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La vera economia

di Matteo Spicuglia - Da giovane avrebbe voluto fare il medico, ma la sua famiglia non aveva i mezzi per mantenerlo agli studi. Stefano Zamagni è diventato così un economista, uno tra i più autorevoli in Italia: docente all’Università di Bologna, oggi Zamagni non ha rimpianti, perché ha scoperto che “medicina ed economia sono due facce della stessa medaglia”, entrambe si rivolgono a chi ha immediatamente bisogno. La sua battaglia da tempo è far capire che le ingiustizie non sono inevitabili, ma figlie di un’economia che ha rinnegato la sua natura, mettendo da parte valori come fraternità e reciprocità. “Le scuole di pensiero dominanti – spiega – sostengono che siano cosa da sabato e domenica, da volontariato. Chi lo dice, tuttavia, o non ha studiato o è in malafede: l’economia di mercato storicamente è nata proprio su questi principi”.

Cosa significa parlare di fraternità in economia?

La fraternità è quella particolare forma di solidarietà che si esprime nel momento stesso in cui io incontro il volto dell’altro. Non può essere mai anonima. La fraternità è rivoluzionaria perché per esprimersi deve entrare dentro l’agire economico. Non alla fine, ma durante. Il che vuol dire che io imprenditore, io studioso di economia, io lavoratore qualsiasi, io sindacalista, se credo, devo tradurre in pratica il principio di fraternità sempre, non dopo che ho fatto i profitti. L’altra parola dimenticata è la reciprocità”.

A cosa si riferisce?

Per spiegarla direi che è un dare senza perdere ed è un prendere senza togliere. È una cosa diversa dallo scambio, in base al quale se io ti do un orologio, tu poi mi dai il suo valore. Dopo però l’orologio non ce l’ho più. Questo è un dare, perdendo. Nella reciprocità, invece, avviene il contrario. Un genitore quando dà qualcosa ai figli, pensa di averla persa? Direi di no, perché chi riceve, in un certo senso è parte di me. E quando poi il figlio dà a sua volta, significa che il genitore gli porta via qualcosa? No. È questa la reciprocità.

Tra genitori e figli però è più facile…

Beh, ma se questo è vero e accade nei rapporti a corto raggio e anche all’interno di gruppi impegnati per il bene, perché non possiamo applicare il ragionamento all’interno delle imprese, nelle organizzazioni, nei rapporti di lavoro?

È possibile?

Certo. Io posso dimostrare che in luoghi di lavoro dove le persone praticano la reciprocità, la produttività totale dei fattori è maggiore. Secondo: si produce di più e quindi c’è più benessere. Terzo: la gente è più contenta, cioè è più felice.

Può fare un esempio concreto?

Siedo nel consiglio di amministrazione dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che ha il più alto tasso di brevetti in ambito pediatrico. Sapete perché? Lo spiego subito. Due anni e mezzo fa venne da me una dottoressa, una neuropediatra, dicendomi che sarebbe partita per un tirocinio a Los Angeles: sei mesi, a spese dell’ospedale. “E non è contenta?”, dico. “No, non sono contenta perché ho due figlie, se le porto con me perderanno un anno di scuola. Potrei farlo solo se l’ospedale fosse disposto a coprirmi un tirocinio di un anno”. Avevo capito tutto e decisi di parlarne con il direttore del personale. Nessuno spazio. “Professore, è impossibile, abbiamo già fatto uno sforzo, c’è un problema di bilancio…”. Sa cosa ho risposto?

Cosa?

“Ma dottore, che testa ha? Chi le ha insegnato l’economia?”. Risultato: alla fine, la dottoressa ha avuto dieci mesi ed è riuscita a partire con le sue bambine. Quando l’ha saputo, toccava il cielo con un dito. Se le avessimo promesso di raddoppiarle, triplicarle lo stipendio non sarebbe stata così contenta. Oggi, lei è il medico che produce più brevetti: è appassionata, ma il merito è della reciprocità. Lei oggi può dire di lavorare in un ospedale che ha capito la sua situazione di vita e di istinto è portata a restituire qualcosa. E con i brevetti, anche l’ospedale ci guadagna.

Non sarebbe stato lo stesso?

No. Se noi le avessimo dato solo sei mesi di tirocinio, avremmo risparmiato quattro mesi di stipendio e basta. Invece, applicando una logica di fraternità, abbiamo ottenuto risultati straordinari. Al Bambino Gesù i medici, gli infermieri ci mettono l’anima e non perché li obblighi, ma perché vengono trattati da persone, da fratelli. Chi fa questa esperienza, magari non subito, alla prima occasione restituisce del suo. E nel medio termine, l’organizzazione ne beneficia anche da un punto di vista economico.

Perché allora questo di norma non avviene?

C’è un’unica spiegazione: l’assunto antropologico di Thomas Hobbes, grande filosofo inglese, autore de Il Leviatano, pubblicato nel 1651. Il suo ragionamento partiva dall’idea che la natura umana è intrinsecamente malvagia. È suo il famoso aforisma che spesso citiamo: “Homo homini lupus”, ogni uomo è un lupo nei confronti dell’altro uomo”. Da qui, l’implicazione “Mors tua, vita mea”, la tua morte è la mia vita”. Hobbes è il filosofo della politica che introduce nel linguaggio politico il principio di uccidibilità. Cioè, l’uomo, singolo o a gruppi, deve uccidere l’altro uomo per vivere. Noi esseri umani siamo malvagi, ontologicamente malvagi. E se non ci esprimiamo in modo malvagio nella quotidianità è solo perché c’è il leviatano, il mostro citato nella Bibbia, che deve far paura per tenere gli uomini a bada.

Chi è nella realtà il Leviatano?

Il sovrano. Allora c’erano i re, i sovrani, che dovevano far paura. Perché senza paura – sostiene Hobbes – la gente provoca il caos. E siccome siamo tutti malvagi interiormente, per evitare l’autodistruzione è necessario l’uso della forza. Se accettiamo questa visione, allora ha ragione chi dice che è impossibile applicare la fraternità. Ma la realtà è diversa.

Ne è così convinto?

Ci sono numerosi esempi pratici ed esperimenti di laboratorio che lo dimostrano. Uno è il gioco dell’ultimatum, proposto in aree geografiche e culture diverse. I risultati contraddicono nella vita pratica l’ipotesi hobbesiana.

Come funziona il gioco dell’ultimatum?

Si può fare anche con due bambini. Nella forma più semplice, do ad uno di loro una scatola di cioccolatini o di caramelle. E gli dico: “Puoi tenere questa scatola, ma prima devi proporre una ripartizione al tuo amico. Se lui accetta la tua proposta, vi tenete i cioccolatini così come li avete divisi, ma se lui non accetta la tua proposta, allora io mi riprendo tutto”. Con i grandi, naturalmente, si usano dei soldi. Negli ultimi anni, l’esperimento è stato condotto in quindici contesti e Paesi diversi. Il risultato travolgente è che più della metà dei partecipanti rifiutano delle proposte che sono marcatamente inique. Il che contraddice l’assunto hobbesiano.

Il mondo allora non funziona come ce lo raccontano…

Serve un’operazione verità radicale. Ognuno è libero di scegliere, ma deve essere chiaro che nella realtà la maggior parte degli esseri umani non segue il canone hobbesiano. Invece, abbiamo creato una struttura economica e istituzioni, da quelle bancarie a quelle industriali, basate su questo principio: bisogna tarpare le ali a chi vuol praticare la reciprocità. Dovremmo fare il contrario! Allora, vedremmo che la povertà calerà davvero, perché a quel punto non avrai più bisogno di imporre, ma ci sarà un mutamento endogeno delle preferenze, come diciamo noi economisti, che porta a quel risultato.

Tratto dagli atti dell’Università del Dialogo.

Speciale - Gli occhiali giusti 2/5 - NP aprile 2013

Foto Max Ferrero / SYNC