cuore degli altri”.

Under 21 - Rubrica di Nuovo Progetto Agosto - Settembre 2013