Le radici di un papa

di Lucia Capuzzi - Ce ne sono centinaia. Fra loro diverse e simili. In tutte lui sta lì, in mezzo a loro. A volte lava i piedi a giovani magri e allampanati. Altre beve il mate (tipico infuso argentino) con un uomo sdentato. Altre ancora stringe la mano ossuta di una vecchia inespressiva. Spesso non si vede nemmeno per intero: l’inquadratura è decentrata, mossa, sfocata. Un po’ come tutto in questo mondo a parte, da cui il resto della città appare come un miraggio evanescente. Incuneate nelle viscere di Buenos Aires e, al contempo, separate da questa come un corpo estraneo, la villas (baraccopoli) sono un punto di osservazione privilegiato. E bizzarro, come le centinaia di fotografie appese ovunque: fuori dalle chiese, ai lampioni, nei muretti sbrindellati. Un grido e una testimonianza: “Lui è stato qui. Fra e con noi. E, ora, ha portato a Roma i nostri sogni infranti sul nascere, le nostre ferite, le nostre richieste a vuoto, le nostre inquietudini. Lui è qui e lì”.

Nessun ritratto ufficiale riuscirà mai ad imprigionare lo spirito dirompente di papa Francesco come gli scatti insieme ai suoi villeros (abitanti delle baraccopoli). Fatti quando era ancora l’arcivescovo porteño, il cardinale Jorge Mario Bergoglio. Nelle villas lo chiamavano padre Jorge e lo conoscevano tutti. E non perché passava per sbaglio per qualche ricorrenza ufficiale. Padre Jorge aveva trasformato le periferie nel centro della sua azione di pastore, di cristiano, di uomo. Vi arrivava in bus, giacca e pantaloni neri, senza annunciarsi e senza essere invitato. Non ne aveva necessità: lui era di casa.

“Fin da quando era vescovo ausiliare, padre Jorge ha ribaltato la relazione centro-periferia. Mettendo le villas, estrema periferia geografica, economica, esistenziale della città e del Paese, in cima alle priorità dell’arcidiocesi. Un esempio? Prima i preti che vivevano nelle baraccopoli erano otto. Ora siamo 22. Prima ci consideravano un gruppo di sacerdoti bizzarri, fuori dal sistema.

L’arcivescovo, invece, ha creato una vicaria apposita, quella delle villas miserias. Anche io sono arrivato qui grazie a lui”. Nel 1996, Padre Pepe Di Paola – il primo nominato dal cardinal Bergoglio alla guida della vicaria – era un giovanissimo sacerdote con tanta voglia di lavorare fra i diseredati. L’allora vicario episcopale Jorge Mario Bergoglio lo inviò nella parrocchia di San Panteón, in un quartiere borghese a poche centinaia di metri dalla baraccopoli di Ciudad Oculta. Occulta perché ai più faceva – e fa – comodo fingere di non vederla. Non a Pepe, però, la cui sensibilità non era sfuggita al vescovo-osservatore. E infatti il prete finiva per trascorrere più tempo fra i vicini villeros che nella sua sede ufficiale. “L’anno dopo sono stato nominato parroco della villa 21-24”.

Per raggiungere la villa non basta la metropolitana. Anche il bus si ferma prima, fin dove arriva l’asfalto. L’ultimo tratto, lungo lo sterrato rossiccio che divide la baraccopoli dal quartiere Barrajas, bisogna farlo a piedi. I passanti, in genere, lo attraversano in fretta, guardandosi le spalle. In effetti, dopo il tramonto, l’assenza di lampioni rende l’atmosfera sinistra. Fin quando, sulla sinistra, non spunta la chiesetta di Nostra Signora di Caacupé. La prima cosa che si notano sono le porte, perennemente aperte. Dentro il via vai è continuo: qualcuno entra per parlare col sacerdote, altri semplicemente per chiedere un litro di latte o medicine per il figlio malato. Non solo i giorni di festa: sempre. Difficile non vedere in lei un’immagine tangibile di quella Chiesa-ospedale da campo, pronta ad accogliere tutti attraverso le sue porte aperte, di cui papa Francesco ha parlato ripetutamente dal 13 marzo scorso.

Una Chiesa incarnata nelle necessità della gente. Una Chiesa che non si rinchiude in uno spiritualismo astratto, che non si volta dall’altra parte quando vede i giovani trasformarsi in zombi a causa del paco. Così in Argentina si chiama la cocaina dei poveri. Lo scarto della polvere bianca – destinata ai ben più esigenti consumatori di Stati Uniti ed Europa – viene trattato e rivenduto ai disperati dell’America Latina. Il sistema è noto da tempo. Ora – dicono gli esperti – i cartelli della droga messicani, insediati stabilmente nel Paese del Plata, lo hanno perfezionato e applicato su larga scala. Risultato: “Il paco nelle villas è depenalizzato di fatto”. La frase, scritta nero su bianco, in un documento ufficiale e pubblico della vicaria de las villas nel 2009 ha prodotto un vero terremoto. Padre Pepe è stato minacciato dai narcos e per qualche tempo ha dovuto lasciare Buenos Aires per Santiago del Estero. È rientrato – come parroco della chiesa della villa San Martín, dove ha cominciato a replicare il sistema di recupero per le vittime di paco – poche settimane prima che il suo padre Jorge fosse eletto al Soglio Pontificio.

A dirigere la vicaria è ora padre Gustavo Carrara, parroco della villa di Bajo Flores. “L’opzione per le villas di padre Jorge – come la sua opzione per i poveri – hanno restituito a queste ultime la dignità negata di parti della città e non ghetti separati”, afferma. Nonostante l’assenza di strutture pubbliche faccia di tutto per tagliarle fuori.

Anche per raggiungere il Bajo Flores, appena dietro l’elegante quartiere di Flores, è necessaria una gincana fra metro, bus e camminate. Anche qui l’illuminazione è scarsa o assente. Anche qui l’asfalto termina ben prima delle case. Anche qui, però, le porte della chiesa di Santa Maria Madre del Popolo sono spalancate.

Speciale - La Chiesa di Francesco 2/5 - NP dicembre 2013

Gli scandali e le polemiche, le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione del nuovo papa. Si chiude un anno storico per la vita dei cristiani e non solo. Gesti, parole, progetti: i germogli di un pontificato.

 

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